Rubrica - La voce della natura

Un'antica palla spinosa: il riccio

Tra una passeggiata al buio e una scorpacciata d’ insetti, il riccio non è cambiato granchè negli ultimi 15 milioni di anni: esso presenta caratteristiche morfologiche arcaiche come ad esempio la formula dentaria ed il cervello, che lo accomuna ai primi mammiferi comparsi sulla terra al termine del Cretaceo. Purtroppo molti di loro muoiono prima di festeggiare il proprio compleanno, tra quelli che vengono schiacciati ogni anno sulle strade, altri che assumono pesticidi sempre più potenti, o a causa della distruzione dei margini erbosi dei campi, dove i ricci amano farsi la tana. La sorte non è migliore nemmeno per i “ricci urbani” che vengono triturati dalle falciatrici, o infilano la testa in contenitori di alimenti e muoiono di fame; altri muoiono di diarrea per colpa dei benintenzionati che lasciano loro pane e latte. Il miglior modo di aiutare i ricci non è dar loro da mangiare ma lasciarli liberi di scorrazzare nell’orto. Un solo adulto è in grado di trangugiare 50 lumache in una sera. Grazie alla “palla spinosa” che formano per difesa, i ricci hanno pochissimi predatori naturali. Il tasso è l’unico animale con mascelle abbastanza forti da aprire un riccio appallottolato, anche se è vero che alcune volpi ci urinano sopra per costringerli a srotolarsi. Il riccio inoltre è estremamente immune al veleno: può sopravvivere al morso di una vipera che ucciderebbe una cavia in cinque minuti. La tanta resistenza può essere spiegata attraverso un comportamento particolare: l’ “AUTOSPUTO”, per cui il riccio si contorce fino a ricoprire il proprio dorso di cumuletti di saliva dopo aver masticato la pelle velenosa di un rospo, creando così una mousse tossica sugli aculei. In questo modo i predatori sono meno attratti. Un riccio adulto ha più di 5000 aculei, che altro non sono che peli cavi con un rinforzo di cheratina, la stessa sostanza di cui sono fatte le nostre unghie.  

Scritto il 04 Aprile 2019 da Margherita Buresta

E' ora di andare a pranzo. Il DNA รจ sul fornello

Studi recenti  condotti sulle proteine e sugli acidi nucleici hanno dimostrato che scimpanzè e gorilla assomigliano molto più all’uomo che all’ orangutan o al gibbone. Come si fa a sapere ciò? Attraverso  gli studi dell’antropologia molecolare che si sono concentrati  sulle strutture del DNA. Ogni specie vivente ha un proprio DNA che lo caratterizza ,quindi 2 specie diverse hanno DNA diversi e sono sempre più diversi quanto più le  2 specie sono lontane nella scala evolutiva. Un cavallo e un asino sono molto simili anche nell’aspetto esteriore e ed hanno i rispettivi DNA molto simili ;questo significa che si sono differenziati da un antenato comune in tempi recenti, invece quegli animali che hanno un codice genetico molto diverso, è perché si sono differenziati dall’ antenato comune in tempi molto lontani. Oggi la tecnica usata per confrontare i DNA di due specie diverse si chiama IBRIDAZIONE: es, nell’ uomo e nel gorilla viene riscaldata la doppia elica di DNA di tutti e due e vengono separati i filamenti. Successivamente un filamento di DNA dell’ uomo viene unito ad un filamento di DNA di gorilla, così da questa operazione si ottiene una doppia elica ibrida, ossia per metà umana e per metà scimmiesca. Ora  i due filamenti ,a freddo, si riavvolgono abbastanza bene, ma non in modo perfetto perché vi sono alcuni nucleotidi che non combaciano e quindi non si legano. Riscaldando questo DNA ibrido si nota che la temperatura necessaria alla separazione dei 2 filamenti ibridi è minore a quella che era servita a separare i 2 DNA puri. Perché ? Poiché ora è minore il numero di legami che tengono unite le due catene nucleotidiche, così si ottengono una serie di temperature di rottura dei legami di DNA ibridi che ci informano di quanto le due specie sono imparentate. Da queste ricerche appare evidente che uomo, scimpanzè e gorilla sono differenti solo per l’ aspetto esteriore ma la differenza è minima nel DNA. Un esempio  di differenza  è la  brachiazione, che comporta una clavicola molto lunga la quale permette alla spalla di compiere ogni tipo di movimento ,come appunto star appesi ad un ramo con le braccia ed oscillare. Le scimmie non antropomorfe non ne sono capaci. Questa tecnica di ibridazione è la stessa che ci permette ovviamente di capire le differenze tra i nostri amati cani ed i nostri affascinanti lupi ed è certo che la differenza tra i rispettivi DNA è minima come appunto è molto recente la loro divergenza evolutiva.  

Scritto il 04 Marzo 2019 da Margherita Buresta

Ma il cane fu domesticato a partire dal lupo?

La somiglianza tra lupi e cani è fortissima.   Esteriormente molti cani hanno un aspetto totalmente differente da quello dei lupi: prendiamo un barboncino, un chihuahua, un pastore tedesco o un siberian husky. Secondo voi chi si avvicina di più al lupo? Se avete optato per gli ultimi due la risposta non è del tutto corretta perché in realtà tutti i cani derivano dal lupo. Dal punto di vista genetico tra un lupo e un cane domestico è cambiato pochissimo, cioè il loro DNA è molto simile. Gli scienziati per tale motivo hanno modificato il nome latino del cane riducendolo a quello del lupo, infatti esso si definisce “Canis lupus familiaris”per spiegare chi fossero prima che li adottassimo.    La fedeltà, le posture comunicative dei cani sono tutti comportamenti lupini che sopravvivono anche nei “lupi domesticati” con i quali conviviamo.   Il termine “domesticato” significa “modificato geneticamente” rispetto agli antenati selvatici, mediante il controllo della selezione e alimentazione da parte dell’uomo. Un esempio pratico per spiegare questo concetto è il seguente: i giardini zoologici ospitano animali in cattività a differenza delle fattorie che ospitano animali domestici. Un lupo allevato in cattività si dice addomesticato perché reso mansueto ed è l’unico soggetto di tutta la sua specie ad esserlo. Gli animali domestici invece sono stati creati da noi a partire dai selvatici e riguarda tutti coloro che appartengono a quella specie perdendo quindi la loro selvaticità.   Ma allora il cane fu domesticato a partire dal lupo grigio che viveva in natura?   Questo è un concetto da sfatare perché i primi cani adottati non sono stati lupi ma simil-cani che si erano già differenziati spontaneamente prima di incontrare l’uomo.   Sicuramente si avvicinarono all’ uomo perché divenuti meno selvatici, meno aggressivi e meno diffidenti rispetto al lupo.   Attraverso il DNA-mitocondriale si può stabilire da quanto tempo una specie diverge dall’antenato comune perché il mitocondrio è un organulo cellulare dotato di un proprio DNA ed è ereditato solo dalla madre di generazione in generazione. Il cane inizia a divergere dal lupo circa 135 mila anni fa.  

Scritto il 11 Febbraio 2019 da Margherita Buresta

Amichevolezza e aspetto fisico sono collegati?

Studi scientifici hanno dimostrato che gli animali possessori di geni per la predisposizione amichevole hanno un aspetto diverso dagli altri. In altre parole possiamo dire che gli stessi geni che producono il desiderio di un contatto amichevole con gli altri esseri umani, si portano dietro una gran quantità di tratti fisici: questo spiegherebbe il lento processo della domesticazione.Darwin nel capitolo 1 de “L’origine della specie” osserva che stranamente in diversi mammiferi i geni che producono gli ormoni responsabili di smorzare la paura e l’aggressività sono gli stessi che producono orecchie cadenti, coda arricciata, pelo chiazzato, muso più schiacciato, cranio arrotondato (neotenia). Come facciamo a sapere che orecchie cadenti, coda arricciata, e propensione all’amicizia sono tutti collegati?Per spiegarlo dobbiamo introdurre le famose volpi russe. Nel 1959 alcuni scienziati, tra cui il più importante Dmitrji Beljaev, che lavoravano in Siberia, avviarono un esperimento sulla base genetica del comportamento che sarebbe durato decenni.   Per capire se la propensione all’amicizia ha origini genetiche, allevò in cattività 2 popolazioni di volpi. I membri di una delle 2 popolazioni si riproducevano casualmente. Nell’ altra popolazione invece potevano riprodursi solo le volpi che si comportavano in modo meno aggressivo nei confronti dell’essere umano. Gli scienziati erano interessati solo all’aggressività e non ai tratti esteriori ma ottennero di più di quello che si aspettavano: la linea delle volpi più amichevoli, di generazione in generazione, iniziava ad avere un aspetto diverso, cioè orecchie cadenti, mantelli chiazzati, diversa consistenza di pelo, code scodinzolanti, zampe piùcorte, teste più piccole con cervelli anch’essi più ridotti, e mostravano anche un comportamento sessuale non riproduttivo e fuori stagione. Non sorprende che le volpi con maggiore disponibilità all’amicizia avessero un’attività chimica cerebrale diversa da quelle paurose e aggressive verso gli esseri umani, perciò nelle volpi i geni che a livello cerebrale danno luogo a cambiamenti invisibili promuovendo un comportamento amichevole, sono anche responsabili di modificazioni dell’aspetto fisico molto visibile. Ciò dimostra che aspetto esteriore e amichevolezza sono collegati ma allo stesso tempo è sbagliato giustificare l’intero processo della domesticazione perché ha un andamento molto lungo e complesso che dura secoli, a differenza di quest’esperimento che tratta solo qualche decennio; oltretutto non tutte le volpi riuscivano con un carattere così amichevole, anzi mantenevano una certa selvaticità. Dal punto di vista etico, come afferma la dott.Grasso, non è nemmeno giusto che l’uomo si erga a padrone del mondo in grado di modificare qualsiasi cosa abbia sotto mano.Gli animali selvatici non si sono evoluti per vivere con l’uomo: la nostra vicinanza crea loro malessere per cui dovremmo rispettarli per ciò che sono.   Fonti:Carl Safina- Aldilà delle paroleLorenz-E l’uomo incontrò il caneAngelo Gazzano-Manuale di etologia del cane   Foto:Photo by Bruce Jastrow on UnsplashPhoto by Scott Walsh

Scritto il 28 Gennaio 2019 da Margherita Buresta

Il mio cuore di Orso

Il mio libro “il mio cuore di orso” nasce come una protesta verso un comportamento inadeguato che l’uomo ha tenuto nei confronti delle due orse Daniza e kj2, la cui fine è stata alquanto tragica.   Questo testo di zooantropologia didattica da un lato vuole insegnare ai bambini il rispetto per la Natura in modo da formare adulti più educati circa le tematiche ambientali, e dall’altro vuole dare un’infarinatura scientifica circa la flora e la fauna di ambienti tanto diversi da quelli in cui viviamo, come appunto i boschi.    In questo modo il bambino viene inserito in un concetto più ampio di biodiversità attraverso il quale apprende che il mondo non è proprietà esclusiva dell’essere umano (visione antropocentrica e specista) ma dovrà condividerlo pacificamente con altre creature (visione biocentrica e antispecista).   Il libro è strutturato in due parti: una narrativa e avventurosa in cui il lettore si ritrova a vivere nei panni di un orso, e una scientifica dove spiego alcune curiosità sugli animali.   Oltre al rispetto per la Natura sono inclusi altri temi altrettanto attuali da debellare come la paura del diverso, il dramma del pregiudizio o altri valori più positivi come l’amicizia ed il senso di famiglia, per cui durante la lettura credo che il bambino possa apprendere altri concetti costruttivi oltre a quello principale che è la giusta interazione con gli animali.  

Scritto il 19 Gennaio 2019 da Margherita Buresta
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