La vita è una sfida quotidiana: evitare i predatori, procacciarsi il cibo, trovare rifugi ottimali, cercare di adattarsi ai mutamenti del proprio ambiente o migrare cercandone altri più ospitali. Sono solo alcune delle problematiche che ogni giorno i viventi devono affrontare, con le opportune strategie (per lo più difensive od offensive), per rispondere al meglio alle proprie esigenze fisiologiche ed etologiche.
Sul tema vi consigliamo, tra gli altri, due libri divulgativi ricchi di spunti utili per approfondire storie di successo (e di sconfitte): Alex Riley, “L’affascinante storia degli animali e delle piante che vivono in luoghi impossibili” (Supereroi per natura - Aboca Life Shop); Sarah Darwin, Eva-Maria Sadowski, “Evoluzione. Dall'origine della Terra a oggi” (Evoluzione. Dall'origine della Terra a oggi - Sarah Darwin - Eva-Maria Sadowski - - Libro - Aboca Edizioni - Aboca kids | IBS).
Corsi e ricorsi (ciclici): la storia geologica e climatica del Pianeta ci racconta come i grandi cambiamenti hanno portato a estinzioni di massa e a nuovi inizi. Sulla scala dei tempi questi mutamenti si sono verificati gradualmente, nell’ordine delle migliaia o delle centinaia di migliaia di anni, permettendo così alla “vita” di modificarsi. In una parola, di evolversi, arrivando all’odierno quadro distributivo globale: un insieme di specie generaliste, opportuniste, specialiste, endemiche, ubiquiste, termofile, frigofile, idrofile, alofile… insomma, un guazzabuglio di adattamenti per lo scopo ultimo, la riproduzione e la trasmissione alla progenie del proprio materiale ereditario (il DNA) utile per “rispondere” (o soccombere) ai cambiamenti ambientali e… all’azione dell’uomo che, fin da quando è comparso sulla Terra, ha modificato sistematicamente l’ambiente per le proprie esigenze di vita (L’impatto dell’uomo sulla Terra: origini antiche e tragiche conseguenze | National Geographic).
Anche la storia geologica e climatica dell’Appennino centrale e dei “nostri” Monti Sibillini rispecchia, in piccolo e a partire da circa 30 milioni di anni fa, quanto è avvenuto su scala globale: c’è una disciplina che, più di altre, racconta in modo affascinante come la vita si è modificata nello spazio e nel tempo, analizzando fattori ecologici, storici ed evolutivi che determinano la presenza di piante e animali in una particolare area geografica. Si tratta della Biogeografia e un bel saggio divulgativo di Aurelio Manzi (“Storia dell'ambiente nell'Appennino centrale. La trasformazione della natura in Abruzzo dall'ultima glaciazione ai nostri giorni”) ci racconta – a partire da circa 15/20.000 anni fa – come ambienti rupestri, praterie, conche glaciali, foreste millenarie del nostro Appennino esprimano una biodiversità eccezionale, raramente riscontrabile in ambito italiano ed europeo, almeno fino ai recenti impatti causati dall’uomo “moderno”.
Ed eccoci al punto: quello che stiamo osservando (e documentando con dati a profusione) da diverse decine di anni a questa parte è che Homo sapiens è riuscito ad intervenire in modo rapido e ficcante non solo su habitat e specie, ma anche sui meccanismi millenari di regolazione - su scala planetaria - del clima, velocizzandone i cambiamenti e le conseguenze.
Come è noto a tutti, l’aumento dei gas-serra derivanti dalle attività umane (CO2 in primis, ma non solo) dalla prima rivoluzione industriale ad oggi è stato via via sempre maggiore, rendendone impossibile ai sistemi naturali il riassorbimento parziale o completo (ad esempio mediante la fissazione del Carbonio) e il conseguente mantenimento di un equilibrio dinamico con lievi oscillazioni fisiologiche (fig. 1): ciò contribuisce a quello che oggi chiamiamo “global warming”, in quanto viene amplificato l’effetto serra naturale con tutte le conseguenze del caso derivanti dal maggiore serbatoio di calore confinato nella troposfera e dalla enorme quantità di vapore acqueo da smaltire (con l’attivazione sempre più frequente di fenomeni meteorologici estremi ed imponenti, quali – ad esempio – siccità e ondate di calore prolungate, flash-flood, grandinate epocali…).
Figura 1 – Aumento della concentrazione atmosferica della CO2 negli ultimi 150 anni

Crediti immagine: fonti citate nel grafico e Clima, le emissioni di CO2 continuano a crescere | Il Bo Live
Il rapido cambiamento climatico antropogenico si registra sul campo anche localmente: gli ecosistemi dell'Appennino centrale si stanno modificando così velocemente da non lasciare il tempo – in termini evolutivi – ai taxa più sensibili (ma non solo, come vedremo) di modificarsi, adattandosi. Un tragico quanto attuale esempio riguarda le specie vetegali d’alta quota definite dagli ecologi “microterme”, e cioè amanti del freddo (come la bella Adonis distorta, o la famosa Leontopodium nivale, relitto glaciale, o, ancora, la piccola Silene a cuscinetto), che subiscono la cosiddetta "trappola della cima" (o summit trap): dato che le temperature aumentano, questi organismi migrano verso altitudini maggiori per inseguire la loro nicchia ecologica ottimale, ma una volta raggiunte le vette non hanno più spazio fisico verso cui spostarsi e si estinguono localmente.
C’è anche da aggiungere che i pascoli calcarei d’alta quota sono vere e proprie oasi di biodiversità ricche in specie rare e/o endemiche. La siccità prolungata modifica la composizione floristica a vantaggio di specie più comuni e ad ampia distribuzione, modificando di fatto le associazioni vegetali del piano vegetazionale alto-montano e alpino.
Inoltre, temperature più calde e inverni meno rigidi non solo modificano l’optimum microclimatico che si è conservato per millenni – pur con piccole oscillazioni fisiologiche – ma permettono anche la risalita di specie prima “bloccate” dalla rigidità del clima e che entrano così in competizione, per spazio e risorse, attraverso un fenomeno noto come “termofilizzazione”: è il caso, tra gli altri, della forte riduzione dei nuclei relitti di Abete bianco, uno degli alberi forestali più vulnerabili poiché risente fortemente dello stress idrico estivo, perdendo in termini di capacità competitiva rispetto ad altre latifoglie più resistenti ai periodi secchi (Come i cambiamenti climatici stanno trasformando le foreste montane italiane - CMCC).
E anche il Faggio, che sembra essere in salute e che forma bellissime foreste anche nei Sibillini (la zona dell’alta valle dell’Ambro o la foresta vetusta di Gualdo di Castelsantangelo sul Nera ne sono solo due esempi evidenti), soffre delle mutate condizioni climatiche. Questo si rende evidente in particolare alle quote più basse e sui versanti più esposti, dove subisce l'aumento delle temperature e le gelate tardive: processi che ne alterano i cicli di crescita, ne indeboliscono la struttura e favoriscono la diffusione e l’attacco da parte di parassiti vari, portando alla rapida scomparsa e conseguente sostituzione con altre latifoglie.
Passando in rapida rassegna il mondo animale, abbiamo diversi esempi di vertebrati e invertebrati in piena crisi (o quasi), specialmente in alcuni tra i taxa più sensibili alle variazioni microclimatiche: si tratta di specie meso/stenoecie legate per lo più ad ambienti acquatici d'alta quota o a praterie alpine che subiscono, più di altre, la contrazione o la rapida modificazione degli habitat e le conseguenze dirette e/o indirette derivanti dai cambiamenti climatici (come, ad esempio, lo stress idrico e la competizione).
Tra gli esempi più noti non possiamo non trattare del Chirocefalo del Marchesoni (NATURALMENTE scienza - Una piccola storia evolutiva): questo piccolo crostaceo anostraco endemico del Lago di Pilato, piccolo bacino di origine glaciale posto a 1941 metri di quota, è l'emblema del rischio climatico.

Chirocefalo del Marchesoni, foto di Andrea Monti
La progressiva riduzione delle precipitazioni nevose invernali, le uniche che ricaricano lo specchio d’acqua, e l'aumento delle temperature medie (con conseguente maggiore evaporazione) causano il precoce e sempre più frequente prosciugamento estivo del lago, minacciando da un lato il regolare completamento del ciclo riproduttivo e, dall’altro, la schiusa delle “uova di durata” (cisti protettive) del crostaceo.
Una storia simile la racconta il Camoscio appenninico (IL CAMOSCIO APPENNINICO): sebbene i progetti di reintroduzione avviati negli ultimi 20 anni stiano avendo un discreto successo, il riscaldamento globale da un lato favorisce la risalita di specie che competono con il camoscio, e dall’altro riduce la qualità nutrizionale dei pascoli estivi in quota. Le erbe di cui si nutre questo mammifero maturano troppo velocemente e diventano meno digeribili, compromettendo il tasso di sopravvivenza dei giovani durante l'inverno; in aggiunta, le specie vegetali adattate a un persistente manto nevoso e che attualmente vivono a quote inferiori sono destinate a spostarsi più in alto, laddove ve ne sia la disponibilità.

Camoscio appenninico, foto di Lucia Lignini
Non se la passerà bene neanche la Vipera dell’Orsini, prezioso sub-endemismo e relitto biogeografico che trova nel massiccio dei Sibillini il limite settentrionale del proprio ridotto areale distributivo (ristretto a poche aree montuose tra Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio): questo viperide vive solo nelle praterie primarie d'alta quota e nei pascoli aridi, tra 1.300 e 2.400 metri, dipende strettamente dai cespugli di ginepro nano e dalle pietraie per nascondersi dai predatori, termoregolarsi e andare a caccia di ortotteri. L'aumento delle temperature altera gli habitat freddi di alta quota dove la specie è confinata e riduce la disponibilità di cibo (essenzialmente cavallette e grilli), la cui presenza è legata agli equilibri degli ecosistemi di prateria seriamente minacciati dalle conseguenze del cambiamento climatico in atto.
Tempi difficili in quota, insomma, e non solo per gli abitanti delle praterie primarie e secondarie: se la passano maluccio anche gli abitanti delle acque, come la Salamandrina dagli occhiali settentrionale (La Valle del Metauro :: Salamandrina di Savi - Salamandrina perspicillata) e la Salamandra pezzata appenninica (La Valle del Metauro :: Salamandra pezzata - Salamandra salamandra). La sopravvivenza di questi Anfibi è legata ai torrenti con acque fresche, ossigenate e pulite, che scorrono all’interno di impluvi e vallate fresche e ombreggiate (con buona copertura ripariale e abbondante necromassa): purtroppo la sempre più frequente alterazione dell’idroperiodo, con ricorrenti periodi prolungati di siccità (con maggior rischio di incendi boschivi) e improvvisi nubifragi che “cancellano” microhabitat riproduttivi come le piccole pozze, ne stanno riducendo drasticamente il successo riproduttivo.
Per chiudere questa breve rassegna riportiamo un caso più unico che raro relativo alla piccola farfalla Erebia pandrose: osservata nel 2019 poco più a sud dei Sibillini, sui Monti della Laga, dopo circa 40 anni dall’ultima segnalazione, rappresenta quello che resta di una meta-popolazione che si trova a oltre 400 km da ogni altro nucleo conosciuto. Nelle Alpi e negli Appennini questa specie, simbolo e bandiera delle conseguenze dei cambiamenti climatici, si è spostata in altitudine più di 3 metri all’anno dalla fine del XIX° secolo, e fino a 22 metri all’anno dal 1995 al 2019: secondo le proiezioni dei ricercatori dell’Università di Firenze, che ne stanno studiano da tempo le dinamiche, ciò potrebbe portare alla scomparsa della popolazione appenninica in appena 2 o 3 decenni. Un risultato che dimostra quando sia urgente individuare azioni che consentano di proteggere questa e altre specie a rischio.
Nella fig. 2 riportiamo, per comodità di lettura, una tabella sintetica con alcune delle specie trattate in questo articolo.
Come abbiamo visto, dunque, le popolazioni montane – sia che si tratti di animali o di piante – sono già da tempo tra le più vulnerabili alla minaccia del riscaldamento globale antropogenico, perché – banalmente – c’è un limite fisico alla migrazione (altitudinale) e c’è anche un limite relativo ai “tempi tecnici” che occorrono per sviluppare o utilizzare adattamenti evolutivi idonei per superare questa crisi ecologica. Limiti oltre i quali si raggiunge – ahinoi – l’estinzione (locale o su scala globale), lasciando le nostre montagne sempre più “povere”.
Non resta che consigliarvi un saggio agile e provocatorio proprio sul “futuro prossimo” della biodiversità italica: “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene”, di Telmo Pievani e Mauro Varotto. Buona lettura!
Figura 2 – Alcune delle specie a rischio di scomparsa nell’Appennino centrale a causa della rapidità del cambiamento climatico di natura antropogenica (*)

(*) Alcuni approfondimenti bibliografici sulle specie evidenziate nella tabella
--> Chirocefalo del Marchesoni
Conservation status of Chirocephalus marchesonii Ruffo & Vesentini, 1957 in the Pilato Lake (Sibillini Mountains National Park, Central Italy)
Conservation status of Chirocephalus marchesonii Ruffo & Vesentini, 1957 in the Pilato Lake (Sibillini Mountains National Park, Central Italy) - Fundamental and Applied Limnology Volume 194 Nr. 3 — Schweizerbart science publishers
--> Camoscio appenninico
Climatic changes and the fate of mountain herbivores
Climatic changes and the fate of mountain herbivores | Climatic Change | Springer Nature Link
--> Abete bianco
Simulating silver fir provenance responses to climate change: A forest modelling approach in the Northern Apennines
Simulating silver fir provenance responses to climate change: A forest modelling approach in the Northern Apennines - ScienceDirect
--> Stella alpina dell’Appennino
The Fate of Alpine Calcareous Grasslands in Central Apennines (Italy)
Warmer and Poorer: The Fate of Alpine Calcareous Grasslands in Central Apennines (Italy)
