Rubrica - I miei Monti Sibillini

La cresta est dell’Argentella da Forca Viola

Questo itinerario inedito completa il panorama delle salite del ripidissimo versante est del Monte Argentella.Il percorso proposto risale l’ultima metà della cresta est che parte dalla sommità della Ripa Grande mentre in bibliografia si trova descritta la salita, lunghissima, estenuante ma entusiasmante, della cresta nord-est opposta che parte direttamente dal piano della Gardosa.Questa salita è riservata esclusivamente a persone esperte anche su difficoltà alpinistiche perché l’ultimo tratto prevede passaggi su roccia di II° grado e risalite di tratti erbosi a 60° di pendenza. Più di venti anni fa nel pieno di questo versante del Monte Argentella, denominato non a caso “l’Abbandonata”, quando non era ancora stato istituito il parco, perse la vita un mio amico di Caldarola scivolando lungo questi ripidissimi pendii di erba mista a rocce mentre andava a caccia di coturnici. È possibile anche effettuare questa salita dal Piano della Gardosa, superando “Le Svolte” ed appena usciti dal bosco dirigendosi con difficoltà verso destra per rientrare nel bosco posto alla base dello Scoglio del Miracolo e prendendo una cengia, la cosiddetta “strada del frate” (descritta in modo poco chiaro in una sola bibliografia ma di limitata distribuzione). La cengia corre in piano sotto allo scoglio per uscire, alla valle del fosso del Miracolo situata alla base del versante est del Monte Argentella non senza poca fatica e difficoltà a trovare il tracciato. Dal fondo valle si raggiunge Forca Viola salendo il pendio erboso verso ovest posto tra i due ghiaioni che caratterizzano il versante. Tralascio la descrizione dettagliata dell’itinerario completo dal Piano della Gardosa a chi ha spirito di avventura ed esplorazione, per dare la possibilità di godersi meglio l’ultima metà della cresta, senz’altro più impegnativa e più entusiasmante. L’itinerario è consigliato anche in inverno con condizioni di neve ben assestata ma è necessaria attrezzatura specifica (piccozza e ramponi) e una buona esperienza su ghiaccio in quanto si trasforma in una vera e propria via alpinistica invernale. Accesso: da Castelluccio si scende in auto verso il Piano Grande (strada per Norcia-Forca di Presta), al termine della salita, in corrispondenza di una curva prima del piano proprio sotto alla collina del paese si parcheggia (354014 E – 4743141 N, 1315 m.). Dal parcheggio si prosegue a piedi per comoda carrareccia e dopo circa 350 metri si è ad un bivio con tre deviazioni. Qui si possono percorrere due itinerari per raggiungere Forca Viola. Il primo prevede il raggiungimento della Capanna Ghezzi (sentiero n.553) si prosegue la più evidente scomoda carrareccia centrale che si inoltra a sinistra verso i Colli Alti e Bassi snodandosi in uno stretto vallone fino al rifugio suddetto (1 ora). Dalla Capanna Ghezzi (354814 E – 4745543 N, 1570 m.) per sentiero (n.552) che sale verso destra superando alcuni canaloni, si raggiunge in circa 30 minuti Forca Viola.Il secondo più breve e meno conosciuto si snoda dall’incrocio nettamente sulla destra, per una più comoda carrareccia pianeggiante che si dirige verso il versante ovest di Quarto S. Lorenzo, fino ad un ripiano erboso (354786 E – 4743373 N, 1345 m.) (è possibile giungere fino a qui in auto) con una grande fontana per inoltrarsi poi verso sinistra nella Valle delle Fonti.  Si risale tutto il fondo valle e giunti nel canalone sulla verticale di Forca Viola (355870 E – 4745185 N) si sale per sentiero dapprima sulla sinistra poi sulla destra del canalone roccioso. Si intercetta il sentiero che sale dalla Capanna Ghezzi (n.552) e, dalla fontana, si raggiunge il pianoro di Forca Viola in circa 40 minuti. Descrizione: da Forca Viola (356713 E – 4745470 N) si scende nel versante est per il sentiero (n.153) che conduce al Lago di Pilato. Terminati i tornanti, quando il sentiero devia nettamente verso destra verso lo Scoglio del Miracolo prendere una traccia che corre sotto al sentiero, ben visibile a sinistra che attraversa il ghiaione in direzione nord della cresta di salita passando sotto a dei contrafforti rocciosi (356903 E – 4745691 N, 1820 m.).Seguire la traccia in costante salita attraverso i sempre più ripidi pendii erbosi in direzione dei canali rocciosi che incidono il versante est del monte Argentella. Raggiunto il primo canale roccioso ed impossibilitati ad attraversarlo a questa altezza (356828 E – 4746114 N, 1875 m.) occorre risalirlo per il suo bordo erboso per circa 100 metri senza traccia in direzione della cima, fino ad un tratto meno roccioso e ripido.Oltre il terzo canale in alto si nota in pieno pendio un curioso ed isolato fungo di roccia che occorre raggiungere in costante salita (356824 E – 4746372 N, 1920 m., circa 1 ora da Forca Viola). Passando sopra allo scoglio si prosegue in piano in direzione della cresta est posta di fronte fino a raggiungerla, con attenzione, nel punto di minor pendenza, in corrispondenza di un intaglio roccioso (356979 E – 4746541 N, 1900 m.).Si sale quindi con molta attenzione la cresta est che si impenna, intervallata da saltini rocciosi e tratti erbosi molto ripidi, per circa 200 metri fino a raggiungere una paretina verticale posta quasi al congiungimento della cresta est di salita con la cresta nord-est post a destra, in circa 30 minuti dallo scoglio a forma di fungo. Si è raggiunto il tratto più impegnativo della salita (2050 m).Si sale la paretina direttamente con passaggi di II° e continuare verticalmente su roccia rotta ed erba per circa 80 metri o si devia a destra a prendere il ripidissimo canale erboso (60° su erba) posto tra le due creste, nella sommità della zona denominata “l’Abbandonata” che si risale poi in verticale per altri 100 metri.Quindi in circa 30 minuti di cresta, si raggiunge l’anticima est e per ormai facilissima cresta, fino alla cima vera e propria del monte Argentella (2200 m.). Discesa: dalla cima del Monte Argentella si scende in direzione sud per la sottostante Forca Viola da cui si raggiunge l’auto per uno dei due itinerari di accesso descritti (considerare almeno 2 ore fino all’auto). Variante: dalla cresta est del M. Argentella è possibile raggiungere la sommità della Ripa Grande scendendo la cresta in direzione della sua cima rocciosa sottostante anziché salire la cresta nel percorso descritto. Dalla sommità della Ripa Grande si gode di un bellissimo panorama sul sottostante Piano della Gardosa e sulla Valle del Lago di Pilato. Per il ritorno percorrere lo stesso itinerario.

Scritto il 15 Agosto 2018 da Gianluca Carradorini

Traversata del versante nord di Monte Zampa

L’itinerario proposto, non descritto in altre guide, permette di traversare in quota il ripidissimo versante nord del Monte Zampa fino a raggiungere i torrioni sovrastanti il parcheggio di Valleria e le Pisciarelle con una visione aerea a picco davvero mozzafiato sulla valle dell’Infernaccio. Il percorso è uno dei più spettacolari della catena dei Monti Sibillini, davvero incredibile, nonostante non sia particolarmente lungo, è consigliato esclusivamente ad escursionisti esperti che siano in grado di muoversi con sicurezza su terreni erbosi molto ripidi e che conoscono bene la montagna in quanto il tracciato è esile e in alcuni tratti non più visibile. Mentre è assolutamente sconsigliato in inverno per la ripidezza dei pendii e il rischio di slavine che essi comportano. Le slavine che si staccano da questo versante raggiungono le “pisciarelle” poste quasi 1000 metri più in basso, come visibile nella foto 162. Accesso: da Montemonaco, prima o dopo il paese si prende la strada per la frazione di Isola S. Biagio, 300 metri prima dell’abitato si incrocia la deviazione della strada per il Monte Sibilla ed il rifugio omonimo. Descrizione: dal rifugio raggiunto in auto si prende a piedi il sentiero che sale in direzione della cresta tra il Monte Zampa e il Monte Sibilla che si raggiunge in circa 30 minuti (sentiero n.155). Poco sopra la cresta si prende l’ampio sentiero che scende il versante opposto con dei tornanti. Dapprima il sentiero si dirige verso sud-ovest in direzione della cima del M. Sibilla, prima di un piccolo ghiaione esso si biforca; un tracciato prosegue verso sinistra in direzione de “le vene” ed arriva fino al Casale Lanza, descritto nelle guide in commercio, (360023,4 E – 4752324 N; 1710 m.) l’altro continua a scendere con dei tornanti. Si scende ed in corrispondenza del secondo tornante si nota una lieve traccia a destra che si porta in piano verso il versante nord del Monte Zampa in direzione di un enorme scoglio che si fa sempre più imponente. Mantenendosi circa 100 metri sopra al bosco, si scavalca un lungo crestone roccioso risalendo l’unica rampa erbosa presente segnata da un sottile tracciato, visibile nella foto 59 (359906 E – 4752749,2 N; 1575 m.). Si raggiunge così una sella con alla sinistra lo spuntone roccioso che rappresenta la cima del primo torrione della zona denominata “Mèta” nella sottostante valle del Tenna (30 minuti, uscita dell’itinerario n. 8 riportato nella mia prima pubblicazione “I MIEI MONTI SIBILLINI” anno 2011).Si continua su un esile ma ben visibile sentiero intagliato nel ripidissimo versante entrando in un canalone facendo molta attenzione all’erba scivolosa. Si prosegue in quota scavalcando alcuni canali per una traccia di sentiero che si fa sempre meno visibile fino a raggiungere ampi ma ripidi prati. In netta salita, senza alcuna traccia, si raggiunge, in altri 30 minuti, la cima del primo torrione che sovrasta le Pisciarelle con una visione aerea e assolutamente incredibile sulla vallata sottostante e sul romitorio di S.Leonardo posto a poche centinaia di metri in linea d’aria (360121,6 E – 4753494 N). Dal primo torrione parte a destra una traccia che si inoltra nel ripido canalone boscoso che separa le due cime e che, con un ultimo brivido adrenalinico e con molta attenzione, permette di raggiungere la seconda cima, più bassa, ma non meno spettacolare, a picco sul parcheggio di Valleria che vedrete proprio sotto ai vostri piedi. Quindi dopo aver goduto del fantastico panorama della valle del Tenna e del Rio con la cascata nascosta, si risale faticosamente la cresta erbosa in direzione sud-est fino a raggiungere la cima del Monte Zampa. Discesa: dalla cima del Monte Zampa facilmente si raggiunge la sella in direzione del Monte Sibilla fino a riprende il sentiero percorso in salita che riporta al Rifugio sottostante (1.5 ore).

Scritto il 08 Agosto 2018 da Gianluca Carradorini

La Grotta delle Fate nel versante sud-est del Monte Vettore

Anche questo fantastico itinerario non viene riportato nelle principali guide ufficiali dei Monti Sibillini. Esso permette di raggiungere l'incredibile placconata dell’Aia della Regina e la Grotta delle Fate, poste nel versante sud del Monte Vettore per un comodo tracciato.L’itinerario è vivamente consigliato a tutti gli escursionisti che hanno voglia in particolare di scoprire questo versante aspro, selvaggio ma nello stesso tempo meraviglioso del Monte Vettore, altrimenti frequentato solamente da pochi alpinisti sia d’estate che d’inverno.Molto più in basso di questo itinerario corre parallelamente il “Sentiero dei Mietitori” che per la maggior parte del suo tracciato si svolge dentro al bosco senza alcuna panoramicità. Nella zona è conosciuta solo da escursionisti esperti e alpinisti ed è riportata sulle guide in commercio la più difficile “Via del Canalino”, che risale la sponda destra dell’Aia della Regina per poi raggiungere la Cima di Pretare ed il Monte Vettore. L’itinerario qui descritto può essere considerato come il raggiungimento più breve del “canalino” anziché partire dalla fonte delle Sicinere ed attraversare il faticoso bosco di pini soprastante. L’itinerario è vivamente consigliato anche in inverno con condizioni di neve ben assestata, ma è necessaria attrezzatura specifica (piccozza e ramponi) e una buona esperienza alpinistica su ghiaccio. Da questo itinerario partono diversi tracciati alpinistici invernali che salgono nei vari canali sovrastanti fino alla cima del Monte Vettore. Accesso: dalla carrozzabile che congiunge Forca di Presta a Montegallo e Arquata del Tronto si scende con l’auto fino alla località Piè Vettore, 300 metri prima del primo tornante si nota sulla sinistra un primo nucleo boschivo e sulla destra un ampio piazzale dove si parcheggia. Nel prato pianeggiante sopra strada si notano i pali che segnalano l’inizio del “Sentiero dei mietitori” (358827 E – 4739979 N, 1380 m.). Descrizione: Si percorre il sentiero dei Mietitori per circa 200 metri quindi, senza percorso, si risale per altri 200 metri di dislivello il pendio verso nord-ovest caratterizzato da arbusti nani di ginepro e uva orsina in direzione del Canalone del Mezzi Litri che scende dal pendio sottostante la Forca delle Ciaole. L’imbocco del canalone è caratterizzato da ghiaioni di breccia rossastra e blocchi di conglomerato posti a strati nella sponda sinistra (358801 E – 4740792 N, 1560 m.). Proprio alla base di tali blocchi inizia verso destra in direzione nord in salita una traccia di sentiero indicato con frequenti omini di pietra e che man mano si fa più evidente (25 minuti dall’auto). Il sentiero diventa pianeggiante ed inizia ad attraversare una bellissima zona caratterizzata da torrioni e spuntoni rocciosi sparsi a valle e a monte. Si prosegue in lieve salita al di sopra del rimboschimento di pini che caratterizza la parte bassa della montagna, fino a raggiungere, in altri 30 minuti, un ampio canalone roccioso caratterizzato da immense placche rocciose coricate tra cui si snoda il sentiero.Si traversa il canale e si prosegue sul bordo opposto in un ambiente che si fa man mano più selvaggio e roccioso. Superata una crestina si prosegue per tracciato su pendio erboso fino a dei torrioni di roccia, oltre i quali si apre un canale ghiaioso e ci si affaccia sulla immensa placconata rocciosa dell’Aia della Regina. Qui si notano le imponenti pareti soprastanti della Piramide alla base della quale si apre lo scuro antro della Grotta delle Fate già visibile.Si consiglia di memorizzare bene questo punto, perché poi rappresenta l’inizio dell’itinerario di discesa e non sono presenti segnalazioni in loco. Da questo punto (359662 E – 4741821 N, 1700 m.) in poi iniziano delle difficoltà per cui si raccomanda molta prudenza nel superare il canalone ghiaioso che vi separa dalle placche rocciose sottostanti la grotta delle fate. Si attraversa il canalone ghiaioso in lieve salita per traccia di sentiero superando un tratto roccioso piuttosto insidioso e, costeggiando le rocce, ci si dirige verso il pendio erboso sottostante la grande placconata dell’Aia della Regina.Qui l’ambiente è spettacolare e unico nel suo genere nei Monti Sibillini. Si è circondati da altissime pareti rocciose verticali, al centro di placche di roccia talmente levigate che sembrano quasi una colata di cemento, un panorama verticale sul paese di Pretare, Arquata e sulla valle del Tronto con di fronte i Monti della Laga.Si raggiunge quindi la base inferiore della placconata dell’Aia della Regina, caratterizzata da un anfiteatro di paretine rocciose alte alcuni metri. Si risalgono le paretine sovrastanti nel punto più basso in corrispondenza di un grosso arbusto, e si mette piede nelle placche di liscissimo calcare che caratterizzano questa incredibile zona del Monti Sibillini.Risalendo le placche, con attenzione perché in alcuni punti sono bagnate e scivolosissime, in direzione della parete rocciosa soprastante dove si nota l’ingresso della grotta, si raggiunge il limite superiore dell’Aia della Regina. Qui, in direzione della verticale della grotta, si supera verso sinistra con molta attenzione il ripido pendio erboso sottostante bagnato in alcuni punti dall’acqua che cade dalle pareti soprastanti, quindi piegando verso destra costeggiando la base della parete si raggiunge l’ingresso della Grotta delle Fate a 1942 m. (2 ore dall’auto). La grotta in realtà è una ampia caverna profonda una decina di metri, sopra di essa si innalza per circa trecento metri di verticale, la parete della “Piramide” (2181 m.) che si può osservare costeggiando sulla destra la cengia che parte dalla grotta. Per escursionisti esperti su difficoltà alpinistiche, che volessero proseguire fino al Monte Vettore per la “Via del Canalino”, una volta raggiunta la placconata dell’Aia della Regina, non superare il suo bordo inferiore ma costeggiarlo per ripidi ghiaioni verso destra fino al termine, per prendere la cresta erbosa che con una ripida salita ed un canalino ghiaioso, in direzione di una caverna-tetto di roccia strapiombante caratteristica, porta all’imbocco del “canalino” dove si trovano i segnali dell’itinerario di salita e la corda di acciaio che caratterizza il tratto più difficile del percorso, all’interno dell’imbuto. Discesa: stesso itinerario facendo molta attenzione a scendere dalla grotta fino alla base della placconata dell’Aia della Regina e quindi a prendere l’imbocco del sentiero di raggiungimento (2 ore fino all’auto). Variante: i torrioni del lato sinistro (orografico) del canalone dei Mezzi Litri Descrizione: dall’imbocco del Canalone del Mezzi Litri, caratterizzato da ghiaioni di breccia rossastra e blocchi di conglomerato posti a strati nella sponda sinistra (358801 E – 4740792 N, 1560 m.), invece di prendere verso destra, in direzione nord in salita, il sentiero descritto precedentemente, si risale faticosamente ancora per altri 200 metri la sponda ghiaiosa del canale fino ad intercettare una traccia, che sale anch’essa verso destra in direzioni dei grandi torrioni che caratterizzano la sua sponda.La traccia in lieve salita si snoda tra canali e alti torrioni rocciosi. In questa zona si consiglia di dirigersi, senza itinerario, sulle sommità dei torrioni più alti che si incontrano e di girovagare alla ricerca di scorci molto singolari. La traccia di sentiero continua sempre in lieve salita in direzione della “Piramide” che si scorge di lato fino ad attraversare tutta la zona e dirigersi verso i prati in direzione del “canale del santuario”, posto sulla verticale della Forca delle Ciaole proprio in corrispondenza dell’inizio della salita per la cima del M. Vettore.Tale percorso era anticamente utilizzato dai pastori per portare le greggi nei pascoli del versante est del M. Vettore. L’itinerario è stato percorso per la prima volta nel febbraio 2014 con la neve e ci ha regalato una giornata insolita e spettacolare, ovviamente d’inverno è necessaria la normale dotazione alpinistica (piccozza e ramponi). Nella zona sopra descritta abbiamo poi effettuato due vie su roccia discreta risalendo alcuni torrioni con passaggi di IV e 1-2 tiri di corda ma essendo salite “da palestra” non descrivo dettagliatamente tali vie. Discesa: stesso itinerario, d’inverno girovagando si può raggiungere la base del torrione posto più in alto, alla base del quale si apre una ampia cavità, (foto 52) per scendere poi verso sinistra direttamente nel Canalone dei Mezzi Litri innevato e quindi facilmente fino a Pié Vettore fino a riprendere l’itinerario di salita (1 ora).

Scritto il 01 Agosto 2018 da Gianluca Carradorini

Cima del Redentore, salita diretta dai piani di Castelluccio attraversando la zona della leggenda dell’impatto ufo

La salita proposta, adatta a tutti gli escursionisti con buon allenamento, presenta un dislivello complessivo di 1100 metri con pendenza da 30 gradi fino a 45 gradi nella parte superiore del “cordone del Vettore” ma senza difficoltà alpinistiche. Permette di salire alla Cima del Redentore direttamente dalla strada Castelluccio-Forca di Presta, senza percorso tracciato ma salendo per prati e canaloni attraversando una zona nella quale si ritrovano strani frammenti metallici attribuiti dalla leggenda popolare all’impatto di un velivolo, (UFO o OVNI in Italiano?) verificatosi nel maggio del 1993. Nello stesso periodo si verificarono avvistamenti, completi di fotografie, di uno strano essere, che girovagava nella zona di Pretare, posta sul versante opposto della montagna, riportati anche dai mass-media e successivamente ridimensionati come uno scherzo di cattivo gusto, che ancora si possono vedere su internet. Non approfondisco l’argomento ne faccio commenti su queste vicende. So soltanto che la zona ed in particolare la strada , fu interdetta al pubblico per alcuni giorni dai militari. C’è invece chi ipotizza che tali frammenti siano schegge di proiettili di artiglieria militare sparati sulla montagna per esercitazioni durante la seconda guerra mondiale. La particolarità di questi frammenti è che, nonostante siano stati esposti agli agenti atmosferici per tutti questi anni , sono ricoperti da un sottilissimo strato di ruggine che grattato con della semplice carta vetrata o con una lama evidenzia il lucente metallo ferroso sottostante, inoltre presentano uno spessore notevole, anche di diversi centimetri. In genere gli aerei sono costruiti in alluminio, metallo molto leggero, i proiettili di artiglieria e quindi le schegge derivanti sono di spessore ridotto, generalmente di ottone, bronzo o talvolta di ghisa, sono facilmente corrodibile dagli agenti atmosferici specialmente dopo anni di permanenza all’esterno. L’itinerario è vivamente consigliato a luglio quando potete ammirare la “fioritura” di Castelluccio dall’alto e anche in inverno con condizioni di neve assestata ma è necessaria attrezzatura specifica (piccozza e ramponi) e un minimo di esperienza alpinistica su ghiaccio ma ovviamente niente frammenti metallici!! Accesso: da Castelluccio si scende con l’auto per il piano grande quindi si prende la deviazione a destra per Forca di Presta. Dall’incrocio parte una diretta lunga circa un chilometro al termine della quale con una netta curva inizia la salita verso Forca di Presta. Descrizione: Si lascia l’auto in corrispondenza della curva (355329 E – 4742192 N, 1304 m.), nella zona denominata “il sassone” per la presenza sulla destra della strada di un grande masso caduto dalla montagna e si inizia la salita senza tracciato verso est prendendo un canalone che sale proprio a monte della curva. Si segue il canalone che devia gradatamente verso sinistra fino a raggiungere, in circa 1,5 ore, quota 1700 metri (356200 E – 4742465 N), la zona denominata “costa del Vettore” dove inizia la zona dei ritrovamenti dei frammenti metallici. La zona dei ritrovamenti è compresa tra 1700 e 1850 metri di quota e si estende dal canalone di salita fino a circa 300 metri verso destra (356405 E – 4741970 N) ed in altezza fin quasi fino alla verticale dello Scoglio dell’Aquila che a questa quota inizia a mostrare la sua imponenza. Proseguendo invece sempre il canalone di salita, in altri 60 minuti si arriva a quota 2000 metri (356744 E – 4742756 N), al cosiddetto “Cordone del Vettore”, fascia rocciosa che corre dallo Scoglio dell’Aquila fino alla verticale della Cima dell’Osservatorio. Qui si supera la barriera rocciosa prendendo la sponda sinistra del canale che scende diretto dalla Cima del Redentore, facendo attenzione alle roccette presenti ed ai pendii superiori che, oltre ad essere più ripidi, possono essere scivolosi, pertanto la salita non va fatta con pioggia o tempo incerto. Quindi con molta pazienza, salendo sui ripidi pendii erbosi a 45° di pendenza, in almeno altri 60 minuti di salita si raggiunge la Cima del Redentore a 2448 m. godendo dell’aereo panorama che offre sui Piani di Castelluccio. Discesa: la discesa all’auto può essere effettuata proseguendo la cresta dalla Cima del Redentore per la Cima dell’Osservatorio quindi scendendo al Quarto S. Lorenzo e a Forca Viola. Dal centro della valletta di Forca Viola scendere in direzione di Castelluccio per il sentiero per la Valle delle Fonti (vedi itinerario 9). Non farsi ingannare dai due più ampi e comodi sentieri che partono a destra in successione e che portano al Casale dell’Argentella e più in basso alla Capanna Ghezzi, ma scendere il pendio ghiaioso sottostante per poi raggiungere il fondo della valle delle Fonti. Quindi percorrendo il sentiero di fondo valle, si raggiunge un pianoro con una fontana e costeggiando la base dei canaloni che scendono da Quarto S. Lorenzo e dalla Cima dell’Osservatorio, per prati e campi coltivati, senza tracciato in direzione del Sassone, si raggiunge l’auto da dove siete partiti. Per la discesa considerare almeno 3 ore dalla Cima del Redentore. Oppure, più impegnativa ma molto più panoramica è la discesa del canalone sinistro dello Scoglio dell’Aquila (itinerario B). Dalla Cima del Redentore prendere la cresta per la Cima del Lago, raggiunta la Forcella del Lago, il punto più basso della cresta oltre la quale inizia la ripida salita per la Cima del Lago, scendere il pendio ghiaioso che costeggia le pareti sud dello Scoglio dell’Aquila, la cui cima è visibile (e raggiungibile per chi non soffre di vertigini) circa 100 metri sotto la cresta. Si scende tutto il canalone arrivando a contatto con le imponenti e liscissime pareti dello Scoglio dell’Aquila fino alla sua base dove è presente un pianoro caratterizzato da grandi massi caduti dallo scoglio e da antichi ripari in pietra di pastori. Da qui si osserva l’imponenza dello Scoglio dell’Aquila con le sue lisce e scanalate pareti di calcare massiccio. Per pendii senza tracciato si scende verso sinistra in direzione della curva della strada Castelluccio-Forca di Presta dove avete lasciato l’auto, ben visibile, che avete quasi sotto i vostri piedi.

Scritto il 25 Luglio 2018 da Gianluca Carradorini

Il sentiero del Ramatico

Anche questo spettacolare itinerario non viene riportato sulle principali guide ufficiali dei Monti Sibillini. Esso permette di raggiungere Cima Vallelunga (2221 m.) direttamente da Foce (945 m.) con ben oltre 1200 metri di dislivello, salendo al fianco degli speroni rocciosi che caratterizzano il versante est della montagna. L’itinerario è consigliato ad escursionisti ben allenati ed in grado di attraversare ripidi pendii erbosi, ma non presenta difficoltà alpinistiche.L’itinerario è consigliato anche in inverno con condizioni di neve assestata, ma è necessaria attrezzatura specifica (piccozza e ramponi) e un minimo di esperienza alpinistica su ghiaccio. Accesso: da Montemonaco si prende la carrozzabile per Foce, si lascia l’auto 300 m prima del paese in corrispondenza di un prato attrezzato per pic-nic. Descrizione: Dal prato attrezzato sale un ripido sentiero (n.154) in salita verso destra in direzione nord del Fosso Zappacenere. Seguendo il sentiero che con ripidi tornanti attraversa il bosco della Frondosa, dopo circa 45 minuti si esce dal bosco in corrispondenza della Fontana di S. Maria (357936 E – 4749715 N, 1360 m.) quindi proseguendo sempre in salita verso ovest si attraversa un ultimo frammento di bosco, nella zona denominata “i campi” oltre il quale si interseca un visibile sentiero (357152 E – 4749262 N, 1550 m.) che scende dal M. Lieto (M. Sibilla). Proseguendo verso sinistra in direzione sud in circa 30 minuti si raggiunge una ampia pietraia al di sopra della quale si osserva già, sul ghiaione di sinistra, una traccia di sentiero che lo attraversa in salita, da sinistra verso destra. Per pendii erbosi, evitando di raggiungere la fonte dell’Acero che si nota ancora più a sinistra, ci si porta in direzione ovest alla base del ghiaione quindi, in altri 30 minuti, si sale sul suo bordo sinistro fino a prendere l’inizio del sentiero (356376 E – 4749264 N, 1900 m.).Su tracce di sentiero si taglia il vasto ghiaione in salita in direzione nord di Cima Vallelunga quindi attraversando con attenzione ripidi canali ghiaiosi e pendii erbosi, passando sotto alle verticali pareti che caratterizzano il versante est di tutte le “cime” di Cima Vallelunga, si raggiunge un pendio erboso posto sopra a degli spuntoni rocciosi denominati i “tre vescovi”, di fronte al Monte Sibilla, oltre il quale la traccia di sentiero si perde (1 ora). Qui ci si innalza liberamente per prati, sempre verso destra in direzione nord-ovest, fino a raggiungere in circa 20 minuti la Cima Vallelunga (2221 m.). Discesa: da Cima Vallelunga dirigersi verso il Monte Sibilla fino a raggiungere il termine della strada, qui scendere nel canalone sottostante verso il secondo tornante della strada sottostante fino a raggiungere la piccola Fonte del Meschino (357299 E – 4750839 N, 2010 m.) da cui parte un sentiero in direzione est che scende lungo il versante del Monte Sibilla in direzione della Banditella. Dopo circa 300 metri una traccia a destra cambia direzione (357985 E – 4750776 N) scendendo nettamente verso il Monte Lieto, il cui termine avete intersecato durante la salita. Percorrere il sentiero sempre in discesa, attraversando canali ghiaiosi fino a raggiungere i prati sopra alla Fonte di S. Maria, dove si intercetta l’itinerario di salita (1.5 ore). Con almeno un’altra ora e mezzo di cammino si giunge all’auto.  

Scritto il 18 Luglio 2018 da Gianluca Carradorini

La Cengia delle Ammoniti, il Tempio della Sibilla e la Cascata Dimenticata del Fosso il Rio

L’itinerario proposto, nonostante sia uno dei più spettacolari del Monti Sibillini insieme alla traversata del Fosso la Foce, descritto nella mia prima pubblicazione e alla portata di tutti gli escursionisti, non è riportato nelle principali guide ufficiali in commercio ma solo in una pubblicazione minore a distribuzione limitata e descritto in modo poco dettagliato. Del tutto ignorata da qualsiasi guida invece la cosiddetta “cascata dimenticata” del Fosso Il Rio, per questo con i miei amici l’ho chiamata così, che si trova più in alto della più conosciuta e frequentatissima “cascata nascosta”. L’itinerario è consigliato anche in inverno con condizioni di neve assestata, quando acquista un fascino ancora maggiore per l’imponente panorama che si può osservare nel primo tratto e per la bellezza tutta particolare di una cascata ghiacciata nel secondo tratto, ma è necessario considerare tempi di percorrenza più lunghi e la disponibilità di un minimo di attrezzatura invernale (piccozza e ramponi). Cengia delle Ammoniti e il Tempio della Sibilla Accesso: da Rubbiano si raggiunge con l’auto il parcheggio di Valleria quindi a piedi per l’ampio stradone per le Pisciarelle e la gola dell’Infernaccio si raggiunge l’eremo di S. Leonardo per il classico itinerario (sentiero n.229). Descrizione: Dall’eremo di S. Leonardo si sale verso monte. Nei pressi della fontana il sentiero si biforca: a destra si tralascia il tracciato per la cosiddetta Cascata nascosta del Fosso del Rio (sentiero n.223), prendendo invece a sinistra in direzione nord-ovest si entra nel bosco dove il sentiero si fa netto. Con tornanti si sale fino ad uscire in circa 30 minuti in corrispondenza di un ampio prato con una valletta erbosa (358625 E – 4753797 N, 1300 m.) dove a destra parte il sentiero per il Casale il Rio e la cascata dimenticata del Rio, da visitare anch’essa in quanto ancora più spettacolare della prima e descritta di seguito. Continuando sempre per ampio sentiero su prato in direzione ovest si risale un ampio vallone che piega verso sud. Si ignora sulla destra il sentiero che sale al Casale della Priora (358121 E – 4753569 N, 1540 m.), quindi in direzione sud-ovest si prosegue fino a raggiungere la sommità del primo torrione dei “Grottoni”. Qui si incontra una fontana diroccata (357947 E – 4753243 N, 1530 m.) e poco più avanti, in un avvallamento erboso, si nota il vecchio casale dei Grottoni. Si raggiunge il casale (357808 E – 4753337 N, 1615 m) e si continua in direzione ovest in piano dapprima su ampio pendio erboso che poi man mano si restringe fino a diventare una esile cengia che corre sotto ad una continua fascia di rocce. Si percorre tutta la cengia sotto alla fascia di rocce che formano anche delle cavità dove si possono trovare delle ammoniti fossili, fino a raggiungere, in circa un chilometro o 30 minuti di cammino, la sommità del penultimo torrione dove, poche decine di metri sotto, si apre un arco naturale alto alcuni metri, a forma di tempio, denominato appunto “il tempio della Sibilla” (357121 E – 4753330 N, 1550 m.). Il panorama sul Monte Sibilla con i suoi fossi e canyon (Le Vene, La Corona) posto di fronte e sulla valle del Tenna posta sotto ai vostri piedi è davvero spettacolare. Al ritorno si consiglia di portarsi con molta attenzione sopra a qualche cima dei torrioni de “i grottoni”, sopra i quali state camminando, sporgersi magari mettendosi distesi a terra in modo da osservare l’incredibile verticale panorama che si aprirà sotto ai vostri piedi a picco sulla valle del Tenna. Discesa: ripercorrere lo stesso itinerario per poter visitare anche la “Cascata dimenticata” del Fosso del Rio oppure per chi ha voglia di camminare, dal tempio della Sibilla, proseguire la cengia fino all’ultimo torrione quindi salire faticosamente in verticale verso nord-est il pendio posto a sinistra del costone soprastante la fascia di rocce per circa 400 metri fino a intercettare il sentiero (357240 E – 4753897 N, 1880 m.) che porta al Casale Pantanelli (355979 E -4754002 N, 1800 m.), da cui scendere per comodo sentiero verso la base del Pizzo Berro fino a Capotenna e da qui fino all’Infernaccio (considerare almeno ore 3 dal tempio della Sibilla). La Cascata Dimenticata Questo itinerario è consigliato da aprile a giugno, specialmente dopo inverni molto nevosi o primavere piovose in grado di generare la massima portata della cascata dimenticata, oppure in inverno con temperature molto basse, quando si presenta nel suo effimero splendore di ghiaccio. La cascata non è descritta in alcuna guida nonostante sia ben più alta e spettacolare della seconda cascata del Rio, la cosiddetta “cascata nascosta” posta più a valle e ben conosciuta, il cui itinerario di raggiungimento è riportato sulle guide ufficiali. Descrizione: Usciti dal bosco 30-40 minuti oltre l’eremo di S. Leonardo, ci si trova su un ampio prato con una valletta erbosa dove si scopre il versante del Rio (358625 E – 4753797 N, 1300 m.). Anziché proseguire per l’evidente sentiero che porta al cengia delle Ammoniti descritta precedentemente ci si inoltra nel prato sulla destra in direzione nord per lievi tracce di sentiero fino a raggiungere il bosco. All’interno del bosco il sentiero si fa netto e ben evidente, si prosegue in piano fino ad addentrarsi nel vallone del Rio. Dopo circa 30 minuti si esce dal bosco e si incontra una deviazione in discesa che porta al nascosto Casale del Rio che può essere raggiunto al ritorno dalla cascata. Si prosegue nel sentiero in alto fino a raggiungere, con alcuni passaggi rocciosi, il fondo del Fosso del Rio dove scende un ruscello. Se guardate il ruscello a monte noterete che la maggiore quantità di acqua non proviene dall’imbuto superiore che scende direttamente dalla cima del Monte Priora ma da un lato del fosso. Salendo il greto del ruscello per altri 150 metri si arriva ad una grande lama rocciosa sulla sinistra oltre la quale improvvisamente si apre il fosso della cascata dimenticata, una cascata alta circa 30 metri e con ampia portata primaverile davvero molto spettacolare che non si vede e non si sente fino a che non si è giunti sotto di essa (358045 E – 4754971N). Superando alcune facili roccette si può arrivare fino a sotto il suo salto principale. Generalmente d’estate la cascata si trasforma in una semplice parete bagnata in quanto le sorgenti che la alimentano sono poste un centinaio di metri sopra di essa e quindi perde la sua spettacolarità. Se si prosegue la risalita del ruscello verso monte si può arrivare sotto ad un grande salto roccioso al centro del fosso. Salendo il pendio con attenzione verso destra costeggiando una liscissima parete rocciosa, si può ammirare tutta la successione di salti della cascata a partire dalle sue sorgenti. Discesa: ripercorrere lo stesso itinerario di salita per l’Eremo di S. Leonardo (2.5 ore fino all’auto).  

Scritto il 11 Luglio 2018 da Gianluca Carradorini

I cani da pastore dei Monti Sibillini

Altro incontro che si fa spesso andando in giro d’estate nei Monti Sibillini sono i cani da pastore. L’incontro potrebbe essere non molto piacevole perché se ci si avvicina ad un gregge al pascolo, i cani da guardia compiono bene il loro mestiere e si avventano contro i malcapitati passanti facendo loro cambiare percorso. In realtà non è mai successo che i cani da pastore abbiano attaccato delle persone, forse perché rimane più semplice andare verso la direzione opposta. Può capitare invece di dover comunque passare vicino ad un gregge o, come è successo a me diversi anni fa, di dover attraversare proprio il gregge al pascolo, perché era impossibile passare altrove. In quella occasione, sapendo come comportarci, abbiamo superato il gregge indenni, durante l’avvicinamento al gregge diversi pastori maremmani, ci vennero incontro, cercando di farci cambiare strada. Noi andavamo avanti con decisione ma senza correre, in fila indiana, cercando di rimanere a monte del gregge, in posizione più favorevole, senza distogliere lo sguardo dalla nostra strada, facendo rumore sul terreno con i bastoni che avevamo, in modo da far capire ai cani che i bastoni erano pesanti e che potevamo difenderci. I cani si misero in cerchio intorno a noi abbaiando all’impazzata, noi andavamo dritti senza neppure guardarli, senza correre o parlare, in modo del tutto tranquillo. Arrivati nei pressi del gregge ci venne incontro un vecchio cane con una pietra in bocca, si mise vicino a me che guidavo il gruppo e mi accompagnò fuori dal gregge, poco dopo si fermò e si fermarono anche tutti gli altri 5-6 cani che ci seguivano, attraversammo così il gregge, non senza un pò di timore, ma indenni. Successivamente, parlando con un pastore del comportamento dei cani ci spiegò che quello che ci venne incontro con la pietra in bocca era il capo branco, e finché teneva la pietra in bocca gli altri cani non avrebbero attaccato. Se avessimo dato fastidio alle pecore o avessimo corso o urlato, il capobranco avrebbe lasciato la pietra e non so cosa sarebbe successo. Quindi quando incontrate i cani da pastore non correte, non urlate ed è consigliabile portare sempre almeno un bastone con cui battere il terreno e non li guardate mai negli occhi ma tirate dritti con calma per la vostra strada. Prima dell’istituzione del Parco Nazionale alla Pintura di Bolognola era consuetudine che qualche pastore lasciasse liberi d’inverno dei cani che trovavano rifugio e cibo nella zona grazie alle strutture alberghiere presenti. Al mattino presto, quando arrivavamo per fare qualche escursione sulla neve, questi cani ci venivano incontro esprimendo una gioia incontenibile, saltandoci letteralmente addosso. Quindi si incamminavano con noi in montagna nonostante le prime volte avessimo cercato di allontanarli. Addirittura un anno due cani arrivarono con noi fino alla cima di Pizzo Regina, passando per tutta la strada del Fargno, forcella Angagnola e Pizzo Berro, una escursione di oltre 20 chilometri andata e ritorno, interamente su neve. Arrivati in cima erano talmente stanchi che si misero distesi sulla neve e salutarono alcuni miei compagni ritardatari battendo la coda a terra senza neppure alzarsi, dalla fame mangiarono perfino le bucce della frutta!! La cosa che mi sorprendeva era la loro abilità e conoscenza della montagna. Una volta salimmo per un canalone con neve ghiacciata alla cima Acquario (descritta di seguito) su pendenze di 45 – 50° con ramponi e piccozze. Ovviamente i cani non poterono salire sul canalone ghiacciato ma tanta era la voglia di venire con noi in montagna che salirono con grande maestria e senza alcun timore sulle rocce ed erba che costeggiavano il canalone innevato ed arrivarono con noi fino a Monte Acuto. Un’altra volta avevamo intenzione di percorrere la strada del Fargno nel tratto sotto alla parete nord di Monte Acuto, dove attualmente ci sono ben due lapidi di escursionisti morti in questi ultimi anni cadendo mentre cercavano di attraversare la strada riempita di neve. La strada era completamente riempita di neve e formava un pendio uniforme molto insidioso, i cani si misero davanti a noi abbaiando ed impedendoci di camminare e capimmo che non era il caso di proseguire per quella strada, dopo aver girato e percorso qualche centinaio di metri un sordo rumore ci fece girare, una slavina si era staccata proprio dove avremmo dovuto passare noi. Erano una bellissima compagnia, durante il tragitto ogni tanto si avvicinavano a noi facendosi accarezzare, arrivati su qualche cima di solito noi ci soffermavamo per diversi minuti, i cani si mettevano seduti, gli davamo dei bocconi presi dalla nostra colazione e poi si mettevano per lungo tempo ad osservare le montagne. Non avevo mai visto dei cani osservare il panorama, talvolta pensavo che avessero un’anima... li ricordo con immensa gioia... ci mancano molto.  

Scritto il 04 Luglio 2018 da Gianluca Carradorini

Andar per volpi, lupi, cervi, camosci ed altre piccole creature

In questi ultimi anni il mio girovagare nei Monti Sibillini mi ha portato ad incontri particolari con animali che erano scomparsi, come il lupo, o che non erano presenti a memoria d’uomo, come il camoscio d’Abruzzo, reintrodotto da pochi anni, o addirittura a poter quasi toccare una volpe, solitamente schiva all’uomo.Ebbene, se andate verso il tramonto, d’estate alla fontana della Forca di Gualdo o Madonna della Cona, nei pressi del Pian Perduto di Castelluccio o al parcheggio di Valleria dove si lascia l’auto per raggiungere le gole dell’Infernaccio, quando ormai tutti gli escursionisti se ne sono andati ed inizia a regnare il silenzio, usciranno dal bosco delle dapprima timide ma poi sempre più socievoli e bellissime volpi, in cerca di qualche residuo di cibo.Ormai questi animali si sono abituati alla confusione ed alla presenza dell’uomo che, come si sa purtroppo per l’ambiente ma per la fortuna delle volpi, lascia in giro sempre qualcosa da mangiare. Potrete addirittura dargli a mangiare direttamente dalle vostre mani purché abbiate pazienza e soprattutto non fate movimenti bruschi. Sarà veramente un incontro straordinario. L’incontro con il lupo è sempre straordinario, perché in genere avviene per un tempo brevissimo senza alcun preavviso. Ti sfreccia davanti e non fai in tempo neppure a fotografarlo perché rimani estasiato dalla sua visione, oppure lo vedi da lontano ma non si fa certo avvicinare .L’ho incontrato più volte, soprattutto d’inverno principalmente nella zona compresa tra il Monte Prata e la Valle delle Fonti nella zona di Castelluccio, anche in coppia ed addirittura in pieno inverno che girovagavano con oltre un metro di neve all’interno dell’isolata Valle lunga. Un giorno ero andato a fare un giro da solo nel versante est del Pizzo di Méta quando al ritorno, attraversando un lembo di bosco sento un belare piuttosto strano, mi giro e a venti metri da me, come una saetta ha attraversato un bellissimo lupo con un agnello tra i denti. Non ho fatto in tempo ne a fotografarlo ne ad urlare per fargli lasciare la preda. Mi sono goduto quel rapido passaggio ammirando la bellezza di quell’animale. Mio nonno mi ha raccontato spesso di vicende di lupi che negli anni prima della seconda guerra mondiale abbondavano nei nostri monti. Li ha incontrati più volte da vicino d’inverno con la neve quando andava a lavorare con gli sci da Acquacanina alla centrale di Bolognola e addirittura una volta uno sgozzò una pecora proprio in un casolare nei pressi della sua casa tirandola fuori da una buca della porta, dove un pastore ricoverava le pecore quando c’era la neve. Attualmente sono stimati circa 50 esemplari sparsi in gruppi territorialmente separati per tutto il territorio dei Monti Sibillini.D’inverno è facile vedere e riconoscere le tracce del lupo con il suo tipico andamento “filante” e regolare, una dietro l’altra, lunghe circa 10 centimetri, con quattro dita nelle zampe posteriori e cinque in quelle anteriori di cui il pollice sospeso verso l’alto. Alcune coppie di Cervi sono state reintrodotte di recente nei Monti Sibillini, non mi risulta che il cervo sia stato mai presente allo stato selvatico nel gruppo montuoso. Non è facile incontrarlo, io ho avuto modo di osservarlo alcune volte a primavera all’alba quando va a bere nelle sponde del Lago di Fiastra ed in particolare nei pressi del ponte che da S. Lorenzo attraversa la parte iniziale del lago per raggiungere il capoluogo. Il camoscio d’Abruzzo o dell’Appennino è anch’esso di recente reintroduzione in quanto, da resti fossili trovati su una grotta del Monte Argentella, sembra essere stato presente nei Monti Sibillini qualche migliaio di anni fa e poi a causa della limitata estensione del territorio e della crescente antropizzazione si è estinto.Attualmente il gruppo di ripopolamento si trova nella zona protetta del Monte Bove, interdetta agli escursionisti, ma talvolta, con molta fortuna, è possibile incontrarli fuori del limite della zona mentre pascolano nei ripidi pendii della val di Bove, come mi è capitato anni fa. Quel giorno stavamo salendo dal Monte Cornaccione al Monte Bove Sud, fuori l’area interdetta e come siamo giunti alla cresta tra il Monte Bicco e Monte Bove Sud. Ci siamo affacciati verso la Val di Bove e ci siamo trovati quasi faccia a faccia con il gruppo di camosci che avevano anche dei cuccioli e che stavano pascolando ed addirittura saltellando su pendii erbosi di oltre 60 gradi di pendenza, pendii che noi saliamo solo d’inverno, con la neve gelata e con due piccozze e ramponi!! L’incontro è stato emozionante e la foto d’obbligo! Poi chi vuole scoprire una vasta popolazione di piccoli esseri viventi, talvolta vere e proprie meraviglie della natura in miniatura, come coleotteri, farfalle, imenotteri, ortotteri ed altri insetti e ragni, deve frequentare i prati di media montagna, oltre i 1500 metri, d’estate da luglio ad agosto, gettando lo sguardo in particolare su fiori di ombrellifere o di composite o tra l’erba. Si potranno osservare farfalle del genere Lycaena dalle ali di un colore azzurro splendente che sono una versione in miniatura delle grandi Morpho brasiliane e che d’estate si ammassano a centinaia a bere nelle pozze d’acqua.Oppure coleotteri tipicamente alpini, che si trovano solo nelle cime più alte dell’Appennino, con colori mimetici come il Trichius fasciatus o metallizzati come la bellissima e rarissima Rosalia Alpina. Ho avuto la fortuna di fotografarla con molta comodità in quanto si era posata spontaneamente sul mio zaino in una pausa pranzo nell’alta Valle dell’Infernaccio, prima di quest’incontro l’avevo più volte rincorsa nel prato del versante nord-est del Pizzo Berro per anni senza poterla mai fotografare da vicino.Se avete l’occasione di passeggiare per il Piano Grande di Castelluccio in piena estate, ed in particolare dopo il tramonto, non potete non ascoltare l’enorme chiasso che fanno i grilli. Ce ne sono di tantissime specie, quelli neri sono difficili da osservare perché si nascondono in buche sul terreno, gli altri sono di colore verde o marrone e si mimetizzano tra l’erba quindi ci vogliono buoni occhi per scovarli ma vedrete che sono delle creature meravigliose.Perfino i bruchi di farfalle, nonostante la loro fama ed il loro aspetto, sono anch’essi delle meraviglie della natura, nei loro colori ma soprattutto nella loro magia che li fa trasformare dapprima in crisalidi e poi in splendide farfalle, li potrete ammirare in particolare mentre si cibano delle foglie di ombrellifere. Oppure nelle perfezioni delle tele tessute dai ragni (aracnidi), che si possono osservare specialmente al mattino presto d’estate nei pendii intorno al Piano Grande quando la rugiada notturna le trasforma in incantevoli meraviglie della natura. Per godersi questa “piccola” ma incantevole natura è necessario procurarsi un buon libro sugli insetti di montagna e una buona macchina fotografica assemblata per macro.Ogni volta che vado nei Monti Sibillini, che posso godermi la visione dall’alto, la flora e la fauna, ogni volta che posso godermi questo meraviglioso pezzo di mondo (che non tutti possono godersi) che sento mio, mi rendo conto quanto sono stato fortunato a riuscire ad apprezzarlo, anche se talvolta ciò significa fatica e sacrificio.

Scritto il 27 Giugno 2018 da Gianluca Carradorini