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Il cielo secondo Gaspare Silverii, l'ingegnere fotografo

E’ riuscito a fotografare il passato e a renderlo eterno. E’ magia pura quella regalata dallo scatto di Gaspare Silverii, in cui una stella cadente, nella notte di San Lorenzo, accarezza la via Lattea. Sotto, le Lame Rosse. Una fiaccolata nel cielo che ha conquistato anche il National Geographic. Quando cavalca i Sibillini all’insegna dell’avventura e dell’esplorazione, con gli strumenti da lavoro in mano, si sente a casa. Eppure è cominciato tutto per gioco. “La mia ragazza mi ha regalato una bridge – racconta – ed è stato subito amore. Tanto da mettere per un anno da parte gli studi. La laurea in ingegneria elettronica mi è comunque poi servita a diventare sviluppatore di software per la fotografia”. Quella naturalistica e quella notturna sono il suo forte.  Dai -23° fino al Lago di Pilato, dalla “piccola Cappadocia” a Castelluccio, ha battuto tantissimo i Sibillini. Ma adesso, con il terremoto, non riesce a tornare su quelle terre. “Non voglio dare fastidio a chi sta prestando soccorsi, siamo ancora nella fase dell’emergenza – afferma – e ho un grandissimo rispetto per il dolore altrui. Ho vissuto anche il sisma all'Aquila ma un conto è documentare un problema, come fotoreporter, per fare aprire gli occhi, un altro è la vana gloria. Altre troupe sono sul posto per testimoniare, ora io non darei alcun valore aggiunto. Tornerò quando sulle macerie cadrà la neve e forse non ci sarà nessuno”. Due giorni dopo dall’ultimo giro di Gaspare tra Castelluccio, Visso e Ussita, un ristorante in cui sarebbe dovuto andare con gli alunni del workshop è stato aperto a metà da una scossa. Un aneddoto che lo fa rabbrividire. Ma le stelle sono sempre ad aspettarlo, in qualsiasi cielo.   “Approcciarsi alla fotografia notturna è più difficile – spiega – perché sai quello stai fotografando ma non lo vedi. Occorrono prove, simulazioni con i software, conoscenza del posto, della mappa celeste e senso dell’orientamento. Di notte non basta affidarsi ai propri sensi. Dall’altra parte però i sensori digitali colgono dettagli che noi altrimenti non vedremmo a occhio nudo. Allora la fotografia diventa un mezzo, racconta. Il mezzo fotografico ci rivela ciò che è nascosto ai nostri occhi, come di che colore sono le stelle”.

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

"Il Giardino delle Farfalle non deve morire", la parola ai gestori Fabiana e Patrizio

C’è un posto incantato a Montalto, frazione di Cessapalombo, creato con lo scopo di far conoscere il ciclo vitale che le farfalle compiono per diventare tali. Si possono osservare mentre volano di fiore in fiore, in assoluta libertà. Un piccolo spazio di natura incontaminata grazie alle cure di Fabiana Tassoni e Patrizio Guglini, marito e moglie. Come “demiurghi” hanno dato linfa al Giardino delle Farfalle, nel Parco nazionale dei Sibillini. Amore, dedizione e anni di sacrifici hanno permesso di registrare da aprile a settembre 6000 presenze. Se non fosse che la Casa, vicino al giardino, è stata profondamente ferita dal sisma. “Non è il terremoto a creare i disagi, ma l’uomo – dichiara Patrizio – e ora, per l’incapacità amministrativa delle persone e per le lungaggini burocratiche diventa un problema persino avere un container in cui trasferire il materiale”. Nella casa, la coppia organizzava appuntamenti di successo e degustazioni di prodotti tipici, come pane e pizza a base di farina macinata a pietra, coinvolgendo le aziende della zona. E’ l’anima del paese ed è necessario, per garantire la sopravvivenza di tutta Cessapalombo, fare in modo che l’attività riprenda al più presto. “E’ brutto ritrovarsi all’improvviso disoccupati e senza stipendio – dice Patrizio -. La casa si può riparare, ma senza lavoro non hai futuro. Non vogliamo essere né premiati né compatiti, abbiamo accettato la sfida di avviare un’attività in montagna per farla rivivere e perché amiamo la natura, ma ci sentiamo emarginati. E l’emarginazione c’era già prima del terremoto”. Patrizio e Fabiana hanno dato il massimo per regalare emozioni a grandi e piccini. Ogni bambino che visita il Giardino ne esce innamorato, i papà e le mamme partecipano alle escursioni, agli incontri culturali e ai laboratori proposti, che vanno da una colazione con l’entomologo ai corsi di educazione ambientale e alimentare. “Come lavoratore autonomo ho lavorato sodo anche durante la maternità senza entrate né sospensione dei contributi”, dichiara Fabiana. “Le parole sono sempre tante – prosegue il marito – ma l’equità sociale è inesistente, l’attenzione si riversa sulla costa. Vengono qui e ci dicono “beati voi che abitate in un simile paradiso” senza conoscere la fatica per mantenerlo. Iniziamo ad essere stufi, non si può mettere la classica pezza d’appoggio. Bisogna che le istituzioni ci ascoltino”. 

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Il Signore dei rifugi, la storia di Andrea Salvatori. Dal Fargno a Capanna Ghezzi, il progetto di un sognatore che sa fare

Vuole tenere la gente ad alta quota, per farle vedere il bello. Perché, se sotto c’è la chiesa distrutta, alzando gli occhi ci sono le vette, le persone che diventano amiche sul bancone di un rifugio, il cielo. Non molla Andrea Salvatori, che nasce come perito agrario, prosegue nel campo finanziario e approda in montagna. Dalle stalle alle stelle (letteralmente), dagli hotel di lusso in cui motivava i ragazzi svelando loro le strategie di vendita per la formazione al personale, è salito sul treno del Rifugio del Fargno. E non vuole scendere finché non ha completato l’anello dei rifugi alti, in barba al terremoto. Un giro che dovrà essere composto da sei strutture per altrettante notti da passare nel verde.   Il Rifugio del Fargno, situato sulla Forcella da cui prende il nome, nel comune di Ussita, è rimasto isolato; il casaletto sul Monte Argentella, a 2026 metri, si trova sopra la faglia; Capanna Ghezzi si trova sui Colli Alti e Bassi, nel comune di Norcia, ed è stata distrutta. Ma, al di là di due baite che ancora sono top secret, per il casale di Fematre, nella frazione di Visso, già si pensa al futuro. “Dato che la viabilità è compromessa – spiega Andrea – ho pensato ad una mobilità diversa per far rivivere questi luoghi. La fioritura di Fematre è un tesoro che deve essere condiviso. Grazie a Stefano Marchegiani di Frontignano Bike Park e a Roberto Canali, pronti a mettere a disposizione rispettivamente 25 bici elettriche e 60 muli, si potranno creare nuovi circuiti. Se tutto fila liscio, questo casale a primavera torna in funzione”. Il terremoto per lui e per chi ama la montagna d’altronde è una delle tante variabili della natura, va accettato. “E’ l’uomo che uccide, non il sisma”, dice. Andrea va avanti, riparerà quanto distrutto nei suoi angoli di paradiso, in quei rifugi in cui ha ritrovato se stesso. “Racchiudono quanto imparato dal passato - dice - sono in mezzo alla natura e posso organizzare il lavoro come piace a me”. Per questo, anche camminare per ore con quaranta chili sulle spalle pur di far sentire bene i propri ospiti, non è poi così pesante.   Basta salire per riempirsi gli occhi delle cime del Vettore, del Monte Rotondo e, nelle giornate di cielo limpido, ammirare la maestosità delle cime abruzzesi del Gran Sasso e della Majella, fino a perdersi nell’Adriatico. 

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Tutti pazzi per i Lupi. La Sibilla non perdona. Matteo Pallotto, il "pasionario" della montagna si racconta

Gli piace pensare che sia stata la Sibilla a farlo innamorare della montagna: l’incantesimo della fata, scoccato sette anni fa, alla prima uscita proprio sul Monte Sibilla insieme al fratello appassionato di fotografia, dura ancora oggi. Un colpo di fulmine, quello del belfortese Matteo Pallotto, che l’ha tramutato in Lupo della Sibilla, insieme ad altri amici “a caccia” di nuovi amanti della montagna. Lo scopo dei Lupi è diffondere la grande bellezza dei Sibillini con foto e racconti pubblicati sulla pagina facebook Lupi della Sibilla (che ha raggiunto i 5 mila iscritti) per regalare emozioni a chi non può viverle in prima persona e invogliare chi può a conoscere il territorio con l’escursionismo. L’idea di creare il gruppo è stata lanciata da Matteo, appenninista e istruttore del Club Alpino Italiano. Da quando ha incontrato la Sibilla non ha saltato un week end in montagna, con l’inseparabile Nilak, husky compagno di cordata. Gira per gli Appennini, più bassi e affascinanti delle Alpi, meno conosciuti e ricchi di ambienti selvaggi e incontaminati. Ha iniziato come autodidatta, piccozza alla mano, e poi ha iniziato a frequentare i corsi del Cai provando le manovre prima all’interno della palestra e poi sulla roccia, all’aperto. La sua ultima scalata, sul Monte Bove, risale a tre giorni prima del terremoto del 24 agosto: dalla via Aletto-Consiglio alla Val di Panico sospeso sopra Casali di Ussita e Frontignano. Un’immagine impressa nella mente perché nella realtà è stata cambiata dal terremoto. “Torneremo, riabbracceremo presto i Sibillini”, promette Matteo. Essendo ancora nella fase di emergenza e continuando lo sciame sismico, il Cai non ha ancora svelato la mappatura dei sentieri percorribili. In attesa che vengano ripristinate le condizioni di sicurezza, i Lupi pensano ad un evento pubblico per la ripartenza. Trekking, cordate, sentieri di cresta, bivacchi in tenda sotto le stelle, escursioni, a seconda delle capacità di ciascuno, saranno un modo di reagire e andare avanti. - A chi mi chiede: “Perché vai in montagna? Rispondo: “Se me lo chiedi non lo saprai mai” -  diceva Ed Viesturs. Frase che Matteo condivide, perché vuole che tutti possano finire sotto l’incantesimo della Sibilla, e innamorarsi della montagna, dei colori di un’alba invernale e della felicità assaporata sulla vetta. “La paura nella scalata c’è, sempre – spiega – ma evita di fare errori. Quando Sali sei completamente concentrato, la mente si svuota dei pensieri: pensi solo al prossimo appiglio, al prossimo appoggio. Il cammino è lento, può durare dalle 6 a mezzanotte. Metti alla prova le tue capacità, sei libero, al 100% responsabile delle tue azioni e al tempo stesso affidi la tua vita nelle mani del compagno di cordata. E’ la strada per la felicità”.    

Scritto il 21 Novembre 2016 da Lucia Gentili

L'Occhio nascosto dei Sibillini diventa portale. Si spalanca una finestra sul territorio

C’erano una volta…quattro amici, una grande passione per la natura e la fotografia, e un “occhio nascosto” tra i Sibillini. Tutto è iniziato quasi per gioco, dopo l’ennesima escursione all’alba per catturare con l’obiettivo i tesori della fauna e del paesaggio. “Perché non compriamo una fototrappola e osserviamo gli animali da vicino in ogni loro abitudine, senza dare disturbo?”, si sono detti Stefano Ciocchetti, Giuseppe Del Balzo Ruiti, Lorenzo Lambertucci e Alessio Vita.   Il quartetto allora acquista una fototrappola, una speciale fotocamera mimetizzata e dotata di sensori notturni a infrarossi che scatta e registra video solo quando viene rilevato un movimento. Il tutto senza rumori né flash visibili agli animali. Ha un raggio d’azione di 20 metri e un angolo di campo di 40-50°. La piazzano su un terreno privato, a poche centinaia di metri da un centro abitato. E’ l’aprile 2014.     Il nuovo acquisto regala grandi emozioni, che non possono restare un segreto tra i quattro compagni di avventure fotografiche (e non solo). Vanno condivise con altri amici, che a loro volta, sono sempre più curiosi di sapere cosa succede giorno e notte nei boschi vicino casa. Il passaparola diventa virtuale con l’apertura di una pagina Facebook, l’“Occhio nascosto dei Sibillini”. Inaspettatamente anche per gli stessi Stefano, Giuseppe, Lorenzo e Alessio scoppia un caso sul web: in un anno 10mila like, decine di migliaia di visualizzazioni su YouTube, Instagram e Twitter. Notati da Rai Radio 2, diventano protagonisti di una puntata di Pascal, nella rubrica “Il Meteo” di Matteo Caccia. Anche il fotografo naturalista Maurizio Biancarelli di National Geographic Italia vuole conoscerli.   Scatto dopo scatto, l’Occhio si mette in luce e arriva la richiesta, da parte di appassionati, seguaci e followers, di trasformarsi in un portale, un punto di riferimento che raccolga tutto il materiale fotografico dei quattro ragazzi, ma anche una finestra sui Sibillini per promuovere le bellezze che il territorio nasconde. Siano essi animali selvatici, sentieri, associazioni culturali, strutture, enti o persone speciali. E qui entro in scena io - non perché rientri tra le persone speciali - ma per dare voce a questa nuova realtà. Oggi più di ieri, perchè ci sono luci che il terremoto non può spegnere, soprattutto se sono targate Madre Natura.   Per Stefano, Giuseppe, Lorenzo e Alessio il sabato resta sempre il giorno della sorpresa, quando vanno a scoprire com’è andata la caccia fotografica. Sapere che i bambini (e pure i genitori) aspettano trepidanti i loro video, li riempie di gioia. E’ come godersi insieme l’orda di cinghialini striati che seguono la mamma, la ghiandaia che si specchia sulla pozza d’acqua, il cerbiatto che annusa la fototrappola o vedere per la prima volta animali elusivi come il gatto selvatico e il lupo, la “preda” più ambita.     L’Occhio è pronto a cominciare un’altra pagina della sua favola. Insieme a voi.

Scritto il 04 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Non solo Cappuccetto Rosso. "La luna รจ dei lupi" piace a grandi e piccoli. Intervista all'autore Giuseppe Festa

Il mondo degli uomini visto dagli occhi dei lupi. Giuseppe Festa, che ha già conquistato critica e pubblico con il film documentario “Oltre la Frontiera”, diversi reportage sulla natura trasmessi dalla Rai e i due romanzi “Il passaggio dell’orso” (Salani, 2013; Mondadori Scuola, 2014) e “L’ombra del gattopardo” (Salani, 2014), racconta la storia di un branco della Sibilla nella terza opera “La luna è dei lupi”, sempre edita da Salani.   Il branco è costretto ad affrontare un viaggio oltre il confine, verso nuovi territori, e dovrà difendersi sia dagli uomini sia da branchi rivali. L’entrata in scena di un giovane ricercatore e di una volontaria, terrorizzata dai lupi perché da bambina è stata morsa da un cane randagio, darà il via ad una catena di eventi imprevedibili e prove da superare. In un gioco di specchi in cui il lettore può osservare la natura degli animali e degli uomini dal punto di vista dei lupi, in cui tutto è ribaltato perché, alla fine, siamo noi uomini che dovremmo convivere con loro. Come nasce “La luna è dei lupi”? Da una strana coincidenza. Avevo deciso di fare una vacanza sui Sibillini e avevo prenotato in un bed and breakfast a caso. La mattina stessa della partenza un mio amico mi manda un messaggio dicendomi di leggere un articolo sui lupi appena uscito. Arrivo sul posto e scopro che il proprietario del B & B, Massimo Dell’Orso, è il protagonista dell’articolo. Scatta immediatamente l’amicizia. E’ lui che mi ha fatto conoscere il wolf-howling: un’escursione notturna per studiare i lupi presenti sul territorio, che consiste nello stimolare la naturale capacità di risposta dei lupi ad uno stimolo sonoro, facendo risuonare degli ululati registrati. Contando il numero degli ululati si può stimare la popolazione. E’ stata un’esperienza unica. Avevo paura ma al tempo stesso l’ululato è un richiamo che evoca magia, istinti primordiali.   Chi è per lei il lupo? Il lupo ci inquieta, anche perché noi abbiamo perso quell’empatia con il mondo naturale che lui ancora conserva. E’ l’istinto, il legame con la terra, ciò che non c’è più in noi ma è impresso negli occhi del lupo. Dobbiamo scrollarci di dosso Cappuccetto Rosso.   Come nasce la sua passione per gli animali selvatici e la montagna? A vent’anni, quando studiavo Ingegneria a Milano, su una bacheca lessi che cercavano volontari per il Parco nazionale d’Abruzzo. Stanco della vita in città, mi sono fatto avanti e sono partito alla volta del Parco per tre settimane. Un’esperienza che ha segnato la mia vita, tanto che abbandonai Ingegneria e iniziai Scienze naturali. Mi sono laureato e per anni ho svolto l’attività di educatore ambientale. Amo la montagna e, malgrado sia di Milano, sono più per gli Appennini che per le Alpi.   Quale messaggio vuole lanciare con il suo ultimo romanzo? L’accettazione della diversità. Ad esempio nel branco compare un lupo ibrido, nato dall’incrocio tra un cane randagio e un lupo selvatico. Morfologicamente è un lupo, ma è di un colore diverso dagli altri lupi, è nero. Quindi diventa metafora della diffidenza culturale, religiosa, del colore della pelle con cui spesso ci rapportiamo all’altro.   A chi è rivolto questo libro? A tutti, è considerato un crossover adatto ad ogni età, perché può essere letto a più livelli. E’ adottato dalle scuole medie e superiori, ma coinvolge anche gli adulti.   C’è già qualcos’altro in cantiere? Sì, sto scrivendo la storia di un ragazzino non vedente dalla nascita, che ho conosciuto in montagna. Quando tornava dalle escursioni mi raccontava sempre: “Ho visto….ho visto…”. Mi ha colpito, perché la sua vista è fatta di tanti sensi che noi non usiamo o usiamo solo in parte.  

Scritto il 01 Novembre 2016 da Lucia Gentili

Pronta la Reflex-Trappola targata Occhio Nascosto dei Sibillini

Si è aperta una nuova sfida per il nostro Occhio. Catturare i nostri amici con una qualità fotografica mai vista. Grazie al nostro ingegnere siamo riusciti a posizionare all'interno del bosco una reflex-trappola. La macchina è una nikon d3100 con lente 18-55mm all'interno di un box mimetico, impermeabilizzato e isolato acusticamente. Grazie ad un sensore PIR, quando viene rilevato un movimento, un micro controllore fa scattare la macchina. I nostri amici meritano il meglio!!!

Scritto il 12 Settembre 2016 da Lorenzo Lambertucci