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Dingo Unchined

Quando osservo gli animali mi trovo a pensare che, per quanto innumerevoli siano gli studi di biologia e di etologia che hanno indubbiamente posto dei punti fermi scientifici, il nostro rapporto di conoscenza nei loro confronti sia sempre un po’ su un confine nebuloso, sempre pronto a slittare verso considerazioni che vanno al di là della possibilità di avere risposte certe. Questioni di etica e in un certo senso filosofiche che secondo me affiorano in tutti noi di fronte alla natura, in maniera più o meno riconoscibile, oppure confuse nel nostro stupore. Un’osservazione suscita sempre tante curiosità e interrogativi, a cui molto probabilmente si può trovare riscontro nel mare dello scibile; ma in questo caso, a mio avviso, prima ancora del sapersi dare una risposta, è già molto importante porsi la domanda. Uno degli esempi che mi muove a queste riflessioni è il rapporto dell’uomo con gli animali domestici. E’ un rapporto giusto? Perché ci dà tanta gioia? Ovviamente rifuggo la spiegazione che sia giusto in quanto ci dia tanta gioia, perché nelle mie riflessioni cerco sempre, se mai sia possibile, di avere uno sguardo non antropocentrizzato. L’antropologia, la neurologia, la filogenetica, la biologia evolutiva, tutto concorre a spiegare questo rapporto, ma niente mi soddisfa fino in fondo dal punto di vista, diciamo per semplificare, morale. Facciamo del bene o del male a un animale rendendolo domestico? La domesticazione è un vantaggio o una violenza? Personalmente sono strenuamente convinta che ogni animale debba essere libero di vivere la propria natura e auspicherei una completa liberazione degli animali da ogni reclusione o sfruttamento da parte di noi umani. Ma questa liberazione coinvolgerebbe anche gli animali domestici? Ci troveremo così in un futuro a non condividere più le nostre case con altri animali, perché siano “liberi”? Certo di fronte a un animale bisognoso credo che la maggior parte di noi non si porrebbe il problema: è doveroso aiutarlo e offrire riparo e sostegno. Sono d’accordo e mai potrei tirarmi indietro. Ma anche qui, quella vocina che prima semplificando ho chiamato morale chiede, incessante: è giusto il nostro intervento, o dovremmo piuttosto chiamarlo interferenza? Nella testa è il caos. Per fortuna il cuore di ognuno di noi fornisce la via da seguire. La mia via, personalmente, è quella di mettere prima di tutto il benessere e il diritto alla vita immediato di un animale, che mi porta quindi a “giustificare” sopra tutto il soccorso e diciamo il reciproco amorevole opportunismo della convivenza con un animale. Non dimentichiamo che molti animali sono stati privati proprio da noi umani della porzione di natura sufficiente a garantire loro habitat e comportamento secondo la propria specie e pertanto, in qualche modo, dobbiamo porre un possibile rimedio. Si pensi che dal Neolitico, che inizia circa 8.000 anni a.c e vede l’inizio di agricoltura e addomesticamento da parte del’Homo Sapiens, all’epoca circa 10 milioni di individui, a oggi in cui si contano oltre 7 miliardi di umani, i tassi di estinzione sono aumentati da cento a mille volte rispetto ai 60 milioni di anni precedenti. Prendendo come esempio i canidi,  come possiamo leggere in Richard C. Francis – “Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo”, l’uomo è stato altamente impattante sulla natura e sugli altri animali: nel giro di 15.000-30.000 anni la selezione imposta ai cani dall’associazione con l’uomo ha causato alterazioni evolutive mai subite dalla famiglia dei canidi nei 40 milioni di anni precedenti (pag. 10). Francis osserva che ad estinguersi sono gli antenati selvatici, ma che nessuna specie addomesticata si è estinta: “in senso evolutivo, farsi addomesticare ripaga” (pag. 9), pagando per contro il prezzo di una crescente sottomissione. Ciò è bene o male? Io non ho mai avuto occasione di osservare un Dingo, ma l’ho preso come simbolo per questo pezzo proprio dal testo di Francis: perché il Dingo rappresenta, nel rapporto uomo-altri animali, il processo esattamente inverso alla domesticazione, il processo di ferinizzazione, essendo storicamente infatti un cane che si è re-inselvatichito. Avrà perso o guadagnato? Certo non si può ignorare quanto scrive Peter Singer in “Liberazione animale” a seguito di documentati studi su animali in cattività: osservando molte galline che dispongano di cibo in abbondanza all’interno di una gabbia e di uno spazio aperto recintato per il loro movimento, la maggior parte preferisce un recinto senza cibo a una gabbia con del cibo.

Scritto il 15 Dicembre 2017 da Simona Carmenati

Occhi orizzontali

Ogni volta che entro al Rifugio, il luogo dove svolgo volontariato e che accoglie tanti animali riscattati dalle peggiori situazioni- macelli, maltrattamenti, sperimentazioni, abusi e abbandoni – inevitabilmente vengo rapita a lungo dal prato degli ovini. Per una gran parte del tempo ci guardiamo: da parte mia per osservare le pecore, riconoscerle, verificare che non ci sia nulla di eclatante su cui dover intervenire, e sicuramente aspettando il momento in cui poter affondare la mano nel loro sofficissimo vello, da parte loro per decidersi a trovare il momento migliore per avvicinarsi tra un brucare e l’altro; oppure, nel caso delle capre, decidono che io debba grattare loro vigorosamente la testa e le corna. Mi piacciono tantissimo gli ovini, nella loro “campanilistica” differenza… Delle pecore amo la mansuetudine ma anche l’odore lanoso, lo stesso che mi rimanda a quando lavoravo il feltro, lo stesso che d’un tratto individuo durante le escursioni là dove, al mattino presto, sono passati i mufloni selvatici; delle capre amo quell’immagine bucolica e mitologica suggerita dai loro unghioni, la varietà dei loro mantelli, le corna calde sotto il sole… Di tutte mi colpisce molto la loro pupilla orizzontale, che mi fa subito pensare a uno sguardo aperto a grandangolo che spazia libero su vallate e scogliere. E ogni volta questo mi fa pensare a quanto l’amore per gli animali sia incontenibile e irrimediabile… pensi di avere una passione per i selvatici ma senza contraddizione sai di averne altrettanta per gli animali cosiddetti da cortile o domestici… Ogni incontro porta infinite osservazioni, considerazioni, riflessioni e insegnamenti, da ogni animale nella sua peculiarità e specificità. A tutti gli ovini dedico questo brano di un libro che personalmente ho trovato geniale, “Glennkill” di Leonie Swann; perché possano essere tutti al riparo da qualsiasi abuso e sfruttamento e vivano felici la loro vita: “Il giorno seguente le pecore sperimentarono un mondo nuovo, un mondo senza pastore e senza cane da pastore. Esitarono a lungo, prima di decidersi a lasciare il fienile. Ma alla fine osarono uscire all’aria aperta, guidati da Mopple The Whale, che come al solito aveva fame. Era una mattinata bellissima. Di notte le fate avevano danzato sull’erba lasciando migliaia di perle d’acqua. Era come se il mare fosse stato lisciato di fresco – azzurro, chiaro, senza increspature- e nel cielo si potevano vedere alcune nuvolette lanose. Secondo la leggenda, queste nuvole erano pecore che un giorno si erano spinte oltre l’abisso, pecore elette, che continuavano a pascolare in cielo e non venivano mai tosate. A ogni modo, si trattava di un buon segno”.  

Scritto il 30 Novembre 2017 da Simona Carmenati

Come vestire i bambini d’inverno in montagna

Andare in montagna con i figli piccoli, in inverno, è sicuramente un grande divertimento, ma allo stesso tempo, soprattutto se andiamo ad affrontare la neve, è il momento di fare particolare attenzione a come vestiremo i nostri piccoli. C'è un detto molto interessante che vi riporto “Non esiste cattivo tempo, esiste solo un abbigliamento sbagliato”: questo significa che in montagna le condizioni atmosferiche variano così velocemente che bisogna essere attrezzati alla perfezione. E' meglio ad esempio far indossare più strati: uno strato che regola la traspirazione, uno strato che mantiene la temperatura costante e infine uno strato che protegge dalla pioggia, dal vento e dalla neve. Nel primo stato è perfetto il micropoliestere elasticizzato, e va meno bene il cotone. Il secondo strato deve tenere al caldo ma lasciare il bambino libero di muoversi, come ad esempio può fare un pile a collo alto, a cui si può aggiungere un pantacollant o un lupetto. Il terzo strato infine sono le giacche e i pantaloni da sci: cercate quelli in due pezzi, che se dovete portare in bagno in bimbi lo farete in maniera più semplice!! Particolare attenzione va posta alle estremità: testa, mani e piedi disperdono fino al 60% del calore. Qundi servono calzini tecnici, cappelli in pile, meglio se modello passamontagna, scaldacollo (e non sciarpa) e guanti impermeabili, traspiranti e caldi. Ultimi due “Mai più senza” sono doposci o scarponcini adatti e occhiali da sole, che in caso di neve proteggono gli occhi delicati dei bambini. E buona montagna a tutti!

Scritto il 29 Novembre 2017 da Daniela Zepponi

Le parole per dirlo

Un punto di vista nuovo e interessante quello espresso da George Monbiot. Per essere noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, secondo l’insegnamento di Gandhi, iniziamo dalle parole che utilizziamo. Le parole sono per definizione “significanti” e hanno un potere fortissimo nel dare forma al mondo, a partire dalla nostra percezione, e da qui alle nostre azioni. Una nuova responsabilità anche per gli operatori della tutela ambientale e naturalistica: se definiamo le aree protette come “luoghi di meraviglia naturale”, suggerisce Monbiot,  trasmettiamo anche un’aspirazione, un “qualcosa in più”; parliamo di “pianeta vivente” e di “mondo naturale” piuttosto che genericamente di ambiente; e un’estinzione sembrerà forse meno ineluttabile se viene chiamata “ecocidio”. Questo l’articolo completo su The Guardian: Forget ‘the environment’: we need new words to convey life’s wonders | George Monbiot | Opinion

Scritto il 29 Novembre 2017 da Simona Carmenati

L’occhio di Martino. Racconto molto breve (per ora)

Qualche giorno fa, in una bella mattina soleggiata di novembre dai colori nitidi, passeggiavo lungo-fiume. A un tratto qualcosa ha richiamato la mia attenzione. Mi sono fermata di scatto perché ho avvertito di aver incrociato uno sguardo rivolto a me. Ma ci sono voluti non pochi secondi per mettere a fuoco e decifrare di cosa si trattasse: a circa 2 metri da me, posato su un tronco d’albero reclinato sull’acqua e seminascosto dalle foglie rosso fuoco, c’era un Martin Pescatore. Mi ha guardato, mi ha lasciato il tempo di riconoscerlo, e poi via, si è lanciato percorrendo il fiume a pelo d’acqua fino a scomparire alla mia vista. Che lampo turchese! Rimango sempre a bocca aperta di fronte all’intensità e alla gioiosità dei suoi colori. Ora, la prima riflessione per me è questa: cosa è successo in quei secondi di messa a fuoco? Io già sapevo di stare vedendo qualcosa prima ancora di avere capito cosa. C’è una parte fisiologica ancestrale in noi, il cervelletto per esempio ipotizzo, che vede prima ancora della parte “discorsiva” di noi? Io mi spiego questa lentezza, questo scarto, anche con il minore equipaggiamento sensoriale dell’uomo rispetto agli altri animali. Penso sia capitato spesso non solo a me di notare che il nostro cane o gatto per esempio individuano qualcosa o qualcuno ben prima di noi. Poi ho pensato anche questo: possibile che io non abbia mai trovato una di quelle meravigliose piume azzurre? Ho raccolto piume di gheppio, di gazza, di upupa, di cigno, di airone, di tortora… ma il martin pescatore non perde mai piume? E quindi ho una nuova missione: andare alla ricerca della piuma blu. Stay tuned! ????

Scritto il 23 Novembre 2017 da Simona Carmenati

Perchè devo definirmi animalista?

“Animalista” è un termine che non mi piace un granchè.  Definisce correntemente una persona che si dedica attivamente alla cura e alla difesa degli animali, e ha sicuramente il merito di indicare, oltre a una attitudine assolutamente condivisibile, anche un riflesso della società, in cui è ormai maturata la consapevolezza della necessità di una ridefinizione del rapporto uomo/animali. L’”animalista” infatti rivendica istanze etiche e giuridiche nella tutela degli animali. Quello che non mi piace è una chiusura sottilmente celata nell’utilizzo della parola, con cui mi sono scontrata appena entrata nel mondo dell’attivismo. Mi è stata sbattuta in faccia subito, quando piena della mia passione per il mondo della natura e degli animali e mossa esclusivamente dal desiderio di fare concretamente qualcosa a loro difesa, ho iniziato a lavorare presso un’associazione con scopo la salvaguardia di natura e ambiente. In particolare, si lavorava su un progetto di tutela e ripopolamento di rapaci notturni e su un servizio di soccorso e cura di animali in difficoltà. Di fronte al mio interesse prioritario per il benessere dell’animale, è piovuta lapidaria questa frase “qui si fa ambientalismo, non animalismo”. Ovvero, semplificando, ma sintetizzando nella sostanza, non interessa salvare la vita o la salute di un animale, interessa guardare a maggiori possibilità future. Solo un esempio (reale) indicativo: se per avviare un progetto che tuteli i bacini idrici e la nidificazione di uccelli acquatici è vantaggioso, in termini di appoggio nella fattibilità della cosa, stringere accordi con i cacciatori che beneficeranno, quindi, di un maggior numero di volatili a cui sparare, viene privilegiato questo accordo. Perché ne beneficerebbe l’ambiente nel complesso, quelle vite saranno vittime necessarie. Davvero? Solo questo chiedo: davvero? Ma perché mai la tutela della vita animale deve essere separata, anzi entrare in conflitto con la tutela dell’ambiente – del suo ambiente? Non è un controsenso pazzesco? Non si può amare l’uno senza l’altro, non può esistere l’uno senza l’altro. Perché mai deve esistere questa puntualizzazione nel definirsi “ambientalisti” piuttosto che “animalisti”? Senza voler essere irrealistica, sono convinta che un senso e un uso più dignitoso e più produttivo della politica possa esistere. Come dicevo, non mi piace particolarmente il termine “animalista”. Perché trovo assurdo dover fare questa differenza, questa separazione. Citando dal web (mi scuso ma non ho trovato riportata la paternità di questa frase), non amo definirmi “animalista” più di quanto non mi definirei per esempio “bambinista”: perché dovrebbe risultare normale mettersi sempre e comunque a protezione di chi è più indifeso, di chi lo necessiti; perché dovrebbe essere normale amare la purezza e la bellezza. Essere “animalista” dovrebbe essere la normalità, non una distinzione.

Scritto il 15 Novembre 2017 da Simona Carmenati

5 Cose belle da fare con i bambini in inverno!

Chi lo dice che durante l'inverno dobbiamo stare sempre chiusi in casa? Anzi: questo è il modo per far ammalare di più i nostri piccoli! Invece anche con il freddo è importante portarli fuori, in mezzo alla natura, e dar loro la possibilità di respirare la frizzante aria autunnale e invernale. Ma cosa possiamo fare per impegnare in maniera divertente i nostri figli nei brevi momenti di luce dei prossimi mesi? Ecco 10 attività imperdibili! 1.      Camminare in un bosco E sì: in autunno e in inverno i boschi sono bellissimi! Organizzate una gita vicino casa e portateli a scoprire le meraviglie della natura di questo periodo! 2.      Fare un picnic (e magari bere pure una bella cioccolata calda) Insegniamo ai nostri figli che non sempre comodità e divertimento fanno rima. Appoggiare le manine (ben protette dai guanti) intorno ad una tazza di cioccolata fumante ascoltando gli animali dei boschi è un'esperienza davvero stupenda! 3.      Fare un pupazzo di neve. Per questo bisognare vedere cosa dice la sorte. Se siete fortunati e arriva un po' di neve (magari non troppa) i bambini saranno stra-felici di costruire e decorare un bel pupazzo di neve. E forse vi divertirete anche più di loro! 4.      Pattinare sul ghiaccio. Anche nei nostri piccoli centri ormai sono arrivate le piste di pattinaggio: non c'è posto migliore per fare divertire i bambini e mettere alla prova il proprio equilibrio. 5.      Scattare tante foto. Insegnate ai vostri figli come cogliere ricordi bellissimi: magari un fungo nascosto dietro un albero, oppure un paesaggio innevato dove ancora non ha camminato nessuno. Poi stampate le più belle e create un piccolo album...potreste ripeterlo ogni anno. E da grande lui o lei potranno mostrarlo ai propri figli. E voi, cosa fate di solito per fare passare il tempo ai vostri bambini durante i fine settimana invernali? Raccontatemelo!

Scritto il 13 Novembre 2017 da Daniela Zepponi

Terremoto: quali effetti sugli animali?

Sono stati giorni terribili, ma piano piano si cerca di ripartire. Però, soprattutto per i più piccoli l’esperienza del terremoto non si cancellerà facilmente e sono tante le domande che continuano a fare a noi adulti. Tra le più frequenti ci sono quelle legate agli animali: cosa fanno i cani, i gatti e gli animali dei boschi quando sta per avvicinarsi un terremoto? Possono sapere che sta per arrivare un terremoto? E in effetti anche gli adulti se lo chiedono: gli animali lo sanno? Secondo una ricerca dell'Università di Cambridge effettivamente qualcosa accade. Lo studio in quel caso è stato effettuato sul comportamento dei roditori in Perù e gli studiosi hanno visto come gli animali percepiscono in anticipo gli ioni positivi rilasciati nell'aria dalle rocce poste sotto stress dall’arrivo di un terremoto. E sembrano confermare questa teoria anche i radio astronomi che hanno registrato dopo i terremoti che hanno individuato significative modifiche nella ionosfera nella zona del sisma. Sarebbe questo quello che nel parlare popolare viene chiamato il sesto senso degli animali, ed è quello che abbiamo potuto vedere anche nelle nostre case nelle scorse settimane con il comportamento di gatti e cani. Ora, speriamo, di poter tornare ad osservare in serenità i nostri amici animali, alla scoperta della vita segreta dei Sibillini: non perdete i prossimi video, e fateli vedere anche ai vostri bimbi!!  

Scritto il 02 Dicembre 2016 da Daniela Zepponi