Rubrica - A occhio nudo

Un airone, tanti pesci e io

Ho un laghetto in giardino popolato da pesci rossi, bianchi, bronzo… e tutte le loro possibili combinazioni. In un laghetto le mezze stagioni esistono eccome, in primavera e in autunno infatti mancano le fioriture d’acqua e il loro protettivo fogliame, e i pesci sono attivi, non sul fondo a svernare né al sicuro sotto le foglie estive di loti e ninfee. Sono questi i periodi in cui ricevo la visita dell’airone. Questo longilineo pennuto mi mette di fronte a tante considerazioni circa il rapporto tra uomo e altri animali, selvatici e domestici. Questa più o meno una sintesi dell’accavallarsi dei miei pensieri: Oh un airone qui in giardino! Quanto è bello! Mi sembra incredibile averlo qui. Ma aspetta un momento… Nooooo vuole mangiare i pesci lo devo mandare via! Spero basti farmi vedere perché non voglio stressarlo o spaventarlo si potrebbe fare del male… Un momento però… avrà fame anche lui… eh si guardalo, mi sembra un po’ sciupato, chissà che fatica farà a trovare qualcosa… Ma non è giusto! Ho la responsabilità di questi poveri piccoli pesci, fosse per loro mica si sarebbero fatti vendere e tenere da chissà chi, io qui li ho messi, io devo proteggerli! Ci fosse almeno una foglia per nascondersi sarebbero astuzie ad armi pari e la loro vita di predatore e preda, ma così c’è la mia mano umana che altera il corso della natura! Forse… potrei prendere del pesce per l’airone? Ma sono dissociata?!? Nutrire un selvatico e interferire? Peggio ancora pagando perché qualcuno uccida degli animali perché lui non lo faccia con ben altra ragione qui davanti ai miei occhi? Che poi si fa in fretta a dire “è solo un pesce”… io a loro sono affezionata… E quindi, mettiamo una rete sul laghetto, con trame non troppo strette per evitare che bisce, uccellini o ricci restino impigliati, che sia ben visibile perché lui ne sia dissuaso ma che non gli risulti pericolosa, e resto a osservare con ammirazione come l’airone scende a distanza di sicurezza studiando la situazione… ha uno sguardo così acuto e preciso e intelligente… e capisce che è meglio spostarsi qualche centinaio di metri più in là, al fiume, into the wild… del resto qui sarebbe stato un giochetto da principianti… e forse questi pesci domestici non sarebbero stati poi così gustosi.

Scritto il 26 Aprile 2018 da Simona Carmenati

La mala scienza

Zhong Zhong e Hua Hua, le due cucciole di macaco clonate come materiale da sperimentazione, hanno ricevuto un nome ma con esso anche il peggior destino, il più aberrante frutto dell’attività umana. Chissà se pronunciarlo potrà far arrivare loro qualche scintilla di pensiero, nel gelo delle loro vite da laboratorio. Io non riesco a guardare le loro foto, mi chiedo se qualcuno di questi sperimentatori indegni riuscirà mai a incrociare il loro sguardo. Pensando a loro riporto questo articolo  ANNAMARIAMANZONI: SCIMMIETTE E SCIENZIATI: DALLA CINA SENZA AMORE

Scritto il 04 Aprile 2018 da Simona Carmenati

Solo per i tuoi occhi – Animali e altruismo

C’è un aspetto del comportamento animale che affascina molto l’osservatore umano: tutto quello che possiamo definire “altruismo”, azioni compiute da un individuo con costi a proprie spese e che portano benefici a un altro individuo. Aiutare, soccorrere, avvisare, adottare, collaborare sono azioni ampiamente osservate nell’etologia di specie differenti. In una chiave di lettura corrente spesso per descrivere comportamenti di questo tipo si parla di azioni disinteressate. Gli studi evoluzionistici, penso alla sintesi di Dawkins, rivisitano questa caratteristica nelle motivazioni più profonde ed epigenetiche dei comportamenti animali altruistici. Qui sta una delle prime spiegazioni che la biologia dà a questo tipo di azioni: si osserva altruismo principalmente all’interno di gruppi e colonie definite eusociali (con alto grado di organizzazione sociale) e maggiormente tra individui con rapporti di parentela, perché l’azione è volta a garantire possibilità di sopravvivenza al proprio patrimonio genetico “diffuso”, riscontrabile cioè in tutti i parenti o individui di una colonia, andando oltre al singolo. Le spiegazioni superano il concetto di sopravvivenza della specie (i comportamenti altruistici sono spesso a scapito della possibilità riproduttiva dell’attore stesso), e vedono nella conservazione, trasmissione e discendenza dei geni il motore principale. La reciprocità è una chiave di lettura: comportamenti altruistici rientrano nelle regole sociali inscritte nel gruppo (colonia, o specie, o comunità). Credo che la diffusione virale di filmati che circolano in rete ormai, suscitando grande successo di visualizzazioni, che mostrano comportamenti di aiuto e soccorso altruistico tra animali porrà dei nuovi interrogativi e amplierà il campo di studi sull’argomento. Allo stato attuale, la comunità scientifica considera rilevanti e realmente documentati solo determinati esempi di comportamenti animali definibili altruistici: il caso di delfini che soccorrono compagni in difficoltà, il caso di elefanti che aiutano i piccoli o altri individui intrappolati, il caso degli usignoli che sviano i predatori dalla propria nidiata attirandoli verso di sé… C’è poi un case study trentennale sugli scimpanzé, che mostra in particolare un comportamento molto dispendioso per un singolo individuo a favore di un altro: l’adozione. Che sia intraspecifica o eterospecifica, questa attitudine trova una spiegazione interessante e innovativa in una lettura “epimeletica”, cioè della tendenza a offrire cure parentali a soggetti di cui si intravedano caratteristiche infantili e segnali propri di un cucciolo. Si possono inserire in questo filone anche le osservazioni più recenti sui lupi in natura che tendono a integrare la teoria dell’individuo alfa, spiegando il ruolo di leader di alcuni individui non come pura gerarchia fissa, ma con un ruolo contingente e con la capacità del leader di prendersi cura di individui più giovani e bisognosi e di somministrare cure parentali a cuccioli che diventeranno poi autonomi e creeranno un nuovo branco. Un’osservazione in più: le cure parentali e l’attenzione per il benessere di un altro individuo generano un profondo senso di gratificazione innescato a livello neocorticale e strettamente correlato allo sviluppo di comportamenti pro-sociali. La neocorteccia in particolare è molto sviluppata nell’uomo e nei primati e pertanto può spiegare l’esempio degli scimpanzé e delle loro adozioni, sia da parte di maschi che di femmine, verso orfani la cui sopravvivenza sia a rischio. Ogni azione nel mondo animale discende sempre da spiegazioni molto, molto lontane… La biologia e l’etologia studiano da tempo il fenomeno dell’altruismo nel modo animale. La mia domanda conclusiva è se non sia da riscrivere completamente il concetto di disinteresse, senza dimenticare che parlare di altruismo animale non può che includere, anziché distinguere, il comportamento umano. Ma senza dimenticare altrettanto che c’è una dimensione di sentimento e emozione in tutti gli animali irriducibile, insondabile, e che possiamo tuttavia percepire. Alcuni approfondimenti in rete: 1) Marchesini etologia 2) N. Patelli – I. Stradi, “Socialità e altruismo nel mondo animale” 3) S.I.S.C.A. Società Italiana di Scienze del Comportamento Animale 4) Scienze naturali.it (Immagine tratta dal Web)

Scritto il 21 Marzo 2018 da Simona Carmenati

Animali selvatici in difficoltà, come aiutarli davvero

Un argomento che mi sta molto a cuore è il soccorso alla fauna selvatica in difficoltà, attività doverosa e importante che richiede le giuste competenze e strumenti. Può capitare a tutti di incontrare un animale ferito o bisognoso e sarebbe opportuno avere tutti noi delle nozioni di base per sapere come fronteggiare l’emergenza. Se l’indifferenza uccide, in questi casi può del resto essere altrettanto dannoso anche agire sconsideratamente e senza cognizione di causa, sebbene in buona fede. PRIMA PARTE: SE E COME INTERVENIRE Per questa prima parte consiglio di consultare con attenzione questo sito di riferimento, in particolare la sezione “PRIMO SOCCORSO” che spiega quando è utile intervenire e quando invece dannoso, e nel primo caso dà indicazioni essenziali sui metodi di approccio, cattura e trasporto dell’animale verso strutture idonee. In sintesi un primo decalogo essenziale: Prima di intervenire è sempre meglio osservare la situazione da una certa distanza, chiedendosi se sia davvero il caso di raccogliere l’animale e, se sì, quale sia il modo migliore per prenderlo. NON TOCCATE MAI I PICCOLI DI CAPRIOLO o altri “falsi orfani”, e non asportate nidi o uova. MAI ridurre in cattività un animale selvatico per tenerlo “da compagnia”: lo scopo di ogni intervento è garantire il loro benessere e restituirli alla vita libera non appena possibile. Non somministrate MAI alcun tipo di farmaco di vostra iniziativa. Non lasciate mai un animale selvatico libero per casa o nell’abitacolo di un autoveicolo. Non alloggiate mai un animale selvatico insieme a cani, gatti, o altri animali domestici di proprietà. In presenza di un selvatico, muovetevi lentamente e parlate a bassa voce. Per un animale selvatico, una coccola è un’aggressione: toccateli il meno possibile! Non improvvisate i pasti: una dieta errata può ucciderli! Non affidate MAI un animale selvatico a un bambino: entrambi possono farsi molto male. In generale attenzione sempre alta a non mettere in pericolo se stessi, a maggior ragione se inesperti, e massima cautela nei confronti dell’animale: Evitare di peggiorare lo stato di lesioni o traumi dell’animale, o di metterlo in pericolo causandone la fuga Evitare di impaurire e stressare l’animale, situazione molto pericolosa per il selvatico, può essere letale. SECONDA PARTE: IL PUNTO DELLA SITUAZIONE Negli ultimi anni la questione del recupero e soccorso della fauna selvatica ha visto numerosi passaggi di mano e “scaricabarile” tra Regione, Provincia e Comuni, con la soppressione del corpo forestale e della polizia faunistica, il tutto ad aumentare una confusione che certo non aiuta nell’emergenza. LAV mette a disposizione un utile VADEMECUM su chi contattare in caso di incidenti che coinvolgano animali. Soggetto formalmente competente per la gestione e protezione della fauna selvatica è la Provincia, ma in alcuni casi interviene la Regione (per esempio in Lombardia, da dove scrivo). Per animali domestici o cosiddetti da cortile vaganti o feriti il primo riferimento è il Comune e le forze di polizia locali. Punto fisso in mezzo alla confusione amministrativa e normativa resta il ruolo effettivo delle strutture operativamente in campo per il soccorso e la cura dei selvatici, i CRAS (Centri Recupero Animali Selvatici), a cui le stesse istituzioni si rivolgono nell’emergenza. Sono circa un centinaio a livello nazionale (vedi “ELENCO CRAS” nel sito di riferimento http://www.recuperoselvatici.it), gestiti prevalentemente da associazioni o privati, che svolgono un ruolo essenziale e un lavoro instancabile in mezzo a mille difficoltà, primo tra tutti il reperimento dei fondi per il mantenimento delle strutture, non esistendo sovvenzioni espressamente dedicate a questa attività. Purtroppo la rete di strutture specializzate nel recupero fauna selvatica non è sufficientemente capillare, e questo causa rallentamenti nei soccorsi, penuria di risorse (medicinali, spazi, personale competente, mezzi di trasporto) e sovraffollamento nella degenza e nel mantenimento degli animali. In molti casi, nel varesotto per esempio, qualora un selvatico venga coinvolto in un incidente o trovato ferito il personale in grado di prendersene cura deve intervenire dividendosi all’interno di un’area dal raggio medio minimo di circa 50 Km. Attese interminabili per un animale dolorante e terrorizzato, troppo lunghe per scongiurare il rischio di soppressione. Ringrazio la dott.ssa Alessia Mariacher per la condivisione dei contenuti www.recuperoselvatici.it – Mariacher A. 2005. Indagine sui Centri di Recupero per Animali Selvatici in Italia. Dipartimento di Scienze Animali, Facoltà di Medicina Veterinaria, Università degli Studi di Padova, Legnaro. Nella foto sotto, volontari CRAS si prendono cura di una piccola faina orfana

Scritto il 22 Gennaio 2018 da Simona Carmenati

Nevicano lucciole

Ha nevicato l’altro giorno e fuori è rimasto tutto bianco. Effettivamente, la neve ha un grande potere: trasforma ogni cosa, suoni e visuale, pulisce, rende tutto “altro” rispetto al consueto.  E’ una delle manifestazioni della natura che particolarmente va vissuta “a occhio nudo”: perché non importa conoscerne il fenomeno, la composizione chimica, le condizioni che richiede per presentarsi, o saper prevedere quando arriverà, né pensare ai disagi che potrebbe comportare nel nostro quotidiano: la neve resta sempre e comunque qualcosa di magico ai nostri occhi. Qualcosa che ipnotizza lo sguardo e ci lascia sempre e comunque stupiti, e allegri. E quindi, perchè andare oltre? Tutti con il naso all’insù nel turbinio leggero e impalpabile dei fiocchi dalle infinite fantasie. Ma la magia più vera e ipnotica per me sta nel luccichio del suo manto alla luce, nei suoi cristalli luminosi che riflettono colori eterei… Penso a come sia attraente e affascinante  tutto ciò che brilla ed emana luce. Quali altri spettacoli della natura risultano per me particolarmente “magici”? Non maestosi, stupefacenti, meravigliosi, incredibili, ma magici? E allora immagino non solo la neve scintillante sotto la luna piena, ma un tornado di neve che attraversa la foresta come il suo spirito euforico… o l’intensità di un doppio arcobaleno che si tuffa nel mare, e sembra davvero un ponte verso qualcosa di bello… o la fulminea apparizione di una stella cadente, che sembra proprio doverti suggerire qualcosa se hai potuto vederla… Ma sopra tutto, niente mi rapisce di più delle lucciole in primavera… Le aspetto ogni anno come la tradizione più irrinunciabile, improvvisamente appaiono, volano leggere sul prato, sul laghetto, diventano sempre di più, si inseguono, fanno evoluzioni nella notte… Le ho incontrate nel bosco a sorpresa, nei pressi di Montemonaco; io speravo nell’incontro con una volpe o un cervo o chissà quale altro abitante, non pensavo a loro fino a quando ho iniziato a distinguerne il fiume luminoso in cui mi sono trovata immersa… non riuscivo a smettere di guardarle. Non riesco a vedere in loro “insetti”…no, devono proprio essere “insetti magici”… Migliaia di anime luminose a perdita d’occhio, e in mezzo alle quali perdere anche il proprio peso e le proprie zavorre. E voi, in cosa trovate la magia della natura?Perchè amiamo ciò che luccica? Una spiegazione in questo articolo

Scritto il 15 Gennaio 2018 da Simona Carmenati

Miele ferito

Ti ho visto, e sembrava che lo aspettassi. La tua sagoma in controluce. Era strano vederti là, a quell’ora, allo scoperto. Ma tu stavi là, in mezzo al prato, inondato di luce. Avevamo parlato di te poco prima. E di tutti gli altri… quando lo sparo ha zittito improvvisamente i nostri discorsi, e il canto degli uccelli, e il ruminare e lo sgrufolare tranquilli. Abbiamo sentito dentro di noi la fitta lancinante del tuo dolore. La tua incredulità. La tua paura. La tua confusione. Di solito sai esattamente cosa fare; ma di fronte a questo no, questa è un’ingiustizia che non ti appartiene, uno scontro ad armi impari, un contro ogni senso per il quale non sei equipaggiato. Non sapevi più dove andare, come lenire quel dolore, da cosa dover fuggire. Abbiamo voluto sperare che quel colpo fosse andato a vuoto. Tu eri lì, e io ti ho visto, e ho visto come trascinavi a fatica ma con tutta la tua dignità la tua zampa ferita. Una piccola volpe spettinata in controluce, che scompare zoppicando nella boscaglia. E sembrava stessi aspettando per dire che si, ti ha colpito, ma non abbattuto. Si, soffri molto, ma terrai duro, lo supererai. Costruirai la tua ferita e ne porterai i segni. E quando ti rivedrò, ti riconoscerò. Che tu possa guarire le ferite della paura, piccola volpe dagli occhi colore di miele. Sei molto più forte di chi vive nello spregio.

Scritto il 08 Gennaio 2018 da Simona Carmenati

2018

2018, primo giorno dell’anno: un agnello di circa 10 giorni si aggira smarrito in una radura. Fa freddo, c’è nebbia, a terra la neve fa spazio a una poltiglia fangosa e gelida in cui le zampe affondano e avanzano a fatica. Non sa dove andare, non sente più i richiami della mamma, né gli odori del gregge, sempre più deboli e lontani. E’ rimasto solo, è stato lasciato lì. Poco prima dell’arrivo della notte a cui non sarebbe sopravvissuto, nella radura sbuca per fortuna una famiglia umana. Va loro incontro, incredulo finalmente di una traccia di vita, si affida. Viene portato al Rifugio e preso in cura da mani esperte, subito si inserisce nel nuovo gregge e si stringe ai piccoli compagni che arrivano dallo stesso tipo di esperienza. La paura non è del tutto scomparsa ancora, perché il tempo passa cercando disperatamente la mamma, lanciando richiami la cui speranza di risposta resta disattesa. Vorrei che tu potessi sapere, mamma pecora, che il tuo piccolo non è perduto, che non sono riusciti a rubargli la sua possibilità di diventare una pecora libera e forte, che è circondato da amore, da compagni e non gli mancherà nulla… a parte tu, purtroppo. Vorrei ti tranquillizzassi per lui mamma pecora, perché anche tu lo starai chiamando e impazzendo di nostalgia, senza il suo belato. Non so cosa augurarti mamma pecora, forse non ci sei più qui in forma lanosa, ed è per questo che si sono voluti sbarazzare di lui. Comunque sia, spero ti arrivi questo messaggio: ce l’ha fatta, non dovrà più aver paura. 2018, terzo giorno dell’anno: il cielo è strano stamattina, la luce è particolare, sembra di stare sotto una grande coperta, a nord un fronte compatto grigio-azzurro, a est striature rosa aranciato, le montagne innevate in lontananza risaltano come illuminate a occhio di bue. Sotto la pioggerellina, la via semicentrale del paese è animata solo dallo scalpiccio disobbediente e irruente degli zoccoli di un pony. E’ scappato, ancora una volta, dal suo confortevole recinto e dalle sue mele, per farsi una corsa spensierata. Ma è pericoloso per strada per te, e sei già stato riportato a casa. Ma in quegli occhi c’era soddisfazione e divertimento per la tua marachella. E la promessa che lo farai certamente ancora ????In queste immagini: una delle bellissime illustrazioni di Revers Lab e due agnelli abbandonati salvati dal Rifugio.

Scritto il 04 Gennaio 2018 da Simona Carmenati

L'intelligenza della gallina

Una delle doti più apprezzate per umani e non è sicuramente l’“intelligenza”, intesa  comunemente come capacità di comprendere, di interpretare, e di agire di conseguenza. Dall’intelligenza nascono direttamente tante altre qualità che amiamo nei nostri simili e negli altri animali: l’efficacia delle azioni, l’espressione, l’efficienza, l’ironia, l’interazione,  la strategia, la sensibilità, l’empatia, l’astuzia… Ma l’intelligenza si misura con la conta dei neuroni della corteccia cerebrale? Ha senso voler paragonare “l’intelligenza” di individui di specie diverse? Una recente ricerca pubblicata su Frontiers in Neuroanatomy secondo la metodologia sviluppata dalla biologa Suzana Herculano-Houzel pone in proporzionalità diretta il numero dei neuroni corticali di un animale con la capacità di immagazzinare esperienza attraverso la quale capire ciò che accade. Ponendo il numero di neuroni come il parametro di misura dell’intelligenza animale, i 500 milioni circa di neuroni di un cane, per esempio, lo renderebbero più intelligente di un gatto, con i suoi 250 milioni di neuroni (“I cani sono più intelligenti dei gatti?” – National Geographic ). A mio avviso però studi strettamente quantitativi  devono essere integrati da altre considerazioni, come spiega per esempio l’etologo Roberto Marchesini quando parla di intelligenze animali. Gli animali si sono evoluti e diversificati in base a specializzazioni, e hanno conseguentemente sviluppato capacità strettamente specie-specifiche nella elaborazione e interpretazione del vissuto, del mondo esterno, dei problemi a cui sono sottoposti e a cui dover trovare soluzione. Le differenze di intelligenza diventano interessanti da osservare non dal punto di vista quantitativo, bensì qualitativo: non esiste una sola intelligenza, ma tante quante le specie animali, poichè ciascuna plasma la propria in reazione alle particolari esigenze a cui è soggetta e ai differenti scopi cha la natura di specie pone da raggiungere. Per arricchire l’esempio dell’articolo precedente, capiamo allora che il gatto “essendo un animale prevalentemente solista ha sviluppato un’intelligenza prevalentemente solutiva ed enigmistica; invece il cane, essendo un animale abituato a vivere in branco, ha sviluppato soprattutto un’intelligenza sociale. (…) Non esiste alcuna superiorità cognitiva di una specie rispetto ad un’altra, ma solo e soltanto differenze”, sintetizza Marchesini. Vi consiglio questo articolo che personalmente ho trovato magistrale. Vedi anche l’ultimo aggiornamento sul tema “intelligenza del cane e del gatto”.   (Sopra nella foto, una delle galline ospiti del Rifugio con la covata della scorsa primavera, cresciuti in libertà in mezzo a tanti animali di tante specie differenti)

Scritto il 16 Dicembre 2017 da Simona Carmenati