Un'antica palla spinosa: il riccio

Scritto il 04 Aprile 2019 da Margherita Buresta

Tra una passeggiata al buio e una scorpacciata d’ insetti, il riccio non è cambiato granchè negli ultimi 15 milioni di anni: esso presenta caratteristiche morfologiche arcaiche come ad esempio la formula dentaria ed il cervello, che lo accomuna ai primi mammiferi comparsi sulla terra al termine del Cretaceo.

Purtroppo molti di loro muoiono prima di festeggiare il proprio compleanno, tra quelli che vengono schiacciati ogni anno sulle strade, altri che assumono pesticidi sempre più potenti, o a causa della distruzione dei margini erbosi dei campi, dove i ricci amano farsi la tana. La sorte non è migliore nemmeno per i “ricci urbani” che vengono triturati dalle falciatrici, o infilano la testa in contenitori di alimenti e muoiono di fame; altri muoiono di diarrea per colpa dei benintenzionati che lasciano loro pane e latte. Il miglior modo di aiutare i ricci non è dar loro da mangiare ma lasciarli liberi di scorrazzare nell’orto. Un solo adulto è in grado di trangugiare 50 lumache in una sera.

Grazie alla “palla spinosa” che formano per difesa, i ricci hanno pochissimi predatori naturali. Il tasso è l’unico animale con mascelle abbastanza forti da aprire un riccio appallottolato, anche se è vero che alcune volpi ci urinano sopra per costringerli a srotolarsi.

Il riccio inoltre è estremamente immune al veleno: può sopravvivere al morso di una vipera che ucciderebbe una cavia in cinque minuti. La tanta resistenza può essere spiegata attraverso un comportamento particolare: l’ “AUTOSPUTO”, per cui il riccio si contorce fino a ricoprire il proprio dorso di cumuletti di saliva dopo aver masticato la pelle velenosa di un rospo, creando così una mousse tossica sugli aculei. In questo modo i predatori sono meno attratti.

Un riccio adulto ha più di 5000 aculei, che altro non sono che peli cavi con un rinforzo di cheratina, la stessa sostanza di cui sono fatte le nostre unghie.

 

Margherita Buresta

La mia passione per la natura è nata fin da quand’ero piccolina. I colori del bosco, i suoi profumi ed i suoi abitanti selvatici hanno sempre suscitato in me quel senso di magia che poi si è trasformato anche in curiosità di conoscerne i meccanismi dal punto di vista scientifico. Questi ingredienti hanno contribuito alla stesura del mio libro di zooantropologia didattica “Il mio cuore di orso”, che ha un duplice scopo: uno educativo, poiché attraverso la parte narrativa vorrei sensibilizzare la nuova generazione verso queste tematiche ancora poco trattate stimolandone la sfera cognitiva, emozionale, sociale e dell’immaginazione, e uno scientifico perché getta le basi della conoscenza della fauna selvatica e flora boschiva. Questo libro racchiude il mio percorso di studi, a partire da quelli socio-psico-pedagogici, che mi hanno portato ad intraprendere la strada dell’insegnamento, fino a quelli scientifici durante i quali subii talmente tanto il fascino dell’etologia da decidere di virare drasticamente verso la cinofilia e lo studio del comportamento del cane al fine di educare i proprietari al raggiungimento di una corretta interazione con un essere diverso da noi e che ha un proprio linguaggio(metalinguistica), utilizzando il metodo cognitivo-zooantropologico. “Non puoi conoscere il cane se non conosci il lupo”, mi disse la mia insegnante, così dal domestico iniziai ad interessarmi al selvatico, sia facendo osservazioni dirette in natura, che formandomi ulteriormente in “Basi di Etologia, Comportamento e Benessere Animale”, successivamente in “Etologia Etica” e “Comunicazione e divulgazione scientifica”, certificati direttamente dal prestigioso comitato scientifico di Eticoscienza. Presso l’Università di Scienze Fisiche e Geologiche di Perugia ho Frequentato la Scuola di Paleoantropologia perché il mio studio del comportamento animale non può non riguardare anche noi in quanto Homo Sapiens, visto che siamo animali e coinquilini della terra esattamente come tutte le altre specie, e non i padroni. Quello che vorrei comunicare attraverso i miei progetti è proprio questa visione biocentrica del mondo, che si contrappone a quella antropocentrica e specista in cui tutto viene “umanizzato”. Ci tengo a specificare, in quanto Guardia eco-zoofila dell’Organizzazione Internazionale della Protezione Animali, che essi sono tutelati dal punto di vista giuridico e questo fatto fa ben sperare perché significa che, se pur lentamente, la sensibilità verso gli animali aumenta.