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2018

2018, primo giorno dell’anno: un agnello di circa 10 giorni si aggira smarrito in una radura. Fa freddo, c’è nebbia, a terra la neve fa spazio a una poltiglia fangosa e gelida in cui le zampe affondano e avanzano a fatica. Non sa dove andare, non sente più i richiami della mamma, né gli odori del gregge, sempre più deboli e lontani. E’ rimasto solo, è stato lasciato lì. Poco prima dell’arrivo della notte a cui non sarebbe sopravvissuto, nella radura sbuca per fortuna una famiglia umana. Va loro incontro, incredulo finalmente di una traccia di vita, si affida. Viene portato al Rifugio e preso in cura da mani esperte, subito si inserisce nel nuovo gregge e si stringe ai piccoli compagni che arrivano dallo stesso tipo di esperienza. La paura non è del tutto scomparsa ancora, perché il tempo passa cercando disperatamente la mamma, lanciando richiami la cui speranza di risposta resta disattesa. Vorrei che tu potessi sapere, mamma pecora, che il tuo piccolo non è perduto, che non sono riusciti a rubargli la sua possibilità di diventare una pecora libera e forte, che è circondato da amore, da compagni e non gli mancherà nulla… a parte tu, purtroppo. Vorrei ti tranquillizzassi per lui mamma pecora, perché anche tu lo starai chiamando e impazzendo di nostalgia, senza il suo belato. Non so cosa augurarti mamma pecora, forse non ci sei più qui in forma lanosa, ed è per questo che si sono voluti sbarazzare di lui. Comunque sia, spero ti arrivi questo messaggio: ce l’ha fatta, non dovrà più aver paura. 2018, terzo giorno dell’anno: il cielo è strano stamattina, la luce è particolare, sembra di stare sotto una grande coperta, a nord un fronte compatto grigio-azzurro, a est striature rosa aranciato, le montagne innevate in lontananza risaltano come illuminate a occhio di bue. Sotto la pioggerellina, la via semicentrale del paese è animata solo dallo scalpiccio disobbediente e irruente degli zoccoli di un pony. E’ scappato, ancora una volta, dal suo confortevole recinto e dalle sue mele, per farsi una corsa spensierata. Ma è pericoloso per strada per te, e sei già stato riportato a casa. Ma in quegli occhi c’era soddisfazione e divertimento per la tua marachella. E la promessa che lo farai certamente ancora ????In queste immagini: una delle bellissime illustrazioni di Revers Lab e due agnelli abbandonati salvati dal Rifugio.

Scritto il 04 Gennaio 2018 da Simona Carmenati

Il vecchio nido dell’aquila di Rio Sacro, la Grotta dello Scortico e la Fonte della Pernice

Il primo itinerario proposto, facile, alla portata di tutti, è situato nella Valle di Rio Sacro nel gruppo nord dei Monti Sibillini e permette di raggiungere la base di una parete di roccia sulla quale è presente un vecchio grande nido di aquila, ormai abbandonato da decenni dal grande rapace ma ancora integro e ben visibile. Una volta tale valle era più popolata, sia dagli uomini che dagli animali. Già mio nonno, classe 1906, fin da bambino raccontava di salire sopra alla parete per osservare di nascosto i pulcini dell’aquila che si preparavano al volo. Ormai la presenza del nido nella Valle di Rio Sacro è stata dimenticata nel tempo anche dai valligiani, di recente ho avuto occasione di rivedere l’aquila volteggiare alta nella valle di Bolognola in quanto nidifica in una zona limitrofa di cui, per la salvaguardia della specie, non posso indicare l’ubicazione. Il vecchio nido si trova a circa 30 metri di altezza su una cengia di una parete di scaglia rossa ed è davvero enorme, è rimasto pressoché intatto proprio perché costruito in una cavità della parete che lo protegge dalle intemperie. È costituito da un cumulo di rami intrecciati alto più di un metro e dalla base della parete rocciosa dove è stato costruito forse centinaia di anni fa è ben visibile anche a occhio nudo, con un binocolo sicuramente potrete apprezzare meglio le sue fattezze. Prima di giungere alla parete dove c’è il nido dell’aquila potete visitare la Grotta dello Scortico, una bella cavità profonda qualche metro, prodotta da impressionanti pieghe della roccia all’ interno della quale è presente anche una piccola sorgente. La grotta deve il suo nome ad un vecchio pastore di Acquacanina, detto appunto “lo Scortico” che aveva abitudine di rifugiarsi in questa grotta quando portava al pascolo il suo gregge. Vi lascio immaginare che tipo fosse, non certo un modello da sfilata di moda!! La valle di Rio Sacro deve il suo nome alla presenza di un antico monastero Benedettino, realizzato sembra addirittura intorno al 1100, di cui sono rimaste ancora tracce di ruderi a monte della zona denominata “I cascinali”. La leggenda narra che nel monastero ormai abbandonato da anni, era rimasto ancora un crocifisso intagliato nel legno dagli stessi monaci. Quando i valligiani tentarono di staccare dalla parete il crocifisso per portarlo nella Chiesa di Acquacanina, non ci fu verso di toglierlo fino a che non arrivò il pretea dire messa e così in processione si riuscì a portarlo nella Badia di S. Maria di Meriggio di Acquacanina, dove qualche decennio fa fu rubato e mai più ritrovato. Rimane a testimonianza qualche vecchia foto che ho avuto la fortuna di trovare tra gli oggetti di mio nonno. Grotta dello scortico e nido dell’aquila Accesso: Lungo la carrozzabile che congiunge Acquacanina a Bolognola, superata la fontana pubblica e la frazione Vallecanto di Acquacanina, dopo circa un chilometro (351966 E – 4764315 N, 780 m.) si incontra a destra la deviazione in discesa per la Valle di Rio Sacro, indicata con cartello (sentiero n.321), chiusa ai veicoli con una sbarra presso la quale si lascia l’auto. Descrizione: Dal parcheggio si percorre a piedi la strada in discesa, si sorpassa su un ponte il fiume Fiastrone e ci si inoltra nella Valle di Rio Sacro per circa 2,3 km dall’auto, per circa 40 minuti, fino ad intercettare il greto del torrente. Si continua la strada di fondovalle sconvolta dall’alluvione del novembre 2013 che costeggia il torrente, per altri 150 metri, fino a che non si incontra in alto sulla destra, oltre una fascia di bosco, una lunga barriera di rocce rosse, le uniche della zona, con un ampio vallone sottostante che scende verso il fiume (351496 E – 4762644 N, 785 m., vecchio segnale per la grotta e bolli rossi scoloriti su alberi). Si lascia la strada e si risale faticosamente il boschetto e un tratto ghiaioso, incontrando tracce di un vecchio sentiero che sale a tornanti per il vallone, indicato con vecchi omini di pietra e bolli rossi su alberi. Superata la fascia boscosa si nota già la scura apertura della Grotta dello Scortico (351318 E – 4762747 N, 890 m.,) sotto a rocce rosse fortemente piegate, che si raggiunge in breve (20 minuti dalla strada). Prima di raggiungere la grotta si nota, ancora più in alto, una grande parete di roccia rossa (vedi foto n. 6), dove è presente il vecchio nido dell’aquila che, con un binocolo, già è visibile nella sua imponenza. Intorno alla grotta si notano ancora dei vecchi ripari di rocce fatti dal pastore che la frequentava. Aggirando il costone roccioso che forma la grotta, verso destra, ci si addentra in un ampio canalone detritico delimitato ai lati dal bosco. Si sale nel canalone per tracce di sentiero, segnalato con ometti di pietra e bolli rossi negli alberi di difficile individuazione in quanto degradati dal tempo, fino a raggiungere, in 30 minuti, una ampia radura dove finisce il bosco, circa 100 metri prima della barriera di roccia sovrastante, in essa si nota una deviazione verso sinistra (freccia gialla) in corrispondenza di un grosso masso. Ci si addentra faticosamente nel bosco in piano fino a raggiungere una cresta rocciosa che si supera tramite un caratteristico passaggio scavato nella roccia, (351232 E – 4762884 N). Salendo nella cresta rocciosa sovrastante è presente un terrazzino, da cui si può ammirare l’imponenza della parete rocciosa di fronte ed il nido dell’aquila, posto in una nicchia sopra ad una grande pianta di edera rampicante che si innalza sulla parete. Volendo si continua e ci si addentra nel bosco oltre la barriera di roccia ed in lieve salita si raggiunge la base del grande scoglio di rosso calcare che ospita il nido. Attualmente l’itinerario non è di facile individuazione perché il bosco presente nel fondo valle nasconde la grotta e le segnalazioni sono degradate. Qualche decina di anni fa quando i valligiani pulivano il greto del fiume dalle sterpaglie ed arbusti la grotta e la barriera rocciosa si vedevano dalla strada. Nonostante il nido sia abbandonato da tempo si raccomanda il massimo rispetto del luogo evitando gruppi di escursionisti molto numerosi e rumori molesti e di non avvicinarsi troppo alla base delle rocce ma mantenendosi a distanza per il pericolo di cadute di pietre. Per chi ama l’avventura e vuole cimentarsi con le proprie capacità di orientamento (per questo non indico le coordinate GPS !!!), dalla base dalla radura dell’itinerario per il nido dell’aquila si può arrivare addirittura alla frazione di Meriggio di Acquacanina, dove conviene aver lasciato preventivamente una seconda auto. Costeggiando la fascia di roccia in salita verso destra in direzione nord si incontrano tracce di un vecchio sentiero, anch’esso ormai dimenticato, che per tratti boschivi porta dapprima a superare un secondo vallone quindi sempre in salita fino ad un grande prato per scavalcare l’ampio crestone denominato Cocorozzo nel versante sud di Monte Coglia. Scendendo poi verso l’ampio vallone opposto, del versante est, denominato Costa Acquarda, sempre passando alla base di rocce stillicidiose (le lame) si può raggiungere un più comodo sentiero del Colle di Meriggio che scende fino alla frazione omonima, nei pressi del cimitero del comune.  Fonte della Pernice Al ritorno della visita al nido dell’aquila è possibile raggiungere la Fonte della Pernice, vecchissima fonte completamente ricoperta da residui di calcare, la cosiddetta “pietra spugna”. La sua denominazione è legata alla presenza nella zona della Coturnice, detta localmente soltanto “pernice”, facilmente osservabile, specie in primavera, mentre spicca il volo con il classico rumore del battito delle ali buttandosi in picchiata verso il fondo valle, nei prati intorno ed a valle dell’itinerario proposto. La fonte, ormai dimenticata anche dai valligiani, si raggiunge dalla strada per un ampio sentiero che ancora conserva verso valle degli straordinari muretti a secco di protezione costruiti centinaia di anni fa. Noi l’abbiamo trovata alcuni anni fa, osservando la montagna con la prima poca neve dell’autunno che rivela i sentieri perduti delle montagne. Descrizione: Per imboccare il sentiero che porta alla fontana si consiglia di osservare bene la foto n.9 perché il primo tratto a tornanti sopra strada e difficilmente visibile ma poi diventa ben evidente dentro al bosco. In altre parole, durante l’avvicinamento alla grotta dello Scortico, dopo aver superato il ponte e prima di scendere al livello del torrente di Rio Sacro, si supera sulla strada un curvone molto panoramico posto su un dirupo a picco sul torrente. La strada presenta una rientranza a destra sovrastata da alte pareti rosse a tratti anche stillicidiose, terminate le rocce della strada, a circa 1,4 Km dall’auto in 30 minuti (351840 E– 4763263 N, 770 m.) si incontra un tratto di bosco che arriva fino alla strada, (vecchio segnale per fonte e bolli rossi scoloriti su alberi) si sale il pendio soprastante fino ad intercettare il sentiero netto che con ripidi tornanti sale dapprima in verticale per poi dirigersi nettamente verso destra in direzione nord all’interno del profondo vallone che incide la montagna. In altri 40 minuti raggiunge la fonte della Pernice posta nel versante opposto del canalone, dalla fonte in circa un’ora proseguendo il sentiero si arriva a Meriggio.   I cascinali In alternativa, dal punto di salita alla Grotta dello Scortico, seguendo la strada verso monte, risalendo il fiume anziché ritornare verso l’auto si raggiunge in circa 1,5 ore dall’auto, una zona più aperta denominata “I cascinali” (350848 E – 4762124 N, 855 m.) dove sono presenti delle piccole costruzioni in pietra, utilizzate anticamente come ricoveri estivi dai pastori della valle. Anticamente questo luogo era frequentato dai pastori valligiani e dalle loro greggi che sicuramente lo rendevano rumoroso e vivo ma ora è un luogo di desolazione, le costruzioni sono quasi sommerse dalla vegetazione e non si può notare, a meno che abbiate non visitato il luogo almeno 20 anni fa, la bellezza di questo piccolo paesino disperso in questa selvaggia valle. Sopra uno sperone di roccia posto a sinistra dei cascinali si possono osservare ancora i ruderi dell’antichissimo monastero di Rio Sacro. L’itinerario è molto suggestivo in inverno, magari con la neve in quanto d’estate la vegetazione ricopre interamente i cascinali che sono quindi difficilmente osservabili, anche qui è facile avvistare cinghiali e caprioli. Nonostante la zona ricada all’interno del Parco Nazionale nessuno si è mai impegnato per il restauro e la conservazione di questa testimonianza storica della valle in cui anticamente i pastori del luogo trascorrevano la loro difficile vita estiva.

Scritto il 28 Dicembre 2017 da Gianluca Carradorini

L'intelligenza della gallina

Una delle doti più apprezzate per umani e non è sicuramente l’“intelligenza”, intesa  comunemente come capacità di comprendere, di interpretare, e di agire di conseguenza. Dall’intelligenza nascono direttamente tante altre qualità che amiamo nei nostri simili e negli altri animali: l’efficacia delle azioni, l’espressione, l’efficienza, l’ironia, l’interazione,  la strategia, la sensibilità, l’empatia, l’astuzia… Ma l’intelligenza si misura con la conta dei neuroni della corteccia cerebrale? Ha senso voler paragonare “l’intelligenza” di individui di specie diverse? Una recente ricerca pubblicata su Frontiers in Neuroanatomy secondo la metodologia sviluppata dalla biologa Suzana Herculano-Houzel pone in proporzionalità diretta il numero dei neuroni corticali di un animale con la capacità di immagazzinare esperienza attraverso la quale capire ciò che accade. Ponendo il numero di neuroni come il parametro di misura dell’intelligenza animale, i 500 milioni circa di neuroni di un cane, per esempio, lo renderebbero più intelligente di un gatto, con i suoi 250 milioni di neuroni (“I cani sono più intelligenti dei gatti?” – National Geographic ). A mio avviso però studi strettamente quantitativi  devono essere integrati da altre considerazioni, come spiega per esempio l’etologo Roberto Marchesini quando parla di intelligenze animali. Gli animali si sono evoluti e diversificati in base a specializzazioni, e hanno conseguentemente sviluppato capacità strettamente specie-specifiche nella elaborazione e interpretazione del vissuto, del mondo esterno, dei problemi a cui sono sottoposti e a cui dover trovare soluzione. Le differenze di intelligenza diventano interessanti da osservare non dal punto di vista quantitativo, bensì qualitativo: non esiste una sola intelligenza, ma tante quante le specie animali, poichè ciascuna plasma la propria in reazione alle particolari esigenze a cui è soggetta e ai differenti scopi cha la natura di specie pone da raggiungere. Per arricchire l’esempio dell’articolo precedente, capiamo allora che il gatto “essendo un animale prevalentemente solista ha sviluppato un’intelligenza prevalentemente solutiva ed enigmistica; invece il cane, essendo un animale abituato a vivere in branco, ha sviluppato soprattutto un’intelligenza sociale. (…) Non esiste alcuna superiorità cognitiva di una specie rispetto ad un’altra, ma solo e soltanto differenze”, sintetizza Marchesini. Vi consiglio questo articolo che personalmente ho trovato magistrale. Vedi anche l’ultimo aggiornamento sul tema “intelligenza del cane e del gatto”.   (Sopra nella foto, una delle galline ospiti del Rifugio con la covata della scorsa primavera, cresciuti in libertà in mezzo a tanti animali di tante specie differenti)

Scritto il 16 Dicembre 2017 da Simona Carmenati

Dingo Unchined

Quando osservo gli animali mi trovo a pensare che, per quanto innumerevoli siano gli studi di biologia e di etologia che hanno indubbiamente posto dei punti fermi scientifici, il nostro rapporto di conoscenza nei loro confronti sia sempre un po’ su un confine nebuloso, sempre pronto a slittare verso considerazioni che vanno al di là della possibilità di avere risposte certe. Questioni di etica e in un certo senso filosofiche che secondo me affiorano in tutti noi di fronte alla natura, in maniera più o meno riconoscibile, oppure confuse nel nostro stupore. Un’osservazione suscita sempre tante curiosità e interrogativi, a cui molto probabilmente si può trovare riscontro nel mare dello scibile; ma in questo caso, a mio avviso, prima ancora del sapersi dare una risposta, è già molto importante porsi la domanda. Uno degli esempi che mi muove a queste riflessioni è il rapporto dell’uomo con gli animali domestici. E’ un rapporto giusto? Perché ci dà tanta gioia? Ovviamente rifuggo la spiegazione che sia giusto in quanto ci dia tanta gioia, perché nelle mie riflessioni cerco sempre, se mai sia possibile, di avere uno sguardo non antropocentrizzato. L’antropologia, la neurologia, la filogenetica, la biologia evolutiva, tutto concorre a spiegare questo rapporto, ma niente mi soddisfa fino in fondo dal punto di vista, diciamo per semplificare, morale. Facciamo del bene o del male a un animale rendendolo domestico? La domesticazione è un vantaggio o una violenza? Personalmente sono strenuamente convinta che ogni animale debba essere libero di vivere la propria natura e auspicherei una completa liberazione degli animali da ogni reclusione o sfruttamento da parte di noi umani. Ma questa liberazione coinvolgerebbe anche gli animali domestici? Ci troveremo così in un futuro a non condividere più le nostre case con altri animali, perché siano “liberi”? Certo di fronte a un animale bisognoso credo che la maggior parte di noi non si porrebbe il problema: è doveroso aiutarlo e offrire riparo e sostegno. Sono d’accordo e mai potrei tirarmi indietro. Ma anche qui, quella vocina che prima semplificando ho chiamato morale chiede, incessante: è giusto il nostro intervento, o dovremmo piuttosto chiamarlo interferenza? Nella testa è il caos. Per fortuna il cuore di ognuno di noi fornisce la via da seguire. La mia via, personalmente, è quella di mettere prima di tutto il benessere e il diritto alla vita immediato di un animale, che mi porta quindi a “giustificare” sopra tutto il soccorso e diciamo il reciproco amorevole opportunismo della convivenza con un animale. Non dimentichiamo che molti animali sono stati privati proprio da noi umani della porzione di natura sufficiente a garantire loro habitat e comportamento secondo la propria specie e pertanto, in qualche modo, dobbiamo porre un possibile rimedio. Si pensi che dal Neolitico, che inizia circa 8.000 anni a.c e vede l’inizio di agricoltura e addomesticamento da parte del’Homo Sapiens, all’epoca circa 10 milioni di individui, a oggi in cui si contano oltre 7 miliardi di umani, i tassi di estinzione sono aumentati da cento a mille volte rispetto ai 60 milioni di anni precedenti. Prendendo come esempio i canidi,  come possiamo leggere in Richard C. Francis – “Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo”, l’uomo è stato altamente impattante sulla natura e sugli altri animali: nel giro di 15.000-30.000 anni la selezione imposta ai cani dall’associazione con l’uomo ha causato alterazioni evolutive mai subite dalla famiglia dei canidi nei 40 milioni di anni precedenti (pag. 10). Francis osserva che ad estinguersi sono gli antenati selvatici, ma che nessuna specie addomesticata si è estinta: “in senso evolutivo, farsi addomesticare ripaga” (pag. 9), pagando per contro il prezzo di una crescente sottomissione. Ciò è bene o male? Io non ho mai avuto occasione di osservare un Dingo, ma l’ho preso come simbolo per questo pezzo proprio dal testo di Francis: perché il Dingo rappresenta, nel rapporto uomo-altri animali, il processo esattamente inverso alla domesticazione, il processo di ferinizzazione, essendo storicamente infatti un cane che si è re-inselvatichito. Avrà perso o guadagnato? Certo non si può ignorare quanto scrive Peter Singer in “Liberazione animale” a seguito di documentati studi su animali in cattività: osservando molte galline che dispongano di cibo in abbondanza all’interno di una gabbia e di uno spazio aperto recintato per il loro movimento, la maggior parte preferisce un recinto senza cibo a una gabbia con del cibo.

Scritto il 15 Dicembre 2017 da Simona Carmenati

Occhi orizzontali

Ogni volta che entro al Rifugio, il luogo dove svolgo volontariato e che accoglie tanti animali riscattati dalle peggiori situazioni- macelli, maltrattamenti, sperimentazioni, abusi e abbandoni – inevitabilmente vengo rapita a lungo dal prato degli ovini. Per una gran parte del tempo ci guardiamo: da parte mia per osservare le pecore, riconoscerle, verificare che non ci sia nulla di eclatante su cui dover intervenire, e sicuramente aspettando il momento in cui poter affondare la mano nel loro sofficissimo vello, da parte loro per decidersi a trovare il momento migliore per avvicinarsi tra un brucare e l’altro; oppure, nel caso delle capre, decidono che io debba grattare loro vigorosamente la testa e le corna. Mi piacciono tantissimo gli ovini, nella loro “campanilistica” differenza… Delle pecore amo la mansuetudine ma anche l’odore lanoso, lo stesso che mi rimanda a quando lavoravo il feltro, lo stesso che d’un tratto individuo durante le escursioni là dove, al mattino presto, sono passati i mufloni selvatici; delle capre amo quell’immagine bucolica e mitologica suggerita dai loro unghioni, la varietà dei loro mantelli, le corna calde sotto il sole… Di tutte mi colpisce molto la loro pupilla orizzontale, che mi fa subito pensare a uno sguardo aperto a grandangolo che spazia libero su vallate e scogliere. E ogni volta questo mi fa pensare a quanto l’amore per gli animali sia incontenibile e irrimediabile… pensi di avere una passione per i selvatici ma senza contraddizione sai di averne altrettanta per gli animali cosiddetti da cortile o domestici… Ogni incontro porta infinite osservazioni, considerazioni, riflessioni e insegnamenti, da ogni animale nella sua peculiarità e specificità. A tutti gli ovini dedico questo brano di un libro che personalmente ho trovato geniale, “Glennkill” di Leonie Swann; perché possano essere tutti al riparo da qualsiasi abuso e sfruttamento e vivano felici la loro vita: “Il giorno seguente le pecore sperimentarono un mondo nuovo, un mondo senza pastore e senza cane da pastore. Esitarono a lungo, prima di decidersi a lasciare il fienile. Ma alla fine osarono uscire all’aria aperta, guidati da Mopple The Whale, che come al solito aveva fame. Era una mattinata bellissima. Di notte le fate avevano danzato sull’erba lasciando migliaia di perle d’acqua. Era come se il mare fosse stato lisciato di fresco – azzurro, chiaro, senza increspature- e nel cielo si potevano vedere alcune nuvolette lanose. Secondo la leggenda, queste nuvole erano pecore che un giorno si erano spinte oltre l’abisso, pecore elette, che continuavano a pascolare in cielo e non venivano mai tosate. A ogni modo, si trattava di un buon segno”.  

Scritto il 30 Novembre 2017 da Simona Carmenati

Come vestire i bambini d’inverno in montagna

Andare in montagna con i figli piccoli, in inverno, è sicuramente un grande divertimento, ma allo stesso tempo, soprattutto se andiamo ad affrontare la neve, è il momento di fare particolare attenzione a come vestiremo i nostri piccoli. C'è un detto molto interessante che vi riporto “Non esiste cattivo tempo, esiste solo un abbigliamento sbagliato”: questo significa che in montagna le condizioni atmosferiche variano così velocemente che bisogna essere attrezzati alla perfezione. E' meglio ad esempio far indossare più strati: uno strato che regola la traspirazione, uno strato che mantiene la temperatura costante e infine uno strato che protegge dalla pioggia, dal vento e dalla neve. Nel primo stato è perfetto il micropoliestere elasticizzato, e va meno bene il cotone. Il secondo strato deve tenere al caldo ma lasciare il bambino libero di muoversi, come ad esempio può fare un pile a collo alto, a cui si può aggiungere un pantacollant o un lupetto. Il terzo strato infine sono le giacche e i pantaloni da sci: cercate quelli in due pezzi, che se dovete portare in bagno in bimbi lo farete in maniera più semplice!! Particolare attenzione va posta alle estremità: testa, mani e piedi disperdono fino al 60% del calore. Qundi servono calzini tecnici, cappelli in pile, meglio se modello passamontagna, scaldacollo (e non sciarpa) e guanti impermeabili, traspiranti e caldi. Ultimi due “Mai più senza” sono doposci o scarponcini adatti e occhiali da sole, che in caso di neve proteggono gli occhi delicati dei bambini. E buona montagna a tutti!

Scritto il 29 Novembre 2017 da Daniela Zepponi

Le parole per dirlo

Un punto di vista nuovo e interessante quello espresso da George Monbiot. Per essere noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, secondo l’insegnamento di Gandhi, iniziamo dalle parole che utilizziamo. Le parole sono per definizione “significanti” e hanno un potere fortissimo nel dare forma al mondo, a partire dalla nostra percezione, e da qui alle nostre azioni. Una nuova responsabilità anche per gli operatori della tutela ambientale e naturalistica: se definiamo le aree protette come “luoghi di meraviglia naturale”, suggerisce Monbiot,  trasmettiamo anche un’aspirazione, un “qualcosa in più”; parliamo di “pianeta vivente” e di “mondo naturale” piuttosto che genericamente di ambiente; e un’estinzione sembrerà forse meno ineluttabile se viene chiamata “ecocidio”. Questo l’articolo completo su The Guardian: Forget ‘the environment’: we need new words to convey life’s wonders | George Monbiot | Opinion

Scritto il 29 Novembre 2017 da Simona Carmenati

L’occhio di Martino. Racconto molto breve (per ora)

Qualche giorno fa, in una bella mattina soleggiata di novembre dai colori nitidi, passeggiavo lungo-fiume. A un tratto qualcosa ha richiamato la mia attenzione. Mi sono fermata di scatto perché ho avvertito di aver incrociato uno sguardo rivolto a me. Ma ci sono voluti non pochi secondi per mettere a fuoco e decifrare di cosa si trattasse: a circa 2 metri da me, posato su un tronco d’albero reclinato sull’acqua e seminascosto dalle foglie rosso fuoco, c’era un Martin Pescatore. Mi ha guardato, mi ha lasciato il tempo di riconoscerlo, e poi via, si è lanciato percorrendo il fiume a pelo d’acqua fino a scomparire alla mia vista. Che lampo turchese! Rimango sempre a bocca aperta di fronte all’intensità e alla gioiosità dei suoi colori. Ora, la prima riflessione per me è questa: cosa è successo in quei secondi di messa a fuoco? Io già sapevo di stare vedendo qualcosa prima ancora di avere capito cosa. C’è una parte fisiologica ancestrale in noi, il cervelletto per esempio ipotizzo, che vede prima ancora della parte “discorsiva” di noi? Io mi spiego questa lentezza, questo scarto, anche con il minore equipaggiamento sensoriale dell’uomo rispetto agli altri animali. Penso sia capitato spesso non solo a me di notare che il nostro cane o gatto per esempio individuano qualcosa o qualcuno ben prima di noi. Poi ho pensato anche questo: possibile che io non abbia mai trovato una di quelle meravigliose piume azzurre? Ho raccolto piume di gheppio, di gazza, di upupa, di cigno, di airone, di tortora… ma il martin pescatore non perde mai piume? E quindi ho una nuova missione: andare alla ricerca della piuma blu. Stay tuned! ????

Scritto il 23 Novembre 2017 da Simona Carmenati