Blog - Storie

I Sibillini tra lucciole e farfalle. Barbara Cerquetti racconta i segreti del bosco ai più piccoli

Biodiversità e leggende. Dalla farfalla “Parnassius Apollo” e le sue inconfondibili macchie ornate di nero e di rosso, ai laghi di Pilato, i Sibillini diventano teatro di storie per bambini grazie al tocco di penna di Barbara Cerquetti. La scrittrice, che gestisce una libreria a Civitanova Marche, promuove anche iniziative come favole animate, incontri con le scuole e pomeriggi letterari. Per la “Giaconi Editore” ha pubblicato “Il bosco delle lucciole”, “L’isola perduta”, “Il giardino delle farfalle”, “Il tranello e la soluzione matematica. In particolare “Il bosco delle lucciole” e “Il giardino delle farfalle” parlano delle nostre montagne.       Il primo, un romanzo breve, racconta di un’amicizia e di un’avventura nella zona di Castelluccio e del “lago con gli occhiali”. Protagonisti, due bambini, Paolino e Adele. Un innocuo morsetto ad un biscotto al cocco scatena l’ira della Fata Sibilla, custode della forza della natura e della sua innocente poesia silenziosa. “Il giardino delle farfalle” di Montalto di Cessapalombo, un piccolo spazio di natura incontaminata realmente esistente nel Parco nazionale dei Sibillini, ha invece ispirato la Cerquetti per il libro omonimo. Ogni mese ha la sua farfalla (eccetto i tre mesi invernali), con i suoi colori, regina di un episodio. E alla fine di ogni capitolo si può colorare la farfalle del mese. “Tante sono le specie locali che volano sui Sibillini – spiega l’autrice – come la farfalla “Apollo”, sensibile all’inquinamento, che vive sulle vette ed è in via d’estinzione. Sono rimasta incantata dal Giardino di Fabiana Tassoni e Patrizio Guglini a Montalto perché è a servizio della natura e non viceversa. Il museo delle farfalle è unico nel suo genere. E’ un modo anche questo di valorizzare il territorio”. Anche la Cerquetti vuole contrastare il rischio di desertificazione sulle nostre terre e sta raccogliendo le testimonianze dei terremotati per un progetto di solidarietà.  

Scritto il 10 Febbraio 2017 da Lucia Gentili

L'Arte di andare avanti, restando

Patrizia Vita aveva un bed and breakfast a Ussita, nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Un posto speciale, come lei. Il bnb non esiste più, è passato il terremoto. Ma Patrizia c’è ancora, eccome se c’è. Ed è quello che più conta. “Non siamo né eroi né reduci – tiene a precisare -. Qualcuno doveva rimanere, pure solo per portare il pranzo all’esercito e servire chi fa servizio. Pensiamo a quello che vorremmo diventare, sapendo che non è e non sarà mai come prima. So che la mia prossima strada uscirà da sola. Ad essere ottimisti qui non si parlerà di turismo per i prossimi quattro anni. La terra continua a tremare ed è necessario il riassetto dei sentieri”. Dal recupero degli abiti pesanti ai micetti rimasti soli da dare in adozione, dalle parole scambiate con chi arriva a controllare le seconde case al turnover delle sezioni operative dei vigili del fuoco, Patrizia e gli altri coraggiosi vivono alla giornata. “Non lasceremo mai sola questa terra – dice – non c’è un altro posto in cui vorremmo stare. Io qui mi sento a casa”. Perché - fuor di retorica - casa è veramente quel posto che ti porti dentro, e l’importante è che con te ci siano le persone giuste. Siano esse le squadre operative dei vigili del fuoco, “gli angeli” della Misericordia di Grottammare, volontari o militari. Lo spiega la stessa protagonista di questa storia di vita, Patrizia appunto, all’inizio del proprio racconto. Così lasciamo che le sue parole parlino per lei. “Mi capita spesso in questi giorni, mentre si mangia a tavola con i vigili del fuoco o con l’esercito, che mi chiedano: La tua casa? Il tuo lavoro? E io rispondo che non ho più una casa e nemmeno un lavoro perché la mia casa era il mio lavoro, la casa dell’Ortigiana. Mi piaceva tanto il nome Ortigiana, coniato dall’allora direttore del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Racchiudeva tutto, orto e artigiano, quello che volevo fare, insieme all’accoglienza. Una casa costruita poco a poco, con il fondamentale aiuto di Vito, che mi ha permesso di realizzare pian piano i miei sogni. Le stanze colorate, i capanni sistemati, l’orto impostato, il castagno di babbo. Le frasi, le scritte, i pancali, le sottomisure…u  Ce l’avevo quasi fatta, il 2016 stava andando bene, l’orto sinergico stava dando i suoi frutti, la calendula era cresciuta nell’aiuola di pietra come speravo, un tappeto arancio. Le fragole producevano costantemente nelle gomme delle macchine, lì vicino al capanno, le aromatiche invadevano ogni angolo insieme ai lamponi. Ho avuto ospiti meravigliosi, venuti per esplorare i Sibillini, per stare in pace, per stare accanto alla famiglia durante il mese di agosto e ho avuto ospiti che sono venuti solo per conoscere il mio progetto, il progetto della casa dell’Ortigiana. E si stava avverando anche quello che avevo sognato da quando mi sono trasferita: le erbe spontanee. Una collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche stava per far diventare Sorbo la frazione delle erbe. E il crowdfunding “metticiunapietra” (sono li le pietre, sotto al noce), lo spazio delle galline diventato una “nicchia”, un posto dove stare in pace leggendo un libro o semplicemente guardando il panorama. Quest’anno vi era cresciuta una zucca spontanea, l’ho raccolta poco prima dell’apocalisse, l’ho messa in cantina insieme alle cipolle, ai surgelati, ai liquorini, al miele,  alle scorte per il bnb. Ma poi è arrivato il 24 agosto e da quel giorno il tempo è stato scandito dalle scosse, devastanti, cattive, potenti. I due mesi che sono passati dal 24 agosto al 26 ottobre sono stati un incubo. La paura si era insinuata dentro di me, la casa ha retto bene, solo qualche piccola crepa, avevo ricominciato a lavorare, avevo ospitato i blogger di #ripartidaisibillini, avevo fatto un accordo con un fotografo naturalista per un progetto di un anno. Tentavo di ripartire ma la paura solo di entrare in casa o salire in mansarda spesso prendeva il sopravvento. La mia casa non era più mia amica, la mia casa, quella che mi ha protetto, la mia cuccia era diventata il mio peggior nemico. Cercavo di trovare la forza di andare avanti dicendomi “ci sono passati in tanti e ce l’hanno fatta” e ce l’avrei fatta anch’io, ero rientrata in casa, al primo piano ed ero sicura che  grazie ai miei ospiti forse sarei tornata anche in mansarda, forse avrei riacceso il caminetto e avrei passato i miei pomeriggi invernali sul divano, forse sarei ripartita, ma la paura era tanta, troppa, spesso offuscava ogni progetto. Le scosse del 26 e del 30 hanno fatto tacere ogni paura, hanno fatto in modo che in casa io non ci possa rientrare più, mi hanno dato il tempo di prendere lo stretto necessario per sopravvivere, buttato lì, in una coperta con disegnato l’Albero della vita, regalo di una cara amica. Ha  più di 10 anni quel telo.  Sembra passato un anno dal 24 agosto, troppe cose sono successe e quello che facevo prima è come un ricordo sbiadito. L’orto giardino, le erbe spontanee, il riciclo, l’autoproduzione, gli ospiti, i colori delle stanze, le scritte sui muri, le chiacchiere, l’amaca, i liquorini, i formaggi di Marco, il vino di Dario, la pasta madre di Monica, i saponi di Elisabetta non ci sono più e non so se ci saranno ancora. Troppo presto per pensare al futuro lontano, ora si vive all’ora. Devo imparare. Resilienza. La domanda successiva a quella della casa è: e tu come stai? Come sto… leggera, con lo stretto necessario per vivere che stava nel baule della mia KA. Il resto si vedrà quando si faranno i recuperi, non prima della prossima primavera. Meno è meglio, ne sono certa, vedo troppo dolore nelle persone che sono attaccate alle cose, troppo. Cosa dobbiamo vivere di più forte di quanto abbiamo già vissuto per capire che non siamo nulla, che la vita è un soffio, la vita di una persona non più valere più di qualsiasi oggetto materiale. Più e più volte ultimamente ho ripetuto che sono una persona fortunata, sono fortunata perché sono viva, perché ho tante persone che mi vogliono bene e che mi hanno aiutato economicamente senza che io chiedessi nulla permettendomi di prendermi del tempo per me, per accusare il colpo, per capire da dove ripartire e quando, perché nonostante non ho più casa, ho un posto dove andare e stare in pace quando ho bisogno di piangere e tirare un respiro di sollievo.  Reinventarsi ancora, di nuovo, lo avevo fatto appena quattro anni fa, poteva bastare. Evidentemente no, non bastava. Oggi la mia vita è in camper con Valentina, la persona che ha reso leggere le notti vagabonde di questi tre mesi, e con altri quattro reduci che non vogliono mollare la loro terra. Siamo su insieme a vigili del fuoco ed esercito a curare le ferite di una terra agonizzante, una terra martoriata dalla potenza di Madre Natura. Guardo le ferite del Monte Bove e penso alla furia delle rocce che cadevano la mattina del 30. Penso alla mia Sorbo che non c’e’ più, zona rossa, una delle frazioni più colpite…  Ci andavo tutti i giorni per dare il cibo a Leo, il gattino di casa, spaventato e scappato nelle notti del terremoto, impaurita dalle macerie e da panorami che non riconoscevo più, non c’e’ più nemmeno il cimitero con la sua torre, non c’e’ più Castelfantellino. Il panorama è irriconoscibile. Meglio in basso, con le tende, i camper, il rancio con i militari, il supporto alla meravigliosa Linda, a Giuseppe, ai vigili del fuoco. Aiuto a preparare un inverno in camper per controllare la nostra terra, per starle accanto, per coccolarla e non lasciarla in mano a sconosciuti. In attesa di una primavera che faccia tornare i nostri compaesani e ricominciare una parvenza di normalità in un posto che non sarà mai più lo stesso. Ma è troppo presto per pensare alla primavera, prima c’e’ l’inverno sperando che la terra smetta di tremare”.  

Scritto il 12 Gennaio 2017 da Lucia Gentili

I Sibillini feriti in bianco e nero - "Le nostre foto servono a non dimenticare", il racconto dei reporter Eddy Bucci e Eleonora Ponzio

Luci e ombre sui Sibillini, un chiaroscuro che descrive i contrasti di queste terre belle e ferite dal sisma. Che oggi più di prima devono essere riscoperte. Per questo Eddy Bucci ed Eleonora Ponzio, due fotografi di Ancona, hanno deciso di rendere immortali Arquata del Tronto, Castelluccio, Montegallo, Amandola e Gualdo immortalandole appunto. In tutta la loro fragilità e solitudine, dopo le scosse. Per fare in modo che nessuno dimentichi. Il loro intento infatti, dopo la presentazione del progetto al festival di prodotti tipici marchigiani Vino.Com e una mostra ad Ancona, è proseguire in una sorta di tour, un’esposizione itinerante. E tornare sulle stesse terre tra pochi giorni, ora che sono coperte dalla neve. “La particolarità del nostro lavoro - spiega Eddy - sta nel fatto che si tratta di documenti fotografici scattati con macchina analogica e su pellicola in bianco nero. Scelta fatta per esprimere al massimo la bellezza e assieme la drammaticità dei luoghi visitati”. “Raccontiamo una storia durata il tempo di una scossa - dice Eleonora -. La montagna si è sgranchita un po’ le gambe facendo piombare nel panico una regione intera, e non solo. Tutto il centro Italia ha tremato, rischiando di trasformarsi in un’enorme giungla desertificata, a tutto vantaggio delle giungle metropolitane sulla costa. È anche questa una storia che merita di essere raccontata. E noi abbiamo scelto di farlo attraverso la fotografia. L’ idea è quella di testimoniare lo stato di abbandono che ha colpito l’entroterra delle Marche dopo le forti scosse dell’autunno scorso”. E i due decidono di partire alla volta dei Sibillini di prima mattina, con il baule carico di rullini e di vecchie macchine fotografiche. Un viaggio di due giorni. “La nostra passione è la pellicola. Ci piace quell’attesa che consente di riflettere sullo scatto con più lucidità – continua -. Ma soprattutto ci piace lavorare su ogni scatto come un momento unico e irripetibile, che è anche un pretesto per narrare qualcosa di più grande e di più importante dell’immagine stessa. Non a caso abbiamo deciso di concentrarci su quel territorio che è l’antico regno della maga Sibilla, tradizionalmente popolato da streghe, cavalieri e frati ribelli. Un territorio carico di storia e di arcana bellezza su cui aleggia una secolare leggenda: si narra che l’enigmatica profetessa, figura mitologica di origine pagana, vivesse su quelle creste impervie aspettando di adescare un cavaliere nella sua grotta, per ivi trattenerlo eternamente. Come spesso accade, la realtà supera anche la più ardita immaginazione e ora la Sibilla pare essersi risvegliata da un lungo sonno, stavolta per ingoiare intere località montane e non solo eroici cavalieri solitari. Ne prendiamo atto e cerchiamo di guardare lo sfacelo con l’occhio attento e impassibile dei fotoreporter. Scavalchiamo transenne e strade dissestate per ottenere l’immagine più eloquente e suggestiva di un paese cancellato, Arquata del Tronto, facendo lo slalom tra macerie, divieti e posti di blocco, parlando con giornalisti, geologi e vigili del fuoco. Ma non basta l’obiettivo per scattare una bella foto: nella piana di Castelluccio, dove siamo catapultati in una dimensione surreale, il tempo si ferma come il respiro davanti a quello spettacolo desolato. Il monte Vettore si erge monolitico su uno sfondo di luce accecante e una sottile striscia di neve ricopre la rinomata faglia che inequivocabilmente sta tentando di spaccarlo. Nella piana la terra è umida e pronta a far affondare i nostri passi, come quell’enorme buca che si è formata a seguito delle scosse, ora transennata ma con tutta l’apparente intenzione di espandersi nel corso dell’inverno. Proseguendo lungo il percorso che va da Montegallo a Montemonaco è un continuo sfilare di paeselli distrutti, case sfondate come da un bombardamento, mandrie di mucche che pascolano beate nei vicoli dei centri disabitati. Accenniamo ai primi sintomi di stanchezza verso sera, quando dopo un’intensa giornata di lavoro questa terra straziata ci dona un magnifico tramonto, come a ringraziarci di essere passati. Gli occhi sono saturi di immagini, la testa piena di domande, camminiamo su quella terra con una sensazione di impotenza. Sotto le scarpe qualcosa si muove di continuo senza controllo. Non ci resta che tornare a casa ed attendere il momento in cui verranno rivelati quegli scatti in camera oscura. Solo allora potremo comporre il nostro racconto sul territorio della Sibilla, magico e incontaminato come in passato, mai come oggi degno di essere riscoperto”. LINK: eddybucci.jimdo.com  

Scritto il 10 Gennaio 2017 da Lucia Gentili

"Il Giardino delle Farfalle non deve morire", la parola ai gestori Fabiana e Patrizio

C’è un posto incantato a Montalto, frazione di Cessapalombo, creato con lo scopo di far conoscere il ciclo vitale che le farfalle compiono per diventare tali. Si possono osservare mentre volano di fiore in fiore, in assoluta libertà. Un piccolo spazio di natura incontaminata grazie alle cure di Fabiana Tassoni e Patrizio Guglini, marito e moglie. Come “demiurghi” hanno dato linfa al Giardino delle Farfalle, nel Parco nazionale dei Sibillini. Amore, dedizione e anni di sacrifici hanno permesso di registrare da aprile a settembre 6000 presenze. Se non fosse che la Casa, vicino al giardino, è stata profondamente ferita dal sisma. “Non è il terremoto a creare i disagi, ma l’uomo – dichiara Patrizio – e ora, per l’incapacità amministrativa delle persone e per le lungaggini burocratiche diventa un problema persino avere un container in cui trasferire il materiale”. Nella casa, la coppia organizzava appuntamenti di successo e degustazioni di prodotti tipici, come pane e pizza a base di farina macinata a pietra, coinvolgendo le aziende della zona. E’ l’anima del paese ed è necessario, per garantire la sopravvivenza di tutta Cessapalombo, fare in modo che l’attività riprenda al più presto. “E’ brutto ritrovarsi all’improvviso disoccupati e senza stipendio – dice Patrizio -. La casa si può riparare, ma senza lavoro non hai futuro. Non vogliamo essere né premiati né compatiti, abbiamo accettato la sfida di avviare un’attività in montagna per farla rivivere e perché amiamo la natura, ma ci sentiamo emarginati. E l’emarginazione c’era già prima del terremoto”. Patrizio e Fabiana hanno dato il massimo per regalare emozioni a grandi e piccini. Ogni bambino che visita il Giardino ne esce innamorato, i papà e le mamme partecipano alle escursioni, agli incontri culturali e ai laboratori proposti, che vanno da una colazione con l’entomologo ai corsi di educazione ambientale e alimentare. “Come lavoratore autonomo ho lavorato sodo anche durante la maternità senza entrate né sospensione dei contributi”, dichiara Fabiana. “Le parole sono sempre tante – prosegue il marito – ma l’equità sociale è inesistente, l’attenzione si riversa sulla costa. Vengono qui e ci dicono “beati voi che abitate in un simile paradiso” senza conoscere la fatica per mantenerlo. Iniziamo ad essere stufi, non si può mettere la classica pezza d’appoggio. Bisogna che le istituzioni ci ascoltino”. 

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Il Signore dei rifugi, la storia di Andrea Salvatori. Dal Fargno a Capanna Ghezzi, il progetto di un sognatore che sa fare

Vuole tenere la gente ad alta quota, per farle vedere il bello. Perché, se sotto c’è la chiesa distrutta, alzando gli occhi ci sono le vette, le persone che diventano amiche sul bancone di un rifugio, il cielo. Non molla Andrea Salvatori, che nasce come perito agrario, prosegue nel campo finanziario e approda in montagna. Dalle stalle alle stelle (letteralmente), dagli hotel di lusso in cui motivava i ragazzi svelando loro le strategie di vendita per la formazione al personale, è salito sul treno del Rifugio del Fargno. E non vuole scendere finché non ha completato l’anello dei rifugi alti, in barba al terremoto. Un giro che dovrà essere composto da sei strutture per altrettante notti da passare nel verde.   Il Rifugio del Fargno, situato sulla Forcella da cui prende il nome, nel comune di Ussita, è rimasto isolato; il casaletto sul Monte Argentella, a 2026 metri, si trova sopra la faglia; Capanna Ghezzi si trova sui Colli Alti e Bassi, nel comune di Norcia, ed è stata distrutta. Ma, al di là di due baite che ancora sono top secret, per il casale di Fematre, nella frazione di Visso, già si pensa al futuro. “Dato che la viabilità è compromessa – spiega Andrea – ho pensato ad una mobilità diversa per far rivivere questi luoghi. La fioritura di Fematre è un tesoro che deve essere condiviso. Grazie a Stefano Marchegiani di Frontignano Bike Park e a Roberto Canali, pronti a mettere a disposizione rispettivamente 25 bici elettriche e 60 muli, si potranno creare nuovi circuiti. Se tutto fila liscio, questo casale a primavera torna in funzione”. Il terremoto per lui e per chi ama la montagna d’altronde è una delle tante variabili della natura, va accettato. “E’ l’uomo che uccide, non il sisma”, dice. Andrea va avanti, riparerà quanto distrutto nei suoi angoli di paradiso, in quei rifugi in cui ha ritrovato se stesso. “Racchiudono quanto imparato dal passato - dice - sono in mezzo alla natura e posso organizzare il lavoro come piace a me”. Per questo, anche camminare per ore con quaranta chili sulle spalle pur di far sentire bene i propri ospiti, non è poi così pesante.   Basta salire per riempirsi gli occhi delle cime del Vettore, del Monte Rotondo e, nelle giornate di cielo limpido, ammirare la maestosità delle cime abruzzesi del Gran Sasso e della Majella, fino a perdersi nell’Adriatico. 

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Tutti pazzi per i Lupi. La Sibilla non perdona. Matteo Pallotto, il "pasionario" della montagna si racconta

Gli piace pensare che sia stata la Sibilla a farlo innamorare della montagna: l’incantesimo della fata, scoccato sette anni fa, alla prima uscita proprio sul Monte Sibilla insieme al fratello appassionato di fotografia, dura ancora oggi. Un colpo di fulmine, quello del belfortese Matteo Pallotto, che l’ha tramutato in Lupo della Sibilla, insieme ad altri amici “a caccia” di nuovi amanti della montagna. Lo scopo dei Lupi è diffondere la grande bellezza dei Sibillini con foto e racconti pubblicati sulla pagina facebook Lupi della Sibilla (che ha raggiunto i 5 mila iscritti) per regalare emozioni a chi non può viverle in prima persona e invogliare chi può a conoscere il territorio con l’escursionismo. L’idea di creare il gruppo è stata lanciata da Matteo, appenninista e istruttore del Club Alpino Italiano. Da quando ha incontrato la Sibilla non ha saltato un week end in montagna, con l’inseparabile Nilak, husky compagno di cordata. Gira per gli Appennini, più bassi e affascinanti delle Alpi, meno conosciuti e ricchi di ambienti selvaggi e incontaminati. Ha iniziato come autodidatta, piccozza alla mano, e poi ha iniziato a frequentare i corsi del Cai provando le manovre prima all’interno della palestra e poi sulla roccia, all’aperto. La sua ultima scalata, sul Monte Bove, risale a tre giorni prima del terremoto del 24 agosto: dalla via Aletto-Consiglio alla Val di Panico sospeso sopra Casali di Ussita e Frontignano. Un’immagine impressa nella mente perché nella realtà è stata cambiata dal terremoto. “Torneremo, riabbracceremo presto i Sibillini”, promette Matteo. Essendo ancora nella fase di emergenza e continuando lo sciame sismico, il Cai non ha ancora svelato la mappatura dei sentieri percorribili. In attesa che vengano ripristinate le condizioni di sicurezza, i Lupi pensano ad un evento pubblico per la ripartenza. Trekking, cordate, sentieri di cresta, bivacchi in tenda sotto le stelle, escursioni, a seconda delle capacità di ciascuno, saranno un modo di reagire e andare avanti. - A chi mi chiede: “Perché vai in montagna? Rispondo: “Se me lo chiedi non lo saprai mai” -  diceva Ed Viesturs. Frase che Matteo condivide, perché vuole che tutti possano finire sotto l’incantesimo della Sibilla, e innamorarsi della montagna, dei colori di un’alba invernale e della felicità assaporata sulla vetta. “La paura nella scalata c’è, sempre – spiega – ma evita di fare errori. Quando Sali sei completamente concentrato, la mente si svuota dei pensieri: pensi solo al prossimo appiglio, al prossimo appoggio. Il cammino è lento, può durare dalle 6 a mezzanotte. Metti alla prova le tue capacità, sei libero, al 100% responsabile delle tue azioni e al tempo stesso affidi la tua vita nelle mani del compagno di cordata. E’ la strada per la felicità”.    

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Non solo Cappuccetto Rosso. "La luna è dei lupi" piace a grandi e piccoli. Intervista all'autore Giuseppe Festa

Il mondo degli uomini visto dagli occhi dei lupi. Giuseppe Festa, che ha già conquistato critica e pubblico con il film documentario “Oltre la Frontiera”, diversi reportage sulla natura trasmessi dalla Rai e i due romanzi “Il passaggio dell’orso” (Salani, 2013; Mondadori Scuola, 2014) e “L’ombra del gattopardo” (Salani, 2014), racconta la storia di un branco della Sibilla nella terza opera “La luna è dei lupi”, sempre edita da Salani.   Il branco è costretto ad affrontare un viaggio oltre il confine, verso nuovi territori, e dovrà difendersi sia dagli uomini sia da branchi rivali. L’entrata in scena di un giovane ricercatore e di una volontaria, terrorizzata dai lupi perché da bambina è stata morsa da un cane randagio, darà il via ad una catena di eventi imprevedibili e prove da superare. In un gioco di specchi in cui il lettore può osservare la natura degli animali e degli uomini dal punto di vista dei lupi, in cui tutto è ribaltato perché, alla fine, siamo noi uomini che dovremmo convivere con loro. Come nasce “La luna è dei lupi”? Da una strana coincidenza. Avevo deciso di fare una vacanza sui Sibillini e avevo prenotato in un bed and breakfast a caso. La mattina stessa della partenza un mio amico mi manda un messaggio dicendomi di leggere un articolo sui lupi appena uscito. Arrivo sul posto e scopro che il proprietario del B & B, Massimo Dell’Orso, è il protagonista dell’articolo. Scatta immediatamente l’amicizia. E’ lui che mi ha fatto conoscere il wolf-howling: un’escursione notturna per studiare i lupi presenti sul territorio, che consiste nello stimolare la naturale capacità di risposta dei lupi ad uno stimolo sonoro, facendo risuonare degli ululati registrati. Contando il numero degli ululati si può stimare la popolazione. E’ stata un’esperienza unica. Avevo paura ma al tempo stesso l’ululato è un richiamo che evoca magia, istinti primordiali.   Chi è per lei il lupo? Il lupo ci inquieta, anche perché noi abbiamo perso quell’empatia con il mondo naturale che lui ancora conserva. E’ l’istinto, il legame con la terra, ciò che non c’è più in noi ma è impresso negli occhi del lupo. Dobbiamo scrollarci di dosso Cappuccetto Rosso.   Come nasce la sua passione per gli animali selvatici e la montagna? A vent’anni, quando studiavo Ingegneria a Milano, su una bacheca lessi che cercavano volontari per il Parco nazionale d’Abruzzo. Stanco della vita in città, mi sono fatto avanti e sono partito alla volta del Parco per tre settimane. Un’esperienza che ha segnato la mia vita, tanto che abbandonai Ingegneria e iniziai Scienze naturali. Mi sono laureato e per anni ho svolto l’attività di educatore ambientale. Amo la montagna e, malgrado sia di Milano, sono più per gli Appennini che per le Alpi.   Quale messaggio vuole lanciare con il suo ultimo romanzo? L’accettazione della diversità. Ad esempio nel branco compare un lupo ibrido, nato dall’incrocio tra un cane randagio e un lupo selvatico. Morfologicamente è un lupo, ma è di un colore diverso dagli altri lupi, è nero. Quindi diventa metafora della diffidenza culturale, religiosa, del colore della pelle con cui spesso ci rapportiamo all’altro.   A chi è rivolto questo libro? A tutti, è considerato un crossover adatto ad ogni età, perché può essere letto a più livelli. E’ adottato dalle scuole medie e superiori, ma coinvolge anche gli adulti.   C’è già qualcos’altro in cantiere? Sì, sto scrivendo la storia di un ragazzino non vedente dalla nascita, che ho conosciuto in montagna. Quando tornava dalle escursioni mi raccontava sempre: “Ho visto….ho visto…”. Mi ha colpito, perché la sua vista è fatta di tanti sensi che noi non usiamo o usiamo solo in parte.  

Scritto il 01 Novembre 2016 da Lucia Gentili
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