Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini parla di noi!

La pagina Facebook del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha pubblicato un nostro video realizzato con tanti spezzoni di riprese fatte nel bosco. LA FAUNA DEL PARCO "Gli animali sono simili a noi, e dobbiamo amarli per questo, perché il simile ama il simile in cui ritrova una parte di se stesso. Ma soprattutto dobbiamo imparare a conoscerli, perché l’amore, quello vero, è figlio della conoscenza." (Giorgio Celli) Un grazie al Parco Nazionale dei Monti Sibillini!!!Andate a vederlo al seguente link: www.facebook.com/video Se volete vedere tutte le foto e i video andate alla pagina https://www.facebook.com/occhiodeisibillini/

Scritto il 08 Agosto 2018 da #occhionascosto deisibillini

Un incontro a Tipicità

“Marche book style” a Tipicità è come una piazza di paese dove ci si incontra, si racconta e si conoscono persone. Noi siamo andati insieme ai nostri amici Fabiana Tassoni e Patrizio Guglini per annunciare la riapertura de “Il giardino delle farfalle”. E in questa occasione abbiamo conosciuto Elena Belmontesi di Smerillo, appassionata dei Monti Sibillini tanto da raccontarli nei suoi libri per bambini GUARDA CHI SI VEDE, GUARDA CHI SI RIVEDE e LE SCONTAFAVOLE.  GUARDA CHI SI VEDE –racconti di animali tra i Sibillini e il mare- è una raccolta di 10 racconti. Ognuno di essi ha come protagonista un animale (lucciola, falco, capriolo, gatto, pettirosso, volpe, scoiattolo, rondine, cane e coccinella) e racconta, dal punto di vista dell’animale, come le loro esistenze possano intrecciarsi a quelle degli uomini oppure episodi della loro vita. Tutti i racconti sono ambientati in un piccolo paese dell’entroterra fermano a metà strada tra i Sibillini e il mare, Smerillo, che offre i suoi vicoli, le sue piazzette, i suoi sentieri, i suoi boschi, i suoi panorami, per accogliere le storie di questi piccoli amici. Tutti gli ambienti descritti sono reali così come le caratteristiche e le abitudini degli animali. Ogni animale vive una storia o un’avventura che permette al lettore di ricavarne un insegnamento: dal valore dell’amicizia e della libertà che troviamo nella storia della volpe o del falco, fino al valore del racconto orale dei nostri nonni come viene descritto dallo scoiattolo. GUARDA CHI SI RIVEDE -gli animali dei Sibillini insegnano- (illustrazioni di Javiera Castro Aste) In questo libro sono sette gli animali che raccontano le usanze e le tradizioni delle persone che abitano i Monti Sibillini e che, attraverso le loro avventure, donano insegnamenti ai bambini ed ai grandi. Nei racconti si utilizzano varie forme narrative e descrittive che coinvolgono il bambino nelle avventure degli animali e che, attraverso la narrazione di antiche leggende, permettono di conoscere anche l'origine di alcuni detti popolari o, ad esempio, la simbologia dello stemma della Regione Marche.  Nella descrizione di antiche usanze sono stati mantenuti alcuni termini dialettali per permettere anche ai bambini di accedere a conoscenze, anche linguistiche, ormai in disuso. Le storie contenute nel libro sono: IL PICCHIO: narra la leggenda che ha dato origine al popolo dei Piceni intrecciata alla descrizione di come avviene la raccolta delle castagne. L’insegnamento riguarda l’importanza delle radici e il senso di appartenenza. LA FARFALLA: racconta di una metamorfosi e di come sia importante accettare i cambiamenti. L’AGNELLO: racconta come si faceva il formaggio e come sia necessario considerare che ogni nostra azione produce conseguenze su noi stessi e sugli altri. IL LUPO: qui si parla dei punti di vista: ogni cosa, a seconda di come la si osserva, assume un significato diverso. Il lupo è ogni nostro ALTRO, è l’eterna lotta tra il bene e il male, tra potente e debole, in tutte le accezioni. LA CORNACCHIA: ci fa riflettere sulla diversità e sul rispetto. IL CHIROCEFALO: parla di divisioni e di aiuto reciproco.  IL PULCINO: descrive il fare il pane e i dolci a casa e come, con fatica e passione, si possa raggiungere un obiettivo.  Le ricette dei dolci di mamma Iole che sono poi riportate nelle ultime pagine del libro permettono la sperimentazione di attività manuali e progettuali in una collaborazione adulto-bambino. LE SCONTAFAVOLE  (illustrazioni di Marco Salusti) Un insieme di storie e di racconti, quelli antichi, quelli che un tempo si raccontavano davanti al camino nelle sere d’inverno. Racconti di streghe e lupi mannari perché ai bambini non si raccontavano storie di principesse e di re ma si insegnava che il mondo non è un posto facile e che le difficoltà e le paure sono parte di noi. E poi le narrazioni classiche di fate e del regno della Regina Sibilla cucite per renderle adatta anche ai bambini con le descrizioni dettagliate dell’interno della grotta e della vita che vi si svolgeva.  Ma non solo questo. Un libro da leggere  senza pause, con il fiato sospeso e con una sorpresa finale. “Raccontò di come, più di una volta, si era imbattuta nelle streghe e di quella volta che ne aveva vista una davvero! Stava camminando come faceva in quel momento, sulla strada verso il cimitero, quando aveva sentito un movimento d’aria, come un refolo di vento. Intorno a lei era tutto calmo, una giornata serena, ma lì, esattamente dove si trovava lei, si era alzata una brezza improvvisa. Guardò in alto istintivamente e fu allora che la vide: la strega era là, come un’ala di gallina spennacchiata, che volteggiava sopra la sua testa creando un turbine d’aria che l’avvolgeva” Tutti i libri sono editi da GIACONI EDITORE e il tipo di carattere, la spaziatura e l’impaginazione sono stati studiati per offrire una facilitazione visiva anche a chi ha difficoltà di lettura.     Elena Belmontesi Sono nata a Smerillo (FM) piccolo borgo che lambisce il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, il 9 dicembre 1966.  Ho conseguito il D.U. in tecnico di logopedia presso l’Università degli studi di Padova e lavoro presso il Centro di Riabilitazione della Comunità di Capodarco a Porto S. Giorgio. Risiedo con la mia famiglia a Monte Urano. Sono un’appassionata di montagna, non un’alpinista, tutt’al più una “sibillinista” perché i Sibillini sono i  monti che ho conosciuto in compagnia di mio padre e che mi sono entrati nell’anima. Collaboro all’organizzazione del Festival “Le Parole della Montagna” e, nello specifico, del “festival dei bambini”. Sono autrice dei seguenti libri:   GUARDA CHI SI VEDE- racconti di animali tra i Sibillini e il mare (Giaconi Editore - 2012) TUTTO QUA – una storia dal grigio al giallo –(Giaconi  Editore - 2013) GUARDA CHI SI RIVEDE – gli animali dei Sibillini insegnano – (Giaconi Editore - 2015) 

Scritto il 05 Marzo 2018 da #occhionascosto deisibillini

La rinascita sugli sci, SASSOTETTO: nuovi impianti e nuove assunzioni

Investimenti e assunzioni al comprensorio sciistico di Sassotetto, a Sarnano. I lavori procedono a pieno ritmo per il nuovo impianto, con nuova sciovia, nuova pista e nuovo tapis roulant. Si sta “rispolverando” il versante di Vallelunga, trascurato per molti anni e ricercato dagli sciatori per il panorama mozzafiato, con alcune varianti. E i gestori della Sassotetto srl stanno cercando 20 persone come personale addetto agli impianti. Quindi AAA cercansi macchinisti, agenti di pedana, ma anche operatori edili, geologi. Diverse professionalità verranno assunte (per info c.minnetti@eurobuilding.it o stefano.marchegiani@gmail.com). I colloqui sono già iniziati. E non è detto che il personale venga assunto solo stagionalmente, perché il contratto potrebbe essere prolungato. Non solo: da mercoledì 6 dicembre apre i battenti, per tutti i giorni a venire, la Baita Euroski (mentre la Capannina alla Maddalena, nello stesso comprensorio sciistico, non si è mai fermata ma è aperta nei week end e punta ad una cucina di livello). Entrambe dotate di wi-fi, ogni settimana si organizzeranno appuntamenti musicali e culturali. Come quello che c’è stato domenica 26 novembre alla Capannina con “Magical Afternoon”, il pranzo in baita e lezione-spettacolo su Frida Kahlo e Sylvia Plath di Cesare Catà con Rebecca Liberati.  Nei giorni passati sono stati invitati dei supervisori tour operator per decidere il calendario.  Noleggi, laboratorio e scuola sci non mancheranno, mentre continuano i lavori di preparazione dello snow park, rimasto chiuso nel 2016. Inoltre i gestori vorrebbero organizzare lezioni pomeridiane gratuite per i bimbi terremotati di Ussita, qualora non dovessero riuscire a sciare a “casa” loro nemmeno quest’anno. “Malgrado il periodo difficile – commenta Stefano Marchegiani, gestore del Sassotetto Active Park – noi ci crediamo. Serve coraggio e vogliamo investire sulla montagna. La Baita Euroski sarà aperta tutti i giorni, anche durante la settimana, proprio per fare in modo che appassionati, sportivi e non, si riavvicinino. D’altronde a Sassotetto si scia guardando il mare”.  

Scritto il 02 Dicembre 2017 da Lucia Gentili

Nasce la rubrica "I MIEI MONTI SIBILLINI" a cura di Gianluca Carradorini

In trenta anni di attività nei Monti Sibillini ho effettuato più di 700 uscite tra escursioni e salite alpinistiche, percorrendo oltre 4000 km a piedi, tutte documentate. Sono salito su cime come Monte Acuto o Pizzo Regina o Monte Vettore anche 40 volte, da tutti i versanti, anche su vie nuove, in estate, in autunno, in inverno , in primavera, di giorno, di notte con la luna piena, con il sole, con la nebbia, con la bufera, con il temporale.  Nessuna è stata una banale salita, ognuna di esse mi ha mostrato aspetti nuovi della montagna, mi ha fatto vedere animali o piante nuove, colori e visioni diverse, mi ha dato nuove sensazioni.  Per questo non sono mai stanco delle mie montagne, quando ho bisogno di rilassarmi, bisogno di vedere da lontano, di far spaziare la mia vista a chilometri di distanza e non ai pochi metri della vita quotidiana, in modo da vedere meglio anche lo svolgimento della mia vita, allora parto e vado nei miei monti, lascio il mio stress ed i miei pensieri in macchina e mi innalzo.  Man mano che salgo, o che la salita si fa più impegnativa, la mia mente si purifica, si libera e quando ritorno sono caricato di nuova energia vitale, pronto ad affrontare gli impegni della vita quotidiana con maggiore vigore. Questa è la mia esperienza nel Monti Sibillini, ormai fa parte integrale della mia vita e non ne posso fare a meno, è un bisogno.  E in qualche altra montagna non sarebbe lo stesso, forse perché ho iniziato da giovanissimo a scoprire questi monti seppure piccoli ma che mi hanno dato sensazioni indimenticabili che ormai appartengono al mio modo di vivere.  In molte occasioni questa esperienza mi è servita ad affrontare le difficoltà della vita.  Durante gli studi universitari o nella mia carriera professionale ho affrontato esami e confronti difficili con lo stesso spirito con cui salgo le montagne, abbassando la testa, prendendo il ritmo di cammino e respirazione adeguato e ritrovandomi poi in cima senza difficoltà.  In questi ultimi anni i monti sono sovraccarichi di gente, perfino d’inverno. Tutti in montagna perché ormai è una moda e non perché è bella. Mi ricordo le prime volte che andavo a Pizzo Berro dalla Forcella del Farnio, il sentiero era appena accennato , adesso è diventato un fosso che sta creando anche una situazione a rischio idrogeologico.  Così si incontra gente a Pizzo Tre Vescovi ormai esausta che ti chiede quando manca per il M. Vettore o che a Pizzo Regina ti chiede dove si passa per andare a prendere l’acqua alle sorgenti dell’Ambro poste mille metri più in basso per poi pretendere di ritornare in cima o che emerge a Monte Porche d’inverno con i doposci senza piccozza e ramponi.  Non è questo il modo di andare in montagna, la montagna è severa e non perdona, essa va affrontata con rispetto, osservata e scoperta lentamente.  Pensavo che un giorno avrei terminato di scoprire i miei Monti Sibillini ma poi li ho studiati, osservati ed ho trovato i canali nascosti, le tracce di vecchi sentieri appena segnati sulle carte, i passaggi sulle cengie larghe appena 30 centimetri, le traversate su terreni dove mai nessuno è passato, ho aspettato le condizioni migliori per passare ed ho capito che i miei monti non finiranno mai anche se sono lunghi appena trenta chilometri ed un giorno ho impiegato “solo” 8 ore di cammino per attraversarli tutti da nord (M. Rotondo) a sud (Forca di Presta).  Cosi continua la mia avventura sui Monti Azzurri.  Credo che forse sia questo lo spirito ed il modo di affrontare e soprattutto di godersi la montagna per ricevere appieno dei benefici che offre.  Andate nei Monti Sibillini con rispetto ed osservateli bene, non sono poi così “piccoli e bassi”.   

Scritto il 28 Novembre 2017 da Gianluca Carradorini

Animali immortalati in comportamenti bizzarri

Cosa fanno gli animali quando nessuno li vede? Le telecamere hanno immortalato alcuni dei momenti più bizzarri, e a tratti inquietanti, degli animali. Le trail camera sono macchine fotografiche che si attivano automaticamente quando percepiscono movimento. Vengono comunemente usate per la caccia o per le fotografie di animali selvatici, ma alcuni degli scatti collezionati sono davvero atipici. Questi strumenti ci hanno infatti regalato alcune foto di animali nei loro momenti più bizzarri e insospettabili, per lo più inspiegabili, a volte divertenti, a volte lievemente inquietanti. Guarda tutta la foto-gallery sul sito di TPI al seguente link: https://www.tpi.it/foto/cosa-fanno-animali-quando-nessuno-vede/  

Scritto il 25 Novembre 2017 da #occhionascosto deisibillini

Ai piedi del monte Bove

Continua a fare visita ai Sibillini l’escursionista Gianluca Carradorini. C’è stata la catastrofe, il terremoto. Lui ha vissuto il prima e vuole vivere anche il dopo. Per questo ogni mese torna sui monti (questa volta ad accompagnarlo c’è il fratello Andrea) e immortala i cambiamenti effettuati dalla Natura. “Il 16 ottobre abbiano finalmente raggiunto in auto la frazione di Casali di Ussita, abbandonata: ci hanno accolto “solo” ben 9 cani da pastore”, inizia così il suo racconto-testimonianza.   “Da Casali siamo saliti per il Fosso di San Simone per andare a vedere gli effetti post-sisma – continua - in quanto il canale è formato nel lato sinistro da Scaglia Rossa frantumata in appoggio per faglia diretta sulla Maiolica e sul Calcare Massiccio de “Le Cute”, che, da notizie ricevute, si era mossa a seguito del terremoto del 26 ottobre 2016. Il Fosso di San Simone è completamente stravolto dall’ultima volta che lo avevo visto, nel 2015. Quindi siamo saliti ai Campi di Casali per osservare più da vicino le ferite della parete nord del Monte Bove.  Qui, nel bosco, alla base delle pareti e precisamente sotto allo spigolo nord-est, abbiamo notato un grande e ben visibile intaglio. Lasciava presumere che qualche grossa frana era arrivata fino allo stradone che sale da Calcara di Ussita per Poggio Paradiso e si era aperta un varco nel bosco. Abbiamo deciso di dirigerci alla base dello spigolo nord-est da dove parte la via di roccia Alletto-Consiglio per osservare cosa fosse successo. Dalla strada che sale verso la Val di Panico, prima della fonte omonima, abbiamo seguito il sentiero che scende verso Poggio Paradiso – Calcara; dopo circa 500 metri degli enormi massi bianchissimi, grandi come un’auto, giunti fino alla strada posta 250 metri di dislivello più in basso dello spigolo, ci hanno indicato la posizione dell’intaglio che avevamo visto. L’immagine dell’intaglio nel bosco è ben visibile anche su Google Earth. Poi siamo giunti fino all’attacco della via Alletto-Consiglio alla base dello spigolo nord-est del Monte Bove Nord, e la distruzione che abbiamo visto è impressionante”. Le immagini parlano da sole.              

Scritto il 24 Novembre 2017 da Lucia Gentili

Ripristinato il sentiero delle gole dell'infernaccio. Inaugurazione il 2 dicembre

Una passeggiata all'interno delle Gole dell'Infernaccio il 2 dicembre alle 10: è l'iniziativa, aperta a tutti, per inaugurare la fine dei lavori del sentiero che conduce all'Eremo di San Leonardo e alle Sorgenti del Tenna, passando per il Laghetto della Sibilla.Saranno presenti il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli, il sindaco di Montefortino Domenico Ciaffaroni e il direttore del Consorzio Tennacola spa Sergio Paolucci. E' stata liberata la via d'accesso alle gole dai massi del sisma e sono stati ripristinati 3 ponticelli (uno prima della gola, e gli altri due prima e dentro la galleria) ed una passerella. L'investimento finanziario complessivo è stato di circa 150 mila euro, il progetto gestito dalla Protezione Civile è stato affidato al Consorzio Idrico del Tennacola spa. (fonte: ansa.it) ATTENZIONE!!! Il 2 dicembre come scritto sopra sarà inaugurato il sentiero ma non riaperto ufficialmente, l'ordinanza di chiusura sarà revocata solo in primavera.

Scritto il 21 Novembre 2017 da #occhionascosto deisibillini

Nasce la rubrica "A occhio nudo" a cura di Simona Carmenati

Il nostro rapporto più immediato con la natura è a occhio nudo,  cioè attraverso i nostri sensi, il primo strumento di cui siamo equipaggiati e con cui osserviamo, ci immergiamo, conosciamo e ammiriamo. Ma l’occhio si sa è anche specchio dell’anima… e infatti uno dei momenti più potenti di interazione tra animali è nell’incontro di sguardi. Guardare negli occhi un animale significa vederne l’anima a nudo… e molte delle storie che incontrerete qui, infatti, mi sono state raccontate proprio nel momento in cui ho fissato i miei occhi in quelli di un altro animale.

Scritto il 15 Novembre 2017 da Simona Carmenati

Reportage dall'INFERNO: Val di Bove – Monte Bicco – Passo Cattivo

Il 17 giugno 2017, ottenuto un pass per raggiungere Frontignano, abbiamo percorso l’anello classico: Parcheggio Hotel Felicita – Val di Bove – Canale est del Monte Bicco – Monte Bicco - Monte Bove Sud – Passo Cattivo e siamo scesi per la strada sterrata fino al canalone dei campi da sci di Frontignano quindi velocemente fino all’auto. A parte la desolazione dei paesi attraversati in auto dopo oltre 7 mesi dal sisma, Visso, Ussita, Frontignano dove regna il totale silenzio, tutto si è fermato alla sera del 26 ottobre 2016, le macerie ancora sono tutte lì, non si incontra nessuno, non c’è assoluto movimento, non c’è nessuno che lavora, eppure il da fare non manca con centinaia di case crollate o lesionate di lavoro ce n’è per anni eppure nessuno sta facendo qualcosa. Paesi nel più totale stato di abbandono, nelle macerie stanno crescendo le piante e forse presto saranno sommerse dal verde e nascoste dalla natura così saremo dimenticati ancora di più al nostro destino. Che qualcuno abbia il coraggio di dirci che lo Stato è totalmente impotente di fronte a questa catastrofe e almeno ci metteremo al lavoro con le nostre forze a ricostruire anziché aspettare che la disperazione forzata ci porti alla stessa conclusione. Al ritorno solo a Pievetorina abbiamo visto gente al lavoro forse nella nuova lottizzazione fuori del paese dove credo dovranno realizzare le prime casette di legno. A Visso invece c’era una sola ruspa al lavoro nella demolizione di una abitazione parzialmente crollata prospiciente la strada principale, almeno qui l’hanno demolita anziché spendere dei soldi per la messa in sicurezza (facendo anche degli ulteriori danni) per poi demolirla tra qualche mese o forse qualche anno come hanno fatto in altri paesi !!!! Tralasciando le mie considerazioni riporto di seguito le immagini in ordine cronologico dell’inferno che abbiamo visto, nonostante la pessima qualità delle foto a causa della giornata nebbiosa ed afosa, pensavamo di aver visto già molta distruzione nelle precedenti uscite ma il peggio non l’avevamo ancora visto.          

Scritto il 19 Giugno 2017 da Alessio Vita

Rosa, la BAMBI accudita da "babbo" Marco

L’ha trovata nel boschetto, vicino al suo agriturismo: smarrita, senza mamma, con pochi giorni di vita. E adesso Rosa, dolce capriolo allattato e nutrito da Marco Antonelli, non riesce più a staccarsi da lui e lo considera come un papà.     Una storia a lieto fine ambientata a Comunanza, dove Marco ha l’agriturismo “Le Selve”. Quattro mesi fa ha visto il cucciolo aggirarsi intorno al suo locale. “Era una trovatella – racconta il ristoratore – e abbiamo deciso di prenderci cura di lei, accudirla finché non fosse in grado di mangiare da sola”. Un latte speciale, consigliato dal veterinario, e tante coccole le hanno permesso di diventare autonoma e, dopo quattro mesi, è stata “rilasciata” nel bosco. Ma la piccola Rosa considera ormai la casa di Marco il proprio nido, la sua famiglia, per cui ogni giorno non riesce a fare a meno di passare a salutarlo. Resta sempre intorno all’agriturismo. “Qui si sente al sicuro – spiega – protetta. Si avvicina agli altri esseri umani, si fa accarezzare, toccare, non ha più paura. Finché resta qui non dovrebbe succederle niente, nessuno le ha messo “gli occhi addosso””. Ormai Rosa è come un animale addomesticato, vive in libertà ma ogni tanto va a trovare i suoi a casa.  

Scritto il 09 Maggio 2017 da Lucia Gentili

Il viaggio di Carradorini alle "Pisciarelle". Com'è cambiato il paesaggio prima e dopo il sisma

Questo mese il dottor Gianluca Carradorini ci ha regalato una nuova scoperta: com’è diventata la zona delle “Pisciarelle”, all’imbocco della valle dell’Infernaccio, dopo il terremoto. “Sembra che vi sia scoppiata una bomba”, spiega. E le immagini parlano chiaro. Non tutti sanno che solo per una decina di giorni all’anno, i primi di aprile, il sole, tra le 16 e le 16.30, si insinua nel profondo della valle dell’Infernaccio riuscendo ad illuminare dal lato ovest le decine di cascatelle e rivoli d’acqua che, cadendo nel vuoto da un enorme tetto di roccia, formano le cosiddette “pisciarelle”. E’ come se qualcuno le accendesse la luce. Un fenomeno che permette agli appassionati di fotografia di poter realizzare bellissimi scatti. “Ma quest’anno, tra il terremoto e un’eccezionale nevicata, le forze della natura si sono scatenate con una potenza distruttiva enorme, come mai prima su questa valle – spiega l’escursionista -. Le scosse dell’ottobre 2016 hanno provocato distacchi di rocce dalle pareti sovrastanti del versante nord di Monte Zampa e frane che hanno stravolto la strada di accesso. La zona delle Pisciarelle è stata interessata da una valanga, stimata in circa 40.000 metri cubi di neve, che ha coperto perfino l’ingresso della galleria per superare le gole dell’Infernaccio e ha spazzato via il ponticello in cemento e legno che permetteva di attraversare l’impetuoso torrente Tenna (i suoi resti si trovano un centinaio di metri più a valle). Anche anni addietro ho visto grandi valanghe nella stessa zona ma mai così imponenti come quella di quest’anno. Piante di tutte le misure spezzate dalla furia della slavina e dalle frane, massi ovunque e una completa desolazione regnano in queste zone. Dallo slargo delle Pisciarelle si nota, nei torrioni dentro alla valle, anche la grande chiazza bianca della frana del Torrione destro de “Le Vene” che ha formato addirittura un laghetto nella valle del Tenna. Per motivi di sicurezza però non lo abbiamo raggiunto”. Carradorini tiene a fare una raccomandazione: “Premetto che attualmente la strada è sbarrata dopo circa un chilometro da Rubbiano, quindi il parcheggio di Valleria non è raggiungibile in auto e vige il divieto di accesso su tutta la valle a causa delle grosse frane presenti. Pertanto sconsiglio nel modo più assoluto di percorrere quest’anno tale itinerario, perché presenta ancora enormi pericoli oggettivi”.     Carradorini svolge la libera professione di chimico ed è disponibile per accompagnare gruppi di escursionisti nei vari sentieri, alla scoperta delle meraviglie del Parco. La sua conoscenza dei luoghi e della natura permettono di vivere a 360 gradi e in sicurezza l’avventura di un’escursione.   Per info su escursioni guidate: 0737.636355, 3337844353  

Scritto il 29 Aprile 2017 da Alessio Vita

Il rospo comune: la Carta d'identità

- Nome scientifico Bufo bufo (Rospo comune) - Famiglia Bufonidae (Bufonidi) - Classe Amphibia (Anfibi) - Dimensioni Si tratta dell’Anfibio autoctono di taglia maggiore presente in Italia ed in Europa: di corporatura tozza e robusta, gli adulti possono superare anche i 18 cm (femmine) ma in genere la lunghezza media è di 7,5-11 cm circa. La pelle è verrucosa e nella regione nucale sono evidenti le ghiandole parotoidi, prominenti e leggermente oblique. - Residenza (nelle Marche) E’ una specie ubiquitaria e ad ampia distribuzione: diffuso un po’ ovunque soprattutto in aree prossime a fossetti, rivoli, stagni e laghi, pur se in modo discontinuo in ambito prettamente urbano e peri-urbano. Al di sopra dei 1300 - 1500 metri di quota diventa via via più raro, anche per la scarsità di ambienti idonei alla riproduzione. Nei Monti Sibillini frequenta gran parte dei biotopi d’acqua dolce nella stagione riproduttiva, per poi rifugiarsi nelle aree di estivazione e svernamento che coincidono con boschetti e fasce ripariali più o meno limitrofe ai siti riproduttivi. - Professione e alimentazione E’ un vorace cacciatore crepuscolare e notturno di Invertebrati (molluschi, anellidi, insetti), specialmente di quelli che possono causare qualche danno negli orti e nei giardini, come le chiocciole e limacce, ad esempio. Un aiuto non di poco conto, insomma, e ben più ecologico di tanti prodotti chimici – spacciati per progresso – di cui potremmo fare benissimo a meno. Può essere predato da uccelli (rapaci diurni come la poiana, o ardeidi come l’airone cenerino) e mammiferi (come i mustelidi), anche se la produzione di sostanze alcaloidi dalle ghiandole della pelle lo rende indigesto a molti. I girini sono onnivori e, pur risultando sgradevoli al palato dei più, finiscono per essere predati da alcuni pesci e qualche serpente dalla “bocca buona” (bisce d’acqua). - Stato Per quanto il nome “comune” suggerisca una distribuzione ubiquitaria e un’ampia diffusione, negli ultimi 10-15 anni si è assistito ad un generale e progressivo calo numerico delle popolazioni di questo anfibio. - Carattere Come tutti gli anfibi ha un “carattere” schivo e timido, con abitudini prettamente notturne e crepuscolari. Generalmente solitari, maschi e femmine si ritrovano a condividere un po’ di tempo assieme solamente nel periodo riproduttivo. - La stagione degli amori La riproduzione avviene tra febbraio e giugno ed è preceduta da spettacolari migrazioni di massa - sincrone nell’ambito di popolazioni viciniori - dal luogo di svernamento (boschetti, fasce ripariali, aree incolte) ai siti riproduttivi (stagni, laghi, fossi e ruscelli), compiendo spostamenti anche notevoli (qualche chilometro). Spesso e volentieri le trasmigrazioni interessano tratti stradali molto trafficati e privi di protezioni laterali anti-attraversamento, cosicché si riscontra un’elevatissima mortalità in poche settimane (vedere, ad esempio, il lavoro di Fiacchini, 2011, per le Marche). Ogni femmina può deporre dalle 4000 alle 10000 uova, inserite in lunghi cordoni gelatinosi e trasparenti. Il maschio, più piccolo della femmina, sale sul dorso della compagna e la “abbraccia” saldamente, provvedendo così alla fecondazione esterna delle uova quando la coppia arriva in acqua. Capita di frequente, in primavera, di osservare coppie “allacciate” con la femmina a fare da… tassista ad uno o più maschi. Le larve (girini) nascono dopo alcune settimane e la metamorfosi si compie in 2-3 mesi.   -       Curiosità 1. Non è raro trovare maschietti, durante il periodo riproduttivo e in piena esplosione di odori e feromoni, attaccarsi a tutto ciò che si muove in prossimità dei siti riproduttivi: non sono rari i casi di rospi maschi “allacciati” a rane verdi o tritoni. Persino gli scarponi di escursionisti e ricercatori suscitano un certo fascino. Quando poi si cerca di spostare l’animale sollevandolo delicatamente per i fianchi, può capitare che il maschietto innamorato emetta un debole ma simpatico verso di avviso che, grosso modo, potrebbe essere tradotto così: “…non sono una femmina, non vi sbagliate…”. In effetti può succedere che un maschio si allacci con un altro maschio, scambiandolo per una rospetta: per evitare di perdere tempo inutilmente, il rospetto avvisa il consimile dell’errore. 2. E’ stato ritrovato anche a 1750 metri di quota sui Monti Sibillini, in una pozza d’abbeverata situata in località Passo Cattivo. Si tratta, per questa specie, di un piccolo “record” altitudinale per l’Appennino. 3. Mani bagnate, pelle sana. La pelle degli anfibi è un organo importantissimo per la difesa da parassiti e infezioni: deve essere sempre umida e grassa, così da favorire gli scambi respiratori ed impedire l’ingresso di eventuali patogeni. Per questo motivo, nel caso si dovesse spostare un rospo (magari in attraversamento su di una strada, quindi a rischio per il passaggio di veicoli) bisogna indossare un paio di guanti e bagnarli con un filo d’acqua (o strofinarli sull’erba umida). Manipolare un anfibio, rospo, rana o tritone che sia, a mani nude può causare danni anche gravi all’animale, e in alcuni casi possiamo trasmettere infezioni cutanee Bibliografia citata Bonardi, A., Manenti, R., Corbetta, A., Ferri, V., Fiacchini, D., Giovine, G., Macchi, S., Romanazzi, E., Soccini, C., Bottoni, L., Padoa Schioppa, E., Ficetola, G.F. (2011), Usefulness of volunteer data to measure the large scale decline of "common" toad populations. Biological Conservation,144: pp. 2328-2334 Qui trovate il testo completo dell’articolo. Fiacchini D., 2011. Monitoraggio delle migrazioni riproduttive di Bufo bufo nelle Marche. Pianura, 27: 40-44. Qui trovate il testo completo dell’articolo. Scoccianti, 2001. Amphibia. Ecologia della conservazione. WWF Italia – Sezione Toscana, Guido Persichino Editore.   - Filmografia e sitografia Spezzone di una puntata di Geo&Geo dedicata al Rospo comune https://www.youtube.com/watch?v=o-jVP2YuI2Q Video in inglese sul Rospo comune, con belle immagini https://www.youtube.com/watch?v=fqrj_zgrgeI Un libro dedicato ai… rospi! http://www.isoledellacampania.eu/files/L-ISOLA-DEI-ROSPI---libro.pdf Informazioni su biologia ed ecologia del Rospo comune http://blogamphibia.blogspot.it/2008/11/rospo-comune-bufo-bufo.html Scheda I.U.C.N. sul Rospo comune http://www.iucn.it/scheda.php?id=155407214 Articolo divulgativo sulle stragi silenziose che si consumano sulle strade italiane e marchigiane http://www.cronachemaceratesi.it/junior/2017/02/25/piove-occhio-al-rospo/14129/  

Scritto il 14 Marzo 2017 da Lucia Gentili

Il Camoscio Appenninico: la Carta d'Identità

Camoscio Appenninico: carta d'identità - Nome scientifico Rupicapra pyrenaica ornata - Famiglia Bovidae (Bovidi) - Classe Mammalia (Mammiferi) - Dimensioni Quello che viene definito “il più bel camoscio del mondo” misura fino a 130 cm di lunghezza per circa 80 cm di altezza al garrese (si tratta del punto più alto del dorso di un animale, tra collo e scapole). Il peso di un adulto non è mai superiore al mezzo quintale. Generalmente le femmine presentano una silhouette più slanciata e dimensioni minori.  - Residenza Segnatevi questa data, in apparenza insignificante ma – alla luce degli eventi che ne sono seguiti – a dir poco memorabile: mercoledì 10 settembre 2008. Una data che sarà incorniciata nella storia recente del Parco nazionale dei Monti Sibillini e resterà impressa tra i ricordi più belli di chi quel giorno può dire “io c’ero”. L’appuntamento, per una trentina di temerari (tra volontari, tecnici faunisti, funzionari del Parco e personale del Corpo Forestale dello Stato), è alle prime luci dell’alba a Frontignano di Ussita. Destinazione: una sella superpanoramica a quota 1900 metri, con l’occhio che spazia dal Pizzo Tre Vescovi alla Sibilla, dalla Priora al Berro, fino alla punta più alta del Monte Bove. La buona notizia arriva via radio ed è il dottor Fiorenzo Nicolini, all’epoca comandante del CTA della forestale con sede a Visso, ad annunciarla: “L’elicottero è decollato”. Trasporta un carico piccolo ma prezioso: due esemplari di Camoscio appenninico, il più bel camoscio del mondo, che poseranno i loro zoccoli sulle praterie dei Sibillini dopo qualche millennio di assenza forzata. Il progetto di reintroduzione di questo mammifero ungulato ricade nell’ambito della strategia nazionale di conservazione di una specie a rischio di estinzione, attuata dal Ministero dell’Ambiente d’intesa con regioni interessate, università e l’ex Istituto della Fauna Selvatica (ora ISPRA): ridotta a una quindicina di individui nel primo dopoguerra a causa di una spietata caccia e rifugiatasi nel massiccio centrale del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, solo negli ultimi anni la popolazione del Camoscio appenninico è tornata a crescere con continuità. Sono stati traslocati alcuni esemplari per formare nuovi nuclei riproduttivi in aree montuose dell’Appennino centrale abitate fino a qualche centinaio o migliaio di anni prima: il piano nazionale (si può consultare nel sito del Ministero dell’Ambiente) ha previsto la formazione nel giro una decina di anni di 5 neocolonie extra Parco nazionale d’Abruzzo, compresa quella dei Sibillini che ora conta un centinaio di esemplari a zonzo tra le rupi del Monte Bove e le cenge delle aree circostanti. Un magico ritorno, dunque, che arricchisce i Sibillini non soltanto dal punto di vista naturalistico (incremento della biodiversità), ma anche per quel che concerne l’appeal turistico-escursionistico dell’area protetta (attivazione di circuiti micro-economici locali). - Professione Il Camoscio appenninico nella nostra penisola vive in circoscritte aree montane, generalmente tra i 1200 e i 2200 metri di quota, tra praterie d’alta quota, pareti rocciose, rupi e foreste ricche di sottobosco. E’ un erbivoro la cui dieta comprende soprattutto piccole leguminose legate alla comunità vegetale del Festuco-Trifolietum. Le femmine e gli esemplari giovani vivono in branco, mentre i maschi si allontanano intorno ai 2 anni d’età, per poi tornare vicino ai branchi nel periodo riproduttivo. Il camoscio è abituato a vivere in luoghi impervi, soprattutto pareti rocciose molto ripide, dove vi si ripara per sfuggire agli attacchi dei predatori (lupo e aquila reale).     -Stato In generale si registra un aumento costante delle popolazioni nell’areale di distribuzione (con un trend non sempre positivo, negli anni, nel Parco nazionale d’Abruzzo), ma – considerate le piccole dimensioni delle neocolonie di recente costituzione – la specie non è ancora considerata “fuori pericolo”, soprattutto per la ridotta variabilità genetica. C’è poi da valutare l’interazione, sia competitiva che sanitaria, con il bestiame domestico (pecore e capre in primis) e con il cervo. Dai dati più recenti (2015) viene stimata una consistenza complessiva di circa 2600-2700 animali, di cui un centinaio nei Sibillini (censimento effettuato nella primavera del 2016). Trattandosi, dunque, di popolazioni ancora numericamente piccole, bisogna seguire alla lettera le indicazioni fornite dagli esperti che, spesso, possono sembrare troppo “restrittive” per i fruitori della montagna (come, ad esempio, il divieto di accedere con cani al seguito nei pochi sentieri di alta quota frequentati anche dal camoscio). Ogni forma di potenziale disturbo – anche lieve – che si assomma a quelle quotidianamente sperimentate dal camoscio è un ulteriore fattore di rischio che, allo stato attuale delle cose, non ci possiamo permettere di correre. -Carattere Come tutte le specie erbivore, anche il camoscio risulta avere un carattere decisamente tranquillo. Gregarie e solidali tra loro le femmine, più solitari e schivi (eccezion fatta per il periodo riproduttivo) i maschi. I piccoli mostrano, come in altri mammiferi, grande predilezione per il gioco. Quando è allarmato (per la presenza di un predatore o di cani al seguito di escursionisti, ad esempio), il camoscio emette un tipico fischio “di avvertimento” che mette in guardia i suoi consimili. -La stagione degli amori (accoppiamento) Alla fine dell'estate i maschi adulti, di norma oltre i 4-6 anni, si aggregano ai branchi costituiti dalle femmine e dai giovani: da questo periodo, gradualmente, iniziano sia il corteggiamento delle femmine che la competizione tra i potenziali padri, con intensità via via crescenti fino a raggiungere l'apice attorno alla metà di novembre, quando le femmine entrano in estro per essere fecondate. I combattimenti, gli inseguimenti e le altre attività di competizione tra i maschi – altamente dispendiose in termini di riserve energetiche – dipendono dall'età e dal vigore degli individui: si formano spesso gruppi di femmine che vengono difesi da un solo maschio che ne controlla di continuo lo stato ricettivo, tenendole quasi costantemente in branco e scacciando eventuali altri maschi competitori. I giovani rivali vengono normalmente inseguiti e scacciati per pochi metri, mentre i maschi adulti vengono rincorsi per distanze ben più lunghe: durante questa fase delicata e nel pieno periodo invernale i camosci sono più vulnerabili ai predatori abituali. Con l'arrivo delle prime pesanti nevicate termina il periodo riproduttivo e i camosci si dirigono verso le zone di svernamento. I piccoli nascono tra la prima decade di maggio e l'ultima di giugno; in questo periodo si assiste alla formazione di gruppi (di femmine e di kids) chiamati “asili nido”. I giovani camosci imparano presto a seguire la madre e a rifugiarsi sulle pareti più scoscese e irraggiungibili, dove sono più al sicuro dall'attacco di lupi e aquile.      - Curiosità (1) – Malattie Il bestiame allo stato brado (pecore, capre, bovini ed equini) possono essere portatori di malattie trasmissibili al camoscio in grado di influenzare negativamente soprattutto i nuclei in fase di colonizzazione di nuovi territori. A ciò si aggiunga la ridotta variabilità genetica presente nella sottospecie che rende gli esemplari estremamente simili tra loro, con la conseguente impossibilità di dare una risposta differenziata nei confronti di queste malattie. - Curiosità (2) – Protezione e… protezione! Il camoscio appenninico costituisce una delle entità faunistiche più rare in Italia, tanto da farlo inserire come specie prioritaria nell’Allegato II e IV della Direttiva Habitat 92/43/CEE e in altri regolamenti comunitari. E’ classificato come “vulnerabile” nella lista rossa dei mammiferi redatta nel 2008 dall’IUCN e dall’IUCN/SSC Caprinae Specialist Group (Shackleton et al.,1997). Inoltre è “particolarmente protetta” dalla legislazione italiana (legge 157/92). Un animale così “raro” attira curiosi (fotografi, naturalisti, turisti), e genera un microcircuito economico non di poco conto. E così è accaduto che alcuni cittadini residenti nel Parco d’Abruzzo abbiano protestato per il progetto di cattura, e successiva traslocazione fuori dal confine del Parco, di alcuni esemplari di camoscio: la “protezione”, in questo caso, era legata alla comprensibile preoccupazione di perdere l’esclusività di una simile attrattiva. Nella realtà dei fatti, poi, la bellezza dei territori – tanto abruzzesi quanto marchigiani – arricchita dalla diversità dei luoghi (per cultura. tradizioni, ecc) e dalla presenza dal camoscio, risulta un mix vincente per qualsiasi area si prenda in considerazione. E’ la gestione complessiva delle attività legate alla natura e al turismo (accoglienza, pacchetti turistici, ecc.) che fa poi la differenza.     - Curiosità (3) - Asili nido sui precipizi In primavera le femmine gravide si isolano su zone scoscese e boscose che rappresentano le aree di parto. All'incirca alla fine di maggio nascono i piccoli, in genere 1 o più raramente 2. I camosci formano i cosiddetti "asili nido", cioè gruppi formati da una o poche femmine adulte che si alternano con le altre madri nella custodia di numerosi piccoli in modo da potersi più facilmente nutrire, senza impegni di allattamento e di sorveglianza.  - Filmografia o biblio-sitografia (parlano di lui…ovvero film, libri mostre ecc. sull’animale che consiglieresti) http://www.camoscioappenninico.it/ Il piano di conservazione del Camoscio appenninico (Ministero dell’Ambiente) http://www.minambiente.it/biblioteca/quaderni-di-conservazione-della-natura-n-10-piano-dazione-nazionale-il-camoscio Articolo sul ritorno del camoscio come  esempio di “best practices” in Italia http://www.adnkronos.com/sostenibilita/best-practices/2016/07/28/ritorno-del-camoscio-appenninico-popolazione-aumento-del-nel_12iqrbNKv7Cbzwlb6auUXP.html Il ritorno del Camoscio appenninico nel Monti Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=zqv7bHHFvT0 Sibilla, il primo camoscio che torna a muovere gli zoccoli nei Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=yjBmdquKt0E                           Il progetto di reintroduzione del Camoscio appenninico nel Parco nazionale dei Monti Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=nnvE6ynuSy4 Progetto “Life Coornata” nel Parco nazionale dei Monti Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=G99zzkBVXfY Progetto “Life Praterie” – L’habitat del Camoscio appenninico https://www.youtube.com/watch?v=a1keRjogOU8 Alla scoperta del camoscio degli Appennini (breve video TGR Rai) http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/Marche-alla-scoperta-del-camoscio-degli-Appennini-e5aff5ff-6621-4bff-a65b-dd1ad8296d9f.html   David Fiacchini     Sportivo (pallavolista sin dal 1991), montanaro (nato alle sorgenti dell’Esino, all’ombra del Monte Corsegno), cultore del commercio equo & solidale, biologo per formazione (esperto in ambito zoologico) e docente liceale di Scienze naturali per… vocazione professionale. Amante della natura, rifugge dal caos e dallo stress (…o almeno ci prova). Attualmente cittadino inurbato per… cause di forza maggiore (leggasi terremoto). Le sue conoscenze sulla fauna (e non solo) dei Sibillini sono preziose per l’Occhio, che ha deciso di instaurare con lui una collaborazione mediante un appuntamento periodico sul popolo del bosco. Partiamo con il camoscio appenninico, l’“ultimo arrivato” nelle Marche, reintrodotto nella nostra regione dopo oltre un secolo. Un indizio per il prossimo animale protagonista…cra cra.

Scritto il 07 Marzo 2017 da Lucia Gentili

I sentieri dei Sibillini dopo il terremoto. Il punto della situazione dell'esperto Gianluca Carradorini

Dopo un mese di distanza dalle terribili scosse di fine ottobre, Gianluca Corradini ha fatto una prima timida uscita in montagna fino al Pizzo Tre Vescovi immortalando il prima e il dopo terremoto.      Dopo il 26 ottobre si è aperta una nuova scarpata 200 metri più a valle della prima, che corre sotto al cosiddetto “cordone del Vettore” alla base dello Scoglio dell’Aquila. Grandi frane si sono formate ovunque, come sulla strada che collega la Pintura di Bolognola al Rifugio del Fargno, in corrispondenza dell’ultima faggeta. La Croce di Pizzo Tre Vescovi è precipitata.  “E’ una riflessione di come 60 secondi possono cambiare la vita di noi abitanti delle zone montane e l’aspetto dei nostri monti”, spiega l’escursionista. “Sapevo ormai da 40 anni la pericolosità delle montagne – continua - sono passato più volte vicino a luoghi di morte come nella strada del Fargno dove sono presenti due lapidi di sventurati che hanno trovato lassù la fine dei loro giorni, nell’alta Val di Panico nel luogo dove è morto Giancarlo Grassi, uno degli alpinisti più famosi d’Italia, ma mai avrei pensato un giorno di vivere un’esperienza di distruzione di popoli e paesi così ampia. Personalmente ho pagato anche io il prezzo di vivere vicino alle montagne: il mio ufficio e il laboratorio chimico sono stati distrutti e la mia casa, seppure ancora integra per fortuna, si trova tra una desolazione di palazzi distrutti e disabitati. Nonostante le mie oltre 900 uscite sui Sibillini, avevo ancora in serbo tanti altri itinerari da inventare, scoprire e far scoprire agli appassionati. Ma ora sarà difficile anche solo immaginarli. Lassù tutto è cambiato e non sarà più come prima”.      

Scritto il 22 Febbraio 2017 da Lucia Gentili

Il Giro del Vettore per il “canale del terremoto” secondo Carradorini

“Il 3 settembre 2016 è stato risalito il monte Vettoretto per il canale che si trova nel suo versante sud, ribattezzato “Canale del terremoto”. Dalla strada che scende da Forca di Presta verso Pretare, sale verso la cima del monte e rappresenta la proiezione sulla superficie terrestre della faglia, che prosegue poi nel “cordone del Vettore” sul versante ovest della Cima del Redentore, il cui movimento ha scatenato il violento sisma del 24 agosto 2016. A seguito del terremoto, in tutta la faglia e in particolare nel canale di salita, si è aperta una continua e spaventosa fenditura nel terreno che, dalla strada, giunge fino al sentiero per il Monte Vettore in corrispondenza della Croce di Tito Zilioli per continuare visibile a tratti per altri chilometri lungo il “Cordone del Vettore” praticamente fino a Forca Viola. Questo itinerario ora non è consigliato percorrerlo, anche se comunque non ci sono espliciti divieti nella zona e il canale è privo da pericoli oggettivi nel tratto dalla strada Forca di Presta-Pretare fino alla Croce di Zilioli e alla cima del Monte Vettoretto. E’ assolutamente da evitare invece nel tratto dallo Scoglio dell’Aquila fino a tutto il Cordone del Vettore per il pericolo evidente di caduta di massi in caso di scosse. Durante la salita, il mio pensiero non è potuto che andare agli oltre 290 morti e a tutte le persone che hanno perso affetti, abitazioni, attività e suppellettili, sparsi nei vari paesi che si vedono, ai piedi del Monte Vettore, salendo nel canale. Tra qualche tempo, con la neve e la pioggia, la frattura nel terreno prodotta dal sisma si ricoprirà ma la più profonda frattura prodotta nelle vite delle moltissime persone che abitano la zona colpita rimarrà per sempre. L’itinerario proposto dovrà essere un ricordo nel tempo di queste tristi giornate per chiunque lo percorrerà, nella speranza che tali disastrosi eventi non si verifichino mai più”. Accesso:  L’itinerario prevede come base di partenza una piazzola di parcheggio raggiungibile in auto dalla strada che da Forca di Presta scende verso Pretare-Montegallo. La piazzola si trova a sinistra scendendo a circa un chilometro da Forca di Presta, ricavata su un tratto ghiaioso del versante del monte (358092,3 E – 4739649,8 N; 1480 m.). Duecento metri più a valle si nota l’inizio del canalone di salita.   Descrizione salita percorso fino alla cima del M. Vettoretto:  Dalla piazzola di parcheggio si sale il pendio per ampio evidente tratturo deviando al primo tornante verso il canale ghiaioso che sale a destra. (foto n.1; 358197,7 E- 4739800 N; 1490 m). Oppure si scende a piedi per un centinaio di metri sulla carrozzabile (auto bianca nella foto n.1) dove si nota la fenditura che ha inciso la strada asfaltata e la si segue in salita verso il canale sovrastante (foto n.2). Raggiunto il canale ci si innalza, senza itinerario tracciato, tenendosi nella sponda di sinistra più sicura da eventuali cadute di massi in quanto il pendio sovrastante è completamente erboso. Già in questo tratto è visibile nel terreno erboso nella sponda di destra la profonda fenditura. Risalendo il canale la fenditura si fa più netta nel terreno ghiaioso dove è presente pochissima vegetazione. A tratti è possibile scendere all’interno del canale in particolare nei pressi di alcune placche rocciose dove la fenditura si fa molto più evidente e profonda. Quindi si risale completamente il canale ed un successivo tratto erboso dove la fenditura scompare, in circa 1,5 ore dall’auto si raggiunge quindi una vecchia fontana apparentemente secca (aprire la valvola nel tombino a terra per avere acqua e farla scorrere per alcuni minuti) posta in un ripiano erboso (358085 E – 4740591 N; 1825 m). Dalla fontana per tracce di sentiero che sale in verticale nel sovrastante pendio erboso, in altri 15 minuti si raggiunge la sella e si intercetta il sentiero che sale da Forca di Presta verso il M. Vettore in corrispondenza della “Croce di Tito Zilioli” (357990,2 E – 4740941 N; 1960 m). Risalendo il sentiero per il M. Vettore, dopo circa 30 metri dalla croce metallica si ritrova di nuovo, nella sua spaventosa spettacolarità, la fenditura nel terreno dove, in questo tratto, rende ancora più evidente lo spostamento di circa 20 centimetri in altezza delle due placche poste ai lati della faglia (foto n. 9-10). Dalla croce di Zilioli per ampio sentiero si prosegue per altri 15 minuti fino alla cima del M. Vettoretto e volendo fino alla Forca delle Ciaole e Monte Vettore. Qui termina il tratto di itinerario più sicuro e facile, per il ritorno all’auto si ripercorre lo stesso itinerario di salita.       Descrizione  salita  percorso  integrale  (ASSOLUTAMENTE  DA  NON  EFFETTUARE  IN  QUESTO PERIODO con sciame sismico in atto) :   Dal ripiano del Monte Vettoretto anziché proseguire il sentiero per il Monte Vettore ci si sposta in lieve discesa sulla sinistra verso un canalino erboso fino a raggiungere la base della rocciosa cresta sud della Punta di Prato Pulito (357988,8 E – 4741212,3 N; 2010 m.). Qui si ritrova la faglia che rappresenta la prima parte del cosiddetto “Cordone del Vettore” e che si fa sempre più evidente man mano che ci si avvicina allo Scoglio dell’Aquila che si nota molto più in avanti. La traversata di questo tratto risulta impegnativa per la pendenza del terreno e la presenza di tratti erbosi alternati a ghiaioni, questo percorso è consigliato ad escursionisti esperti. Costeggiando sempre la base del cambio di pendio, in circa 40 minuti si arriva alla base dell’imponente scoglio dell’Aquila, con le sue alte pareti di calcare massiccio punteggiate da diverse vie di roccia (visibili spit). A quanto ci hanno riferito dei geologi UNICAM la fenditura alla base del Cordone del Vettore è visibile a tratti e percorre praticamente tutto il lungo versante ovest del massiccio fino all’altezza di Forca Viola. Quindi sempre in piano costeggiando il “Cordone del Vettore” si superano i vari canali che scendono dal versante ovest della Cima del Redentore. Successivamente il cordone si innalza fino a raggiungere un inciso canale denominato “La virgola” per il suo andamento sinuoso, questo tratto risulta faticoso ed impegnativo per la presenza di ghiaioni e roccette. Quindi superato il canale la faglia si innalza e la si segue fino alla cresta tra il M. Quarto S. Lorenzo e la Cima dell’Osservatorio. Dalla cresta si risale alla Cima del Redentore e quindi, sempre per cresta, si raggiunge la Cima del Lago, la Punta di Prato Pulito e quindi si scende al Rifugio Zilioli ed al M. Vettoretto per il classico sentiero chiudendo l’anello di salita. Discesa: Dalla cima del Monte Vettoretto per il sentiero si raggiunge la croce di Tito Zilioli e alla sella sottostante nel versante sud ci si immette nel pendio erboso dove è presente la fonte e quindi al canale sud di salita, in circa un’ora e mezza si raggiunge l’auto. Variante: Per evitare invece tutto il pericoloso Cordone del Vettore, in caso di scosse, è possibile traversare il pendio sud del massiccio montuoso 200 metri più in basso per il cosiddetto “sentiero delle fate” ormai in stato di totale abbandono e praticamente sconosciuto dalla bibliografia ufficiale dei Monti Sibillini. Solo il primo tratto di tale sentiero è visibile ed è possibile prenderlo dall’inizio quando si è giunti alla sella poco prima della Croce di Tito Zilioli dove si nota, nel pendio sottostante, la traccia che attraversa la Valle Santa e prosegue nel pendio opposto tra la Punta di Prato Pulito e la Cima del Lago dopodiché più avanti si perde tra l’erba per poi ritrovarsi a tratti oltre la verticale della Cima del Redentore. Il sentiero corre pressoché in quota attraversando tutti i vari canali che scendono dalle cime soprastanti ed arriva a congiungersi con il sentiero che da Forca Viola sale al Quarto S. Lorenzo. Quindi giunti alla cresta la si segue in direzione opposta raggiungendo la Cima del Redentore e scendendo per le classiche creste fino al Rifugio Zilioli ed al M. Vettoretto per “comodo” sentiero. Infine si riprende l’itinerario di discesa (canale di salita) per raggiungere l’auto.   GIANLUCA CARRADORINI - ANTONIO GALDI    3 SETTEMBRE 2016   CARTA SATELLITARE DEL PERCORSO CON: GIALLO: Percorso di avvicinamento in auto   ROSSO: Percorsi proposti VERDE: Percorso di discesa

Scritto il 21 Febbraio 2017 da Lucia Gentili
https://occhiodeisibillini.com/news/galleria-fotografica-autunno

Galleria Fotografica - Autunno

Scritto il 05 Dicembre 2018
da Gianluca Carradorini

Mentre sfogliate questa galleria di immagini insolite dei Monti Sibillini, perché riprese in posizioni o situazioni particolari della montagna, cercate di captare anche quello che nella foto c’è ma purtroppo non si vede e soprattutto non si sente. Dietro ad una foto c’è solo la visione del momento immortalato, ma tutto ciò che gli altri nostri sensi possono percepire, udito, olfatto, tatto, sentimenti, rimangono legati al ricordo del momento. Viaggiate con l’immaginazione e sentirete i suoni, i rumori, i profumi e soprattutto le sensazioni che sono comunque lì, all’interno della foto ma che solo stando sul posto o con l’immaginazione si riescono a sentire e talvolta sono più intensi e meravigliosi di ciò che i nostri occhi ci fanno vedere. D’autunno immaginate la luce limpida delle giornate terse che vi fa vedere cose lontanissime che la fotocamera non riesce ad immortalare, di innalzarvi dalle valli ed emergere da quegli immensi mari di nebbia che ci fanno sentire sul tetto del mondo, sopra ogni altra cosa e momentaneamente sopra ad ogni difficoltà della vita.Immaginate di aspettare in una cima l’arrivo del tramonto autunnale o con la prima neve, guardare le migliaia di luci che si accendono nelle valli, ascoltare il silenzio ed il freddo che si riappropria delle montagne, sentirvi padroni della montagna che ormai è solo vostra, non ci sarà più nessuno vicino a voi e sarete lontani da tutti e da tutto nella immensa felicità che avrete la fortuna di sentire dentro di voi. Già anche la felicità è un sentimento che non si può osservare in una foto ma che sentite solo dentro di voi vivendo quel momento, talvolta quell’attimo fuggente.Andate nei Monti Sibillini e godeteveli fino in fondo con tutti i vostri sensi, con tutto il vostro cuore.

https://occhiodeisibillini.com/news/galleria-fotografica-estate

Galleria Fotografica - Estate

Scritto il 28 Novembre 2018
da Gianluca Carradorini

Un’esplosione di colori, la fioritura e la lenticchia di Castelluccio L’estate è la stagione dei colori. Ormai famosa in tutto il mondo è la “fioritura” dei campi coltivati dei piani di Castelluccio di Norcia che ha luogo con il suo susseguirsi di colori, da metà giugno fino ai primi di agosto a seconda delle stagioni. In questi ultimi anni la “fioritura” si è fatta sempre più intensa e regolare, con enormi contrasti tra un campo e l’altro. Si passa da un campo rosso all’adiacente azzurro senza sfumatura, forse a causa dei cambiamenti climatici o della volontaria mano dell’uomo. Ogni anno sempre più visitatori e fotografi da tutto il mondo, ho incontrato perfino dei giapponesi, vengono ad immortalare questo straordinario spettacolo della natura. Altrettanto famosa è la lenticchia IGP di Castelluccio, lo squisito legume che ha ricevuto il marchio europeo della “Identificazione Geografica Protetta”, coltivata in un’area estesa su parte del Piano Grande e del Piano Piccolo ricadente nel Comune di Norcia (PG) e su parte del Pian Perduto ricadente nel comune di Castelsantangelo sul Nera (MC).La lenticchia di Castelluccio IGP si distingue dalle altre per il piccolo seme e la particolare resistenza alla contaminazione da parassiti, caratteristica innata che gli è conferita dall’ambiente naturale e dal clima rigido dell’altopiano, in cui cresce. La lenticchia secca, nome scientifico Lens culinaris e nome locale “lenta”, ha un bassissimo contenuto di grassi (1,2%) ed elevato contenuto di proteine (28%), carboidrati (57%) e ferro. La pianta è una annuale, erbacea, generalmente alta da 20 cm a 70 cm., ma a Castelluccio difficilmente supera i 40 cm. Gli steli sono dritti e ramificati, le foglie alterne, composte pennate, contano da 10 a 14 foglioline opposte, oblunghe e terminano con un viticcio generalmente semplice o bifido. I fiori, della grandezza di pochi millimetri, a corolla papilionacea, sono di color bianco o blu pallido e riuniti in grappoli da due a quattro, sono molto piccoli e non contribuiscono alla “fioritura” dei campi di Castelluccio, composta da papaveri, fiordalisi, brassica selvatica ecc..I frutti sono dei baccelli appiattiti, corti, contenenti uno-tre semi dalla caratteristica forma a lente leggermente bombata. Il colore dei semi è molto variabile a seconda delle varietà, quella di Castelluccio, come previsto dal disciplinare di produzione IGP, è di colore dal verde screziato al marroncino chiaro, con presenza di semi tigrati.La lenticchia veniva coltivata a Castelluccio fin dai tempi dei Romani secondo un susseguirsi di fasi lavorative tradizionali ormai modificate dall’avvento della tecnologia quali aratura, semina, fioritura, carpitura, ricacciatura, trita (ora trebbiatura), lu cantile, scamatura, conciatura, confezionamento e vendita.Erroneamente la fioritura iniziale dei campi di Castelluccio, di colore giallo, viene attribuita alla Lenticchia ma in realtà è prodotta dai fiori gialli della Brassica arvensis spontanea, che fiorisce prima. Colori all’infinito, sullo sfondo il Pizzo del Diavolo