Scritto il 23 Dicembre 2021 da Virginia Gidiucci

Al primo dicembre è S. Alesio;
a li due S. Viviana;
a li tre S. Francesco Saverio;
a li quattro S. Barbara romana;
a li cinque S. Sabbo abbate;
a li sei S. Niccolò che va per via;
a li sette S. Ambrogio di Milano;
a li otto la concezione di Maria;
a li nove si fa il consiglio segreto perché;
a li dieci è la Madonna di Loreto;
a li tredici è Santa Lucia,
fuori l'occhio e dentro la porcheria;
a li ventuno S. Tomasso canta;
a li venticinque la nascita santa;
a li ventisei S. Stefano lapidato;
a li ventisette S. Giovanni chiamato;
a li ventotto li Santi Innocenti:
a li trenta chi sì e chi no contenti;
a li trentuno li Santi Innocentini,
finite le feste, finiti li quatrini
e per meglio spiegà che è finite le feste,
l'ultimo giorno dell'anno è S. Silvestre.

Questa filastrocca tipicamente marchigiana ci fornisce un panorama completo del mese di Dicembre in ogni sua sacra ricorrenza, il mese piu denso e ricco di spirito di festa di tutto l'anno. Innanzitutto c'è da premettere che il fuoco è senza dubbio l'elemento che fa da padrone al mese di Dicembre attraverso i frequenti "falò", "fochere", "focheracci" o "faore" che da secoli rappresentano un elemento di celebrazione religiosa collettiva di grandi e piccole comunità locali; e non è un caso che queste ricorrenze, preludio alla nascita del bambin Gesù, simboleggino attraverso il fuoco una luce guida ad un nuovo avvenire.

“I’ so’ decembre che so’ sventurate,
a lu foche me so attaccate,
a lu foche me so attaccate,
povere decembre disventurate!”
(Castel Trosino; “Vita popolare marchigiana”, A. Castelli, 1896)


Data, quindi, l'importanza del fuoco e della luce nel contesto di questo mese, ho scelto di approfondire una tradizione dicembrina che ha origine dagli antichi culti pagani e che rimane, ancora oggi, tra le più conosciute e praticatata durante le festività natalizie, ovvero quella del Ceppo di Natale.

La tradizione del ceppo natalizio, diffusa in tutta Italia, ha origine dalle mitologie celtiche e scandinave, le quali celebravano Yule, il solstizio di dicembre, con dei culti che prevedevano l'accensione di un tronchetto adornato e consacrato, in casa o con dei riti collettivi, che doveva ardere tutta la notte ed i cui tizzoni sarebbero stati conservati a protezione dell'abitazione o per favorire la fertilità dei campi. Quando la religione cristiana ha soppiantato la festività pagana con il Natale, si sono mantenute nella memoria popolare alcune delle sue tradizioni originarie, come l'uso decorativo del vischio (pianta sacra dei druidi ed emblema arboreo del periodo di Yule insieme alla quercia), dell'albero decorato ed addobbato e del ceppo da ardere, simbolo di rinascita luminosa dopo i lunghi mesi di buio per le piante e per gli uomini.

Dalle fonti che abbiamo sappiamo che la tradizione del ceppo natalizio era presente in Germania già nell'alto Medioevo; nelle Marche i primi dati scritti di questa antica usanza risalgono al XVII secolo e sono riportati in un libro dal titolo "Decisiones Prudentiales" il cui autore fu Padre Frate Prospero Domenico Maroni da Cagli, che compilò questa raccolta di superstizioni popolari che la chiesa, ovviamente, a quel tempo condannava in quanto lasciti delle tradizioni pagane; una delle oltre 150 superstizioni elencate recita esattamente: "131. Quelli che colgono le ceneri del ceppo della notte di Natale, per porle sotto gli arbori che non fanno frutti, acciò che in avvenire gli faccino" (Crocioni, 1947).

Nell’Ascolano, durante il XX secolo, era ancora viva e diffusa ovunque l’usanza di porre nel focolare domestico, la notte della Viglia, il ceppo (“lu cippe”) più grande della legnaia. Questo veniva fatto ardere anticamente fino al giorno dell’Epifania, in tempi più recenti fino al giorno degli Innocenti (4 Gennaio). Il “ceppo colossale” (Pigorini-Beri, 1889) si preparava durante l’estate: doveva essere preferibilmente di quercia, oppure di faggio o càrpino; (Polia, 2012) la funzione rituale era affidata alla parte terminale del tronco da cui si diramavano le radici, la quale veniva poi esposta al sole dell’estate per seccarsi e “prendere forza” (Balena, 1984). Tradizionalmente si preferiva il legno di quercia per l’ottima capacità di combustione, ma si potrebbe pensare che anche questo sia un retaggio del simbolismo della quercia nella mitologia celtica, in cui questa rappresentava la rinascita, in questo caso della luce che ritorna dopo un lungo periodo di buio; da non tralasciare, inoltre, che alla quercia veniva attribuito il potere di proteggere le case e le terre che la circondano, attraendo i fulmini e scaricando l’energia nel terreno. Allora, forse, ecco spiegato il motivo per cui cenere e tizzoni dispersi nei campi o sulle forcelle dei filari, si credeva, servissero a tenere lontane temporali, grandine e saette.

La sera della Viglia di Natale era posto sul fuoco domestico dal “capo di casa”, o vergaro; perché non manca eccezione alla regola, ad Atri si riteneva che il ceppo dovesse essere messo sul fuoco dai figli, altrimenti sarebbe stato di cattivo auspicio per la salute del capofamiglia. (Finamore, 1890) Nel momento di sistemare il ceppo lo si trattava “come una cosa quasi religiosa”, e si recitavano preghiere e benedizioni a Gesù bambino, il quale sarebbe stato scaldato dalla combustione del ceppo consacrato. Nel Camerinese “la benedizione gli fa, che gli fa: ma anche le parole non guasta. A me, me l’ha insegnato la benedett’anima di nonno, e babbo, bona memoria, l’ha sempre dette, e le dico io, e sta gioventù le diranno sempre se faranno lo dover loro, e dicemo – ruga, ruga, non rugà ch’io so lo ceppo della notte di Natà...”. (Pigorini-Beri, 1889)

Si usava altrimenti procurarsi dei tizzoni ardenti (considerati benedetti) dai grandi falò di sterpi che andavano spegnendosi nelle campagne e nelle piazze i quali, portati nelle case, trasmettevano il fuoco al ceppo stesso il quale avrebbe dovuto ardere senza mai spegnersi fino all’Epifania, causa rottura dell’armonia domestica. Terminato il compito del padre famiglia, erano le donne che provvedevano spesso a ravvivare il fuoco (“lu sbraciava”) togliendone la brace che avrebbe finito col soffocarlo. (Balena, 1984) Anche nel Camerinese “Le donne nella notte di Natale debbono vegliare per molte e diverse ragioni: prima di tutto perché il fuoco non cessi e la cenere non vada a male”. (Pigorini-Beri, 1889) “ ‘Cheduno in casa ce lo vuole per quelle bestiole e per lo ceppo, perché questo è lo ceppo santo, signora mia; non te lo dico per ‘na burla”. (Pigorini-Beri, 1889) In Abruzzo “La notte de Natale, n’n z’ arbéle (copre) lu foche” perché “si ha da scaldare il Bambino”, e non si smorzava il lume. (Finamore, 1890) A Campli sarebbe stato visto come un atto empio spegnere il fuoco e il lume. Il ceppo doveva ardere tutta la notte con un lume vicino senza mai consumarsi del tutto. “Ju cioccu” doveva durare fino all’Epifania all’Aquila, fino a Capodanno a Campli, riaccendendolo un po’ ogni sera. A Sant’Eusanio del Sangro, se il ceppo durava fino all’Epifania, il capofamiglia poteva ambire ad una vita duratura.

La cenere del ceppo di Natale era conservata in un sacchetto per essere cosparsa sui terreni già seminati: “Portava fortuna buttarla sui campi”. (Polia, 2012) Le ceneri sparse nei campi avrebbero dovuto tener lontano gli spiriti “cattivi”, sotto forma di larve ed insetti, e rendere pià feconda la terra. In fondo avevano ragione, giacché, sia pure senza saperlo, gli uomini avevano scoperto i poteri antiparassitari e concimanti dei sali contenuti nella cenere. (Balena, 1984) Anche nel Fermano, Mannocchi attesta la medesima usanza parlando riguardo al “ciocco natalizio, che è il ceppo più grosso della legniaia, e la cui cenere dovrà essere sparsa, in seguito, sulle piante perché non inverminiscano”. (Mannocchi, 1921)

Ogni provincia e paese aveva poi le sue usanze, ad esempio ad Acquaviva Picena era vietato sedersi sul ceppo natalizio; chi avesse infranto il secolare divieto, sarebbe andato incontro a fastidiosi inconveienti enorroidali. In qualche luogo, come a Rigo di Montegallo e Colli del Tronto, sul ceppo natalizio “si buttava mezzo bicchiere di vino per ubriacarlo”. A Castel di lama, il ceppo veniva irrorato col vino cotto dal capofamiglia; altrove, come ad esempio a Castignano, il vino cotto era versato sul ceppo dalla vergara. In realtà si trattava di un’offerta tradizionale di alta antichità: un’offerta al fuoco e a ciò che esso rappresenta come simbolo della continuità della stirpe. (Polia, 2012)

A Piano di Montegallo, si gettava sul ceppo una manciata di sale: “perché faceva bene, era contro le jettature”. A Rotella, sul ceppo di Natale venivano deposte porzioni di tutte le pietanze usate per la cena. Sempre qui, su una estremità del ceppo, un tempo, si lasciava un assaggio degli spaghetti di magro, un pezzetto di baccalà e un broccolo fritto, tutto questo “per la Madonna” la quale sarebbe passata di casa in casa durante la notte. Anche in Abruzzo ritroviamo la medesima tradizione: ad Ortona a mare si usava mettere nel fuoco un po’ di tutto ciò che si mangiava e beveva durante la cena della Vigilia; “In qualunque altra circostanza quella roba, bruciando, puzzerebbe; ma nella notte di Natale, niente affatto; quella è la parte di Gesù Bambino”. (Finamore, 1890) A Lanciano e Pescina di ogni cibo che si mangiava a tavola se ne lasciava una parte vicino al ceppo, come offerta a Gesù bambino; vi si lasciava tutta la notte e la mattina seguente si mangiava per devozione. A Francavilla a mare sul ceppo si lasciavano gli avanzi della cena, perché “pure lu técchie ha da magneà”. (Finamore, 1890) A Chieti, invece, venivano messi sul ceppo dei soldi; il più piccolo dei bimbi di casa, dopo aver recitato “il sonetto”, se li prendeva.

Dopo che il ceppo natalizio aveva riscaldato Gesù bambino, alcuni conservavano i carboni a protezione della casa e dei campi, a tener lontani tempeste e grandine. A Castel di Lama si metteva un frammento del carbone sulla croce piantata nei campi il tre di Maggio. A Pagliare del Tronto i carboni del ceppo di Natale venivano accesi per scacciare i temporali estivi: “Non faceva veni la rann’la”; quando d’estate arrivava il brutto tempo, i carboni del ceppo natalizio venivano gettati sulle scale delle case rurali, che correvano all’esterno del corpo dell’abitazione. Nelle campagne di Spinetoli, i carboni residui del ceppo di Natale erano posti sulle forcelle (crucenar’) dei legni, o degli alberi (olmi) che reggevano i filari delle viti per preservarle dal fulmine. (Polia, 2012)

Una testimonianza unica nel suo genere è quella raccolta dallo studioso Mario Polia a Castel Trosino, che documenta l’uso terapeutico del carbone del ceppo natalizio: per far rimarginare le ferite si usava, un tempo, preparare la “chiarata”, ossia chiara d’uovo sbattuta alla quale si aggiungeva una certa quantità di fuliggine tratta dalla cappa del camino e polvere di carbone. L’impiastro andava applicato con uno stoppaccio di canapa. Alcuni usavano aggiungere un pizzico del carbone del ceppo di Natale. (Polia, 2012)

La tradizione voleva che nel Camerinese il ceppo natalizio “deve durare fino al giorno degl’Innocenti: tutta stanotte deve arde’:... domani così, arde’ e non arde’, e quello tizzoncello che ci rimane si lascia dereto che non dee bruciar tutto: poi pigli quella cenere benedetta e la spandi un po’ per tutti li campi della possessione, che gli è bono per le berte e li vermini, e slontana le tempeste e li castighi. Poi di quello ceppetto mezzo arso ne fai tanti pezzetti e li porti sulla piantata e si dice certe parole e lo tralcio, sei matto! viene a bene e non ha paura delle rughe né delli pulcioni”. (Pigorini-Beri, 1889)

Anche in Abruzzo i carboni e i resti non consumati del ceppo si serbavano come cosa sacra. La mattina di Capodanno, prima che spuntava il sole, si portavano in campagna, si accendevano e si diceva: “Tande londane se véde lu foche, tande londane pozza sta sérp’ e ttope”. (Finamore, 1890) Ciò fatto e detto, si smorzanavano e si serbavano per scongiurare i nembi (Campli). A Caramanico gli avanzi del ceppo si riaccendevano quando nascevano i bachi da seta, affinché crescessero forti e immuni da qualunque malattia.

A Trisungo un’usanza testimoniata era quella di usare legno di castagno per il ceppo natalizio. Anche ai nostri giorni qualcuno, tra chi ancora porta avanti questa tradizione, preferisce il castagno alla quercia, come un informatore di Favalanciata che ne spiega il motivo: “qui a casa si usa di castagno perché arde molto male ma mantiene parecchio il fuoco e arriva tranquillamente all’Epifania”.

La tradizione del ceppo di Natale è ancora oggi viva e fortemente sentita nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo, ma anche in altre regioni di Italia come Emilia-Romagna, Veneto e Toscana. Un’informatrice di Arcevia racconta che da circa sessant’anni nella sua famiglia si accende il ceppo di Natale con un rito particolare: “si battezza e si deve appoggiare la mano sopra il più piccolo di casa... è un rito che non può mancare... tramandato da nonni a nipoti”.

Molte delle persone che oggi ricordano questa antica usanza, però, non hanno più modo di praticarla, in molti casi perché i caminetti moderni non sono abbastanza capienti per ospitare il ciocco di imponenti dimensioni che si usava una volta: chi ancora ha un camino, seppur di dimensioni ridotte, continua ad ardere il ceppo natalizio la sera della Viglia seppur in maniera più semplificata, riducendo le dimensioni del ceppo prescelto affinché si adatti allo spazio o lasciandolo ardere solo fino al giorno di Santo Stefano. Un’altra drammatica causa dell’impossibilità di portare avanti l’usanza ai nostri giorni è dovuta al fatto che il sisma che ha colpito il Centro Italia ha spazzato via i camini ed i mattoni di cui erano fatti, trascinandosi dietro tutta una serie di tradizioni ed usi ad esso legati, che facevano parte della ritualità famigliare e che oggi, senza gli strumenti necessari, potrebbero non essere più praticati e tramandati.

Bibliografia:
“Folklore Piceno”, S. Balena, Edit Edizioni Turistiche, Ascoli Piceno, 1984
“Superstizioni e pregiudizi nelle Marche durante il Seiceno”, G. Crocioni, ristampa anastatica Edizioni Ripostes, Salerno, 2001
“Credenze, usi e costumi abruzzesi”, G. Finamore, Adelmo Polla editore, Palermo, ristampato nel 2002
“Feste, costumanze, superstizioni popolari nel circondario di Fermo”, L. Mannocchi, Tipografia Economica, Fermo, 1921
“Alla ricerca delle tradizioni perdute”, G. Piccioni, BIM Tronto, Ascoli Piceno, 2012
“Costumi e superstizioni dell’Appennino marchigiano”, C. Pigorini-Beri, Edizoni Lìbrati, Ascoli Piceno, 2010 “L’aratro e la barca, tradizioni picene nella memoria dei superstiti” vol. I “I mesi dell’anno:liturgia popolare ascolana”, M. Polia, Edizioni Lìbrati, Ascoli Piceno, 2012

Immagini prese dal web e dalla pagina Facebook “La campagna marchigiana”

Virginia Gidiucci

Virginia Gidiucci nasce nel 1989 a San Benedetto del Tronto dove vive tuttora. Diplomata in Scenografia all'Accademia di belle arti di Urbino, lavora ad Ascoli Piceno come costumista per la Compagnia dei Folli. Grazie alla sua passione per la montagna...
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