Blog - Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Il rospo comune: la Carta d'identità

- Nome scientifico Bufo bufo (Rospo comune) - Famiglia Bufonidae (Bufonidi) - Classe Amphibia (Anfibi) - Dimensioni Si tratta dell’Anfibio autoctono di taglia maggiore presente in Italia ed in Europa: di corporatura tozza e robusta, gli adulti possono superare anche i 18 cm (femmine) ma in genere la lunghezza media è di 7,5-11 cm circa. La pelle è verrucosa e nella regione nucale sono evidenti le ghiandole parotoidi, prominenti e leggermente oblique. - Residenza (nelle Marche) E’ una specie ubiquitaria e ad ampia distribuzione: diffuso un po’ ovunque soprattutto in aree prossime a fossetti, rivoli, stagni e laghi, pur se in modo discontinuo in ambito prettamente urbano e peri-urbano. Al di sopra dei 1300 - 1500 metri di quota diventa via via più raro, anche per la scarsità di ambienti idonei alla riproduzione. Nei Monti Sibillini frequenta gran parte dei biotopi d’acqua dolce nella stagione riproduttiva, per poi rifugiarsi nelle aree di estivazione e svernamento che coincidono con boschetti e fasce ripariali più o meno limitrofe ai siti riproduttivi. - Professione e alimentazione E’ un vorace cacciatore crepuscolare e notturno di Invertebrati (molluschi, anellidi, insetti), specialmente di quelli che possono causare qualche danno negli orti e nei giardini, come le chiocciole e limacce, ad esempio. Un aiuto non di poco conto, insomma, e ben più ecologico di tanti prodotti chimici – spacciati per progresso – di cui potremmo fare benissimo a meno. Può essere predato da uccelli (rapaci diurni come la poiana, o ardeidi come l’airone cenerino) e mammiferi (come i mustelidi), anche se la produzione di sostanze alcaloidi dalle ghiandole della pelle lo rende indigesto a molti. I girini sono onnivori e, pur risultando sgradevoli al palato dei più, finiscono per essere predati da alcuni pesci e qualche serpente dalla “bocca buona” (bisce d’acqua). - Stato Per quanto il nome “comune” suggerisca una distribuzione ubiquitaria e un’ampia diffusione, negli ultimi 10-15 anni si è assistito ad un generale e progressivo calo numerico delle popolazioni di questo anfibio. - Carattere Come tutti gli anfibi ha un “carattere” schivo e timido, con abitudini prettamente notturne e crepuscolari. Generalmente solitari, maschi e femmine si ritrovano a condividere un po’ di tempo assieme solamente nel periodo riproduttivo. - La stagione degli amori La riproduzione avviene tra febbraio e giugno ed è preceduta da spettacolari migrazioni di massa - sincrone nell’ambito di popolazioni viciniori - dal luogo di svernamento (boschetti, fasce ripariali, aree incolte) ai siti riproduttivi (stagni, laghi, fossi e ruscelli), compiendo spostamenti anche notevoli (qualche chilometro). Spesso e volentieri le trasmigrazioni interessano tratti stradali molto trafficati e privi di protezioni laterali anti-attraversamento, cosicché si riscontra un’elevatissima mortalità in poche settimane (vedere, ad esempio, il lavoro di Fiacchini, 2011, per le Marche). Ogni femmina può deporre dalle 4000 alle 10000 uova, inserite in lunghi cordoni gelatinosi e trasparenti. Il maschio, più piccolo della femmina, sale sul dorso della compagna e la “abbraccia” saldamente, provvedendo così alla fecondazione esterna delle uova quando la coppia arriva in acqua. Capita di frequente, in primavera, di osservare coppie “allacciate” con la femmina a fare da… tassista ad uno o più maschi. Le larve (girini) nascono dopo alcune settimane e la metamorfosi si compie in 2-3 mesi.   -       Curiosità 1. Non è raro trovare maschietti, durante il periodo riproduttivo e in piena esplosione di odori e feromoni, attaccarsi a tutto ciò che si muove in prossimità dei siti riproduttivi: non sono rari i casi di rospi maschi “allacciati” a rane verdi o tritoni. Persino gli scarponi di escursionisti e ricercatori suscitano un certo fascino. Quando poi si cerca di spostare l’animale sollevandolo delicatamente per i fianchi, può capitare che il maschietto innamorato emetta un debole ma simpatico verso di avviso che, grosso modo, potrebbe essere tradotto così: “…non sono una femmina, non vi sbagliate…”. In effetti può succedere che un maschio si allacci con un altro maschio, scambiandolo per una rospetta: per evitare di perdere tempo inutilmente, il rospetto avvisa il consimile dell’errore. 2. E’ stato ritrovato anche a 1750 metri di quota sui Monti Sibillini, in una pozza d’abbeverata situata in località Passo Cattivo. Si tratta, per questa specie, di un piccolo “record” altitudinale per l’Appennino. 3. Mani bagnate, pelle sana. La pelle degli anfibi è un organo importantissimo per la difesa da parassiti e infezioni: deve essere sempre umida e grassa, così da favorire gli scambi respiratori ed impedire l’ingresso di eventuali patogeni. Per questo motivo, nel caso si dovesse spostare un rospo (magari in attraversamento su di una strada, quindi a rischio per il passaggio di veicoli) bisogna indossare un paio di guanti e bagnarli con un filo d’acqua (o strofinarli sull’erba umida). Manipolare un anfibio, rospo, rana o tritone che sia, a mani nude può causare danni anche gravi all’animale, e in alcuni casi possiamo trasmettere infezioni cutanee Bibliografia citata Bonardi, A., Manenti, R., Corbetta, A., Ferri, V., Fiacchini, D., Giovine, G., Macchi, S., Romanazzi, E., Soccini, C., Bottoni, L., Padoa Schioppa, E., Ficetola, G.F. (2011), Usefulness of volunteer data to measure the large scale decline of "common" toad populations. Biological Conservation,144: pp. 2328-2334 Qui trovate il testo completo dell’articolo. Fiacchini D., 2011. Monitoraggio delle migrazioni riproduttive di Bufo bufo nelle Marche. Pianura, 27: 40-44. Qui trovate il testo completo dell’articolo. Scoccianti, 2001. Amphibia. Ecologia della conservazione. WWF Italia – Sezione Toscana, Guido Persichino Editore.   - Filmografia e sitografia Spezzone di una puntata di Geo&Geo dedicata al Rospo comune https://www.youtube.com/watch?v=o-jVP2YuI2Q Video in inglese sul Rospo comune, con belle immagini https://www.youtube.com/watch?v=fqrj_zgrgeI Un libro dedicato ai… rospi! http://www.isoledellacampania.eu/files/L-ISOLA-DEI-ROSPI---libro.pdf Informazioni su biologia ed ecologia del Rospo comune http://blogamphibia.blogspot.it/2008/11/rospo-comune-bufo-bufo.html Scheda I.U.C.N. sul Rospo comune http://www.iucn.it/scheda.php?id=155407214 Articolo divulgativo sulle stragi silenziose che si consumano sulle strade italiane e marchigiane http://www.cronachemaceratesi.it/junior/2017/02/25/piove-occhio-al-rospo/14129/  

Scritto il 14 Marzo 2017 da Lucia Gentili

Il Camoscio Appenninico: la Carta d'Identità

Camoscio Appenninico: carta d'identità - Nome scientifico Rupicapra pyrenaica ornata - Famiglia Bovidae (Bovidi) - Classe Mammalia (Mammiferi) - Dimensioni Quello che viene definito “il più bel camoscio del mondo” misura fino a 130 cm di lunghezza per circa 80 cm di altezza al garrese (si tratta del punto più alto del dorso di un animale, tra collo e scapole). Il peso di un adulto non è mai superiore al mezzo quintale. Generalmente le femmine presentano una silhouette più slanciata e dimensioni minori.  - Residenza Segnatevi questa data, in apparenza insignificante ma – alla luce degli eventi che ne sono seguiti – a dir poco memorabile: mercoledì 10 settembre 2008. Una data che sarà incorniciata nella storia recente del Parco nazionale dei Monti Sibillini e resterà impressa tra i ricordi più belli di chi quel giorno può dire “io c’ero”. L’appuntamento, per una trentina di temerari (tra volontari, tecnici faunisti, funzionari del Parco e personale del Corpo Forestale dello Stato), è alle prime luci dell’alba a Frontignano di Ussita. Destinazione: una sella superpanoramica a quota 1900 metri, con l’occhio che spazia dal Pizzo Tre Vescovi alla Sibilla, dalla Priora al Berro, fino alla punta più alta del Monte Bove. La buona notizia arriva via radio ed è il dottor Fiorenzo Nicolini, all’epoca comandante del CTA della forestale con sede a Visso, ad annunciarla: “L’elicottero è decollato”. Trasporta un carico piccolo ma prezioso: due esemplari di Camoscio appenninico, il più bel camoscio del mondo, che poseranno i loro zoccoli sulle praterie dei Sibillini dopo qualche millennio di assenza forzata. Il progetto di reintroduzione di questo mammifero ungulato ricade nell’ambito della strategia nazionale di conservazione di una specie a rischio di estinzione, attuata dal Ministero dell’Ambiente d’intesa con regioni interessate, università e l’ex Istituto della Fauna Selvatica (ora ISPRA): ridotta a una quindicina di individui nel primo dopoguerra a causa di una spietata caccia e rifugiatasi nel massiccio centrale del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, solo negli ultimi anni la popolazione del Camoscio appenninico è tornata a crescere con continuità. Sono stati traslocati alcuni esemplari per formare nuovi nuclei riproduttivi in aree montuose dell’Appennino centrale abitate fino a qualche centinaio o migliaio di anni prima: il piano nazionale (si può consultare nel sito del Ministero dell’Ambiente) ha previsto la formazione nel giro una decina di anni di 5 neocolonie extra Parco nazionale d’Abruzzo, compresa quella dei Sibillini che ora conta un centinaio di esemplari a zonzo tra le rupi del Monte Bove e le cenge delle aree circostanti. Un magico ritorno, dunque, che arricchisce i Sibillini non soltanto dal punto di vista naturalistico (incremento della biodiversità), ma anche per quel che concerne l’appeal turistico-escursionistico dell’area protetta (attivazione di circuiti micro-economici locali). - Professione Il Camoscio appenninico nella nostra penisola vive in circoscritte aree montane, generalmente tra i 1200 e i 2200 metri di quota, tra praterie d’alta quota, pareti rocciose, rupi e foreste ricche di sottobosco. E’ un erbivoro la cui dieta comprende soprattutto piccole leguminose legate alla comunità vegetale del Festuco-Trifolietum. Le femmine e gli esemplari giovani vivono in branco, mentre i maschi si allontanano intorno ai 2 anni d’età, per poi tornare vicino ai branchi nel periodo riproduttivo. Il camoscio è abituato a vivere in luoghi impervi, soprattutto pareti rocciose molto ripide, dove vi si ripara per sfuggire agli attacchi dei predatori (lupo e aquila reale).     -Stato In generale si registra un aumento costante delle popolazioni nell’areale di distribuzione (con un trend non sempre positivo, negli anni, nel Parco nazionale d’Abruzzo), ma – considerate le piccole dimensioni delle neocolonie di recente costituzione – la specie non è ancora considerata “fuori pericolo”, soprattutto per la ridotta variabilità genetica. C’è poi da valutare l’interazione, sia competitiva che sanitaria, con il bestiame domestico (pecore e capre in primis) e con il cervo. Dai dati più recenti (2015) viene stimata una consistenza complessiva di circa 2600-2700 animali, di cui un centinaio nei Sibillini (censimento effettuato nella primavera del 2016). Trattandosi, dunque, di popolazioni ancora numericamente piccole, bisogna seguire alla lettera le indicazioni fornite dagli esperti che, spesso, possono sembrare troppo “restrittive” per i fruitori della montagna (come, ad esempio, il divieto di accedere con cani al seguito nei pochi sentieri di alta quota frequentati anche dal camoscio). Ogni forma di potenziale disturbo – anche lieve – che si assomma a quelle quotidianamente sperimentate dal camoscio è un ulteriore fattore di rischio che, allo stato attuale delle cose, non ci possiamo permettere di correre. -Carattere Come tutte le specie erbivore, anche il camoscio risulta avere un carattere decisamente tranquillo. Gregarie e solidali tra loro le femmine, più solitari e schivi (eccezion fatta per il periodo riproduttivo) i maschi. I piccoli mostrano, come in altri mammiferi, grande predilezione per il gioco. Quando è allarmato (per la presenza di un predatore o di cani al seguito di escursionisti, ad esempio), il camoscio emette un tipico fischio “di avvertimento” che mette in guardia i suoi consimili. -La stagione degli amori (accoppiamento) Alla fine dell'estate i maschi adulti, di norma oltre i 4-6 anni, si aggregano ai branchi costituiti dalle femmine e dai giovani: da questo periodo, gradualmente, iniziano sia il corteggiamento delle femmine che la competizione tra i potenziali padri, con intensità via via crescenti fino a raggiungere l'apice attorno alla metà di novembre, quando le femmine entrano in estro per essere fecondate. I combattimenti, gli inseguimenti e le altre attività di competizione tra i maschi – altamente dispendiose in termini di riserve energetiche – dipendono dall'età e dal vigore degli individui: si formano spesso gruppi di femmine che vengono difesi da un solo maschio che ne controlla di continuo lo stato ricettivo, tenendole quasi costantemente in branco e scacciando eventuali altri maschi competitori. I giovani rivali vengono normalmente inseguiti e scacciati per pochi metri, mentre i maschi adulti vengono rincorsi per distanze ben più lunghe: durante questa fase delicata e nel pieno periodo invernale i camosci sono più vulnerabili ai predatori abituali. Con l'arrivo delle prime pesanti nevicate termina il periodo riproduttivo e i camosci si dirigono verso le zone di svernamento. I piccoli nascono tra la prima decade di maggio e l'ultima di giugno; in questo periodo si assiste alla formazione di gruppi (di femmine e di kids) chiamati “asili nido”. I giovani camosci imparano presto a seguire la madre e a rifugiarsi sulle pareti più scoscese e irraggiungibili, dove sono più al sicuro dall'attacco di lupi e aquile.      - Curiosità (1) – Malattie Il bestiame allo stato brado (pecore, capre, bovini ed equini) possono essere portatori di malattie trasmissibili al camoscio in grado di influenzare negativamente soprattutto i nuclei in fase di colonizzazione di nuovi territori. A ciò si aggiunga la ridotta variabilità genetica presente nella sottospecie che rende gli esemplari estremamente simili tra loro, con la conseguente impossibilità di dare una risposta differenziata nei confronti di queste malattie. - Curiosità (2) – Protezione e… protezione! Il camoscio appenninico costituisce una delle entità faunistiche più rare in Italia, tanto da farlo inserire come specie prioritaria nell’Allegato II e IV della Direttiva Habitat 92/43/CEE e in altri regolamenti comunitari. E’ classificato come “vulnerabile” nella lista rossa dei mammiferi redatta nel 2008 dall’IUCN e dall’IUCN/SSC Caprinae Specialist Group (Shackleton et al.,1997). Inoltre è “particolarmente protetta” dalla legislazione italiana (legge 157/92). Un animale così “raro” attira curiosi (fotografi, naturalisti, turisti), e genera un microcircuito economico non di poco conto. E così è accaduto che alcuni cittadini residenti nel Parco d’Abruzzo abbiano protestato per il progetto di cattura, e successiva traslocazione fuori dal confine del Parco, di alcuni esemplari di camoscio: la “protezione”, in questo caso, era legata alla comprensibile preoccupazione di perdere l’esclusività di una simile attrattiva. Nella realtà dei fatti, poi, la bellezza dei territori – tanto abruzzesi quanto marchigiani – arricchita dalla diversità dei luoghi (per cultura. tradizioni, ecc) e dalla presenza dal camoscio, risulta un mix vincente per qualsiasi area si prenda in considerazione. E’ la gestione complessiva delle attività legate alla natura e al turismo (accoglienza, pacchetti turistici, ecc.) che fa poi la differenza.     - Curiosità (3) - Asili nido sui precipizi In primavera le femmine gravide si isolano su zone scoscese e boscose che rappresentano le aree di parto. All'incirca alla fine di maggio nascono i piccoli, in genere 1 o più raramente 2. I camosci formano i cosiddetti "asili nido", cioè gruppi formati da una o poche femmine adulte che si alternano con le altre madri nella custodia di numerosi piccoli in modo da potersi più facilmente nutrire, senza impegni di allattamento e di sorveglianza.  - Filmografia o biblio-sitografia (parlano di lui…ovvero film, libri mostre ecc. sull’animale che consiglieresti) http://www.camoscioappenninico.it/ Il piano di conservazione del Camoscio appenninico (Ministero dell’Ambiente) http://www.minambiente.it/biblioteca/quaderni-di-conservazione-della-natura-n-10-piano-dazione-nazionale-il-camoscio Articolo sul ritorno del camoscio come  esempio di “best practices” in Italia http://www.adnkronos.com/sostenibilita/best-practices/2016/07/28/ritorno-del-camoscio-appenninico-popolazione-aumento-del-nel_12iqrbNKv7Cbzwlb6auUXP.html Il ritorno del Camoscio appenninico nel Monti Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=zqv7bHHFvT0 Sibilla, il primo camoscio che torna a muovere gli zoccoli nei Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=yjBmdquKt0E                           Il progetto di reintroduzione del Camoscio appenninico nel Parco nazionale dei Monti Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=nnvE6ynuSy4 Progetto “Life Coornata” nel Parco nazionale dei Monti Sibillini https://www.youtube.com/watch?v=G99zzkBVXfY Progetto “Life Praterie” – L’habitat del Camoscio appenninico https://www.youtube.com/watch?v=a1keRjogOU8 Alla scoperta del camoscio degli Appennini (breve video TGR Rai) http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/Marche-alla-scoperta-del-camoscio-degli-Appennini-e5aff5ff-6621-4bff-a65b-dd1ad8296d9f.html   David Fiacchini     Sportivo (pallavolista sin dal 1991), montanaro (nato alle sorgenti dell’Esino, all’ombra del Monte Corsegno), cultore del commercio equo & solidale, biologo per formazione (esperto in ambito zoologico) e docente liceale di Scienze naturali per… vocazione professionale. Amante della natura, rifugge dal caos e dallo stress (…o almeno ci prova). Attualmente cittadino inurbato per… cause di forza maggiore (leggasi terremoto). Le sue conoscenze sulla fauna (e non solo) dei Sibillini sono preziose per l’Occhio, che ha deciso di instaurare con lui una collaborazione mediante un appuntamento periodico sul popolo del bosco. Partiamo con il camoscio appenninico, l’“ultimo arrivato” nelle Marche, reintrodotto nella nostra regione dopo oltre un secolo. Un indizio per il prossimo animale protagonista…cra cra.

Scritto il 07 Marzo 2017 da Lucia Gentili

Hanno ucciso il lupo Claudio

Non c’è traccia di lupo Claudio. E’ stato trovato il suo radiocollare, reciso di netto, in un fosso sotto un ponte del Comune di Cessapalombo, alle porte del Parco nazionale dei Monti Sibillini. E il Parco nazionale del Gran Sasso, da cui proveniva, è stato ucciso. Il predatore, munito di collare con rilevatore gps, trasmetteva informazioni allo staff del progetto “Mirco-lupo” dal 20 marzo dello scorso anno, giorno in cui era stato ritrovato ferito, curato e rimesso in libertà. Era stato recuperato dal personale del Corpo forestale e dai tecnici dell’Ente Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, dopo che un’auto l’aveva investito tra Rocca Santa Maria e Torricella Sicura, in provincia di Teramo. Dopo le analisi, le cure necessarie, e una notte in osservazione, era stato rilasciato in natura, nel luogo del suo ritrovamento, ma non prima di averlo dotato del radiocollare. Le informazioni inviate dallo strumento raccontavano dei suoi spostamenti, delle sue abitudini e di quelle degli altri lupi: notizie difficilmente ottenibili in altro modo. L’Ente aveva scoperto che all’inizio si era riunito al branco originale e aveva iniziato a frequentare una zona marginale dell'Area protetta. “Per mesi abbiamo seguito lupo Claudio – dice il personale del Parco -. Grazie anche all'osservazione delle impronte e alla registrazione di immagini con trappole fotografiche, eravamo riusciti a capire che piano piano aveva iniziato a muoversi in modo indipendente rispetto al suo branco. Negli ultimi tempi, lo aveva abbandonato ed era alla ricerca di un nuovo territorio in cui vivere. Si stava dirigendo verso Nord”. Ma poi hanno perso il segnale: il radiocollare ha smesso di funzionare lasciando solo due coordinate, che conducevano a Cessapalombo. Lupo Claudio, esemplare di giovane maschio, stava appunto lasciando il branco di origine spostandosi alla ricerca di nuovi territori. Ma il collare reciso fa sospettare l’Ente che l’animale, specie protetta, sia stato ammazzato da qualche bracconiere. “E’ una violenza tanto grave quanto stupida che colpisce a morte l'intelligenza e la bellezza della natura nonché la storia identitaria della nostra comunità - lamenta Tommaso Navarra, presidente del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga -. Gli autori del fatto devono sapere che faremo di tutto per assicurarli alla giustizia. Il recente dibattito politico sull'approvazione di piani di gestione del lupo ha dimostrato di quanto poco si conosce il reale impatto della specie sulle attività umane e quanto, piuttosto, si attribuiscono al lupo danni che sono da attribuire a cani rinselvatichiti ed ibridi. La discussione dovrebbe spostarsi alla approvazione di regole chiare di gestione e conduzione di cani padronali, laddove sono abbandonati in natura dall'uomo stesso. La morte di lupo Claudio spero contribuisca almeno ad evitare un arretramento culturale che non ci possiamo permettere”. Il fatto è stato denunciato alla Forestale di Sarnano, che copre il territorio di Cessapalombo. Le indagini, per scoprire se dietro la morte del lupo si nasconde un’attività illecita, sono partite. L’episodio sarebbe avvenuto comunque fuori dal Parco dei Sibillini. L’ultima operazione dei militari per contrastare il bracconaggio risale al gennaio 2016.

Scritto il 11 Febbraio 2017 da Lucia Gentili
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