"Le mosche dell'uomo bianco"

Scritto il 05 Giugno 2019 da Margherita Buresta

Così chiamarono le api domestiche i nativi americani. Eh si, perché esse non si sono evolute nel Nuovo Mondo ma ve le portarono i coloni inglesi. Quindi parlano Inglese? Scherzi a parte, tolto il linguaggio umano, la forma di comunicazione più sofisticata non è opera di una scimmia antropomorfa, ma di un insetto. Le api domestiche sanno dirsi la qualità, la distanza e l’ubicazione precisa di una fonte di cibo grazie a una complessa sequenza di movimenti e vibrazioni detta “Waggle dance” o “danza scodinzolante”. 

 

Ogni scodinzolio ha un preciso significato, cioè il fatto di trovarsi a circa 45 metri dall‘alveare. Questa scoperta, nel 1945, fece assegnare l’ unico premio Nobel che sia mai stato assegnato sul comportamento animale a Karl von Frisch.

 

Ultimamente altre ricerche hanno contribuito a completare il quadro. Le api hanno il senso del tempo; la capacità di vedere nella gamma della radiazione ultravioletta fa sì che siano più attratte dal calore e dalla forma di alcuni fiori che da altri; imparano dall’esperienza. Sono perfino in grado di riconoscere le facce umane: che creaturine con un cervello grosso quanto la capocchia di uno spillo siano in grado di farlo è notevolissimo. Le api che vengono ricompensate con il nettare quando si mostrano loro le foto di certe facce, e non di altre, imparano in fretta a riconoscere la differenza. Ma non sopravvalutiamola questa capacità.  Le api non “pensano” in modo significativo, cioè comunicano sempre su due argomenti: il cibo e il sito del prossimo alveare. Chiaramente, le “facce” dell’esperimento funzionarono in quanto fiori stravaganti, non in quanto persone con cui fare conoscenza. Diciamo che l’ape non potrà mai diventare animale da salotto!!!

 

Le api erano sacre ai Greci, agli Egizi e ai Babilonesi. L’alveare è indice di una società ordinatissima, ma è anche un luogo di grande drammaticità. Appena ammazzate le sorelle, una nuova regina compie “il volo nunziale” e si accoppia a mezz’aria con quindici fuchi, i quali muoiono tutti (il pene esplode con un udibile “PLOP”, e l’ estremità resta dentro la regina come un tappo). La regina successivamente torna a bordo con abbastanza sperma da approvvigionare l’ intera colonia da sola, ed è capace di deporre fino a 15.000 uova al giorno, nel corso della sua vita triennale. Essa viene costantemente nutrita e tolettata  da alcune operaie femmine dette “ancelle”. Ogni tanto però l’equilibrio vacilla e le operaie femmine iniziano a deporre anche loro ma puntualmente tutte le loro uova vengono mangiate in un batter d’occhio dalle altre operaie.

 

L’ape europea (Apis millifera) inoltre ci fornisce una famose secrezione detta MIELE. Sigillato e conservato come si deve, esso è il solo cibo che non si deteriora. Gli archeologi hanno  trovato e assaggiato del miele rinvenuto nelle tombe dei faraoni egizi. Il miele è “igroscopico”, cioè può assorbire e trattenere l’ umidità in modo che qualsiasi muffa  e batterio lo tocchi perda in fretta la propria ,di umidità, e muoia.

Senza api non ci sarebbe agricoltura: un boccone di cibo su tre lo dobbiamo a loro.

 

Ne approfitto per fare un monito contro i pesticidi.  Impariamo a rispettare il gigantesco valore di questo piccolo insettino.

 

Margherita Buresta

La mia passione per la natura è nata fin da quand’ero piccolina. I colori del bosco, i suoi profumi ed i suoi abitanti selvatici hanno sempre suscitato in me quel senso di magia che poi si è trasformato anche in curiosità di conoscerne i meccanismi dal punto di vista scientifico. Questi ingredienti hanno contribuito alla stesura del mio libro di zooantropologia didattica “Il mio cuore di orso”, che ha un duplice scopo: uno educativo, poiché attraverso la parte narrativa vorrei sensibilizzare la nuova generazione verso queste tematiche ancora poco trattate stimolandone la sfera cognitiva, emozionale, sociale e dell’immaginazione, e uno scientifico perché getta le basi della conoscenza della fauna selvatica e flora boschiva. Questo libro racchiude il mio percorso di studi, a partire da quelli socio-psico-pedagogici, che mi hanno portato ad intraprendere la strada dell’insegnamento, fino a quelli scientifici durante i quali subii talmente tanto il fascino dell’etologia da decidere di virare drasticamente verso la cinofilia e lo studio del comportamento del cane al fine di educare i proprietari al raggiungimento di una corretta interazione con un essere diverso da noi e che ha un proprio linguaggio(metalinguistica), utilizzando il metodo cognitivo-zooantropologico. “Non puoi conoscere il cane se non conosci il lupo”, mi disse la mia insegnante, così dal domestico iniziai ad interessarmi al selvatico, sia facendo osservazioni dirette in natura, che formandomi ulteriormente in “Basi di Etologia, Comportamento e Benessere Animale”, successivamente in “Etologia Etica” e “Comunicazione e divulgazione scientifica”, certificati direttamente dal prestigioso comitato scientifico di Eticoscienza. Presso l’Università di Scienze Fisiche e Geologiche di Perugia ho Frequentato la Scuola di Paleoantropologia perché il mio studio del comportamento animale non può non riguardare anche noi in quanto Homo Sapiens, visto che siamo animali e coinquilini della terra esattamente come tutte le altre specie, e non i padroni. Quello che vorrei comunicare attraverso i miei progetti è proprio questa visione biocentrica del mondo, che si contrappone a quella antropocentrica e specista in cui tutto viene “umanizzato”. Ci tengo a specificare, in quanto Guardia eco-zoofila dell’Organizzazione Internazionale della Protezione Animali, che essi sono tutelati dal punto di vista giuridico e questo fatto fa ben sperare perché significa che, se pur lentamente, la sensibilità verso gli animali aumenta.