Fonte del Lupo, Valle Orsara, Monte Corvo: tra memoria e cultura dei luoghi, un breve viaggio nelle geografia e nella storia dei Sibillini con l’aiuto della “zootoponomastica”

Scritto il 26 Agosto 2026 da David Fiacchini

Avete mai fatto caso a quanti nomi di montagne, valli o sorgenti nascondano il nome di un animale o di una pianta? Anche nel cuore della dorsale appenninica umbro-marchigiana la toponomastica non è mai stata un mero esercizio di fantasia né puramente casuale: dietro ogni nome si cela una fotografia precisa del territorio, un modo per orientarsi, definire, sopravvivere e tramandare informazioni ritenute importanti, o almeno così è stato fino alla metà del secolo scorso, quando le “radici” socio-culturali nelle valli montane dell’Appennino erano ancora ben ancorate alla economia agro-silvo-pastorale e hanno “influenzato” finanche i topografi rilevatori.

Se un fontanile, una grotta, un picco roccioso o una gola porta quel determinato nome è perché quello strettissimo legame, quel particolare abbinamento geografico-culturale aveva un significato profondo per le comunità locali: in questa breve nota, dedicata come sempre ai Sibillini, ci soffermeremo sulla zootoponomastica (lo studio dei nomi di luogo derivati dagli animali), una vera e propria “macchina del tempo” che racconta la storia di un territorio dove la presenza dell'uomo e quella della fauna, sia selvatica che domestica, erano (e sono, seppur oggi in maniera molto diversa) indissolubilmente intrecciate.

Per avere una prima fotografia di questa particolare geografia antropica è sufficiente leggere con maggior attenzione le mappe e le carte escursionistiche dei Monti Azzurri e chiedersi il perché vi si possa nascondere, tra i vari toponimi, un curioso e affascinante “bestiario”. In modo abbastanza arbitrario in questo lavoro abbiamo diviso i toponimi legati agli animali in tre categorie principali: i luoghi dei “grandi predatori”, veri e propri spauracchi del passato; la “memoria della pastorizia”, che racconta la presenza umana nell’area; “tra mitologia e natura”, categoria forse meno rappresentata ma ugualmente interessante.

[alcuni degli zootoponimi dei Sibillini trattati in questa nota]

Non resta che iniziare assieme questo breve percorso tra le pieghe della storia e della cultura locale, dalla quale chi ha rilevato e disegnato la cartografia ufficiale (monumentali e ineguagliabili le “tavolette” dell’Istituto Geografico Militare) tra ’800 e ‘900 ha attinto a piene mani. La premessa, doverosa, è che per quanto abbiamo cercato di trattare gran parte degli zootoponimi dei Sibillini qualcosa sarà sfuggito: ringraziamo fin d’ora i lettori più attenti per correzioni e suggerimenti.

I luoghi dei grandi predatori
Tra i grandi predatori spiccano, su tutti, i toponimi come Valle Orsara e Grotta dell'Orso che testimoniano la presenza del grande plantigrado nei secoli passati, ben prima della sua estinzione locale. Sull’ipotetico ritorno dell’Orso bruno marsicano ne abbiamo scritto qui: https://occhiodeisibillini.com/blog/natura-et-ratio/l-orso-nei-sibillini.


[estratto della mappa escursionistica del Parco nazionale dei Monti Sibillini, zona di Montegallo, con gli zootoponimi Astorara e Valle Orsara]

Troviamo poi Fonte del Lupo, Fosso del Lupo, Colle del Lupo e Lupaia, toponimi che tradiscono la presenza storica di questa specie nei Sibillini, ritenuta fino ai primi anni ’70 del secolo scorso “nociva” e ridotta a poche decine di esemplari dalla sistematica e pervicace azione dei lupari. Un tema ancestrale, quello del rapporto conflittuale tra uomo e lupo, oggi quanto mai attuale vista la plasticità ecologica e comportamentale di questa specie che è tornata a farsi vedere con qualche esemplare errabondo anche in collina, fino a raggiungere le zone pericostiere.
Senza dilungarsi troppo, vi rimandiamo a questo articolo per alcuni utili spunti di approfondimento: https://davinciviralscience.weebly.com/blog/attenti-al-lupo-o-attenti-alle-fake-news-sul-lupo


[immagine di un luparo tratta dal Volume “Amelia, Un Secolo di Storia allo specchio 1860-1960” di Franco Della Rosa, Gruppo Ricerca Fotografica]

Più in alto, dove le pareti si fanno verticali, è il regno dell’Aquila reale e degli equilibristi delle rocce a strapiombo e dei picchi calcarei, come potrebbe essere stato il Camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata, estintosi localmente per l’area Sibillini-Laga molto probabilmente nel tardo Medioevo).
A tal proposito lo zootoponimo più vicino alla “capra delle rupi” potrebbe essere Monte Bicco, che può essere ricondotto a "becco" o “bicco” (termine usato per denominare un “caprone” rupestre): in questo caso, vista la doppia valenza nei dialetti pastorali, la linguistica incrocia sia l'animale (capra maschio) che la forma (picco roccioso isolato e appuntito che ricorda la forma del becco di un uccello o il corno di un caprone). Data la vicinanza con la Val di Bove e la presenza storica di capre (e camosci), il legame con l'attività pastorale e la forma della cima coesistono perfettamente.


[dal M.te Bove Sud al versante meridionale di M.te Berro - Foto di David Fiacchini]

La citata Val di Bove (e le omonime cime Nord e Sud), anche se appare controintuitivo, non fanno esplicito riferimento ad animali come il Bue domestico: alcuni studi classici sull'Appennino centrale tendono a escludere il legame diretto con questo bovide, se non per paretimologia, mentre la spiegazione più accreditata sembrerebbe essere di natura prelatina (o indoeuropea), derivando il nome dalla radice idronimica o oronimica bova/bovo che nelle antiche lingue italiche indicava una "guglia rocciosa", una "pietraia" o una zona franosa soggetta a scoscendimenti d'acqua e sassi.
Del resto la natura aspra e rocciosa del gruppo del Bove confermerebbe questa ricostruzione geomorfologica. Una spiegazione simile vale anche per il  vicino Monte Cornaccione: non avrebbe a che fare direttamente con i corvidi (Cornacchia grigia e Gracchio corallino, ad esempio) perché secondo alcuni autori il toponimo deriverebbe più dalla forma della montagna. "Cornaccione" è un accrescitivo/dispregiativo di “corno”, termine comunemente usato nella toponomastica alpina e appenninica per indicare uno sperone roccioso, una cresta o una struttura geologica generalmente a punta che svetta sul territorio limitrofo.

La memoria dei pastori
Lo sfruttamento millenario dei pascoli d'alta quota emerge nei toponimi dedicati in particolare agli animali domestici. Valli, vette e "stazzi" (i recinti per il bestiame) conservano numerosi riferimenti a cavalli, asini, capre e pecore. Intere aree nei dintorni di Castelluccio o sui versanti più dolci del massiccio raccontano le rotte della transumanza e i luoghi dove greggi e armenti sostavano per abbeverarsi, per passare la notte o per ripararsi da improvvisi temporali estivi: tra gli altri citiamo Fonte della Iumenta, Costa dell’Asino, Capanna Caprareccia, Pian delle Cavalle. Ed è proprio grazie alla comunità di pastori, boscaioli e carbonai che, da frequentatori obtorto collo di valli e creste, molti altri toponimi – considerati veri e propri fossili linguistici – sono stati fissati su mappe e carte, come Monte Corvo, Sella delle Ciaule, Fonte del Pastore e tanti altri.


[la Sella delle Ciaule tra luce e ombra; sullo sfondo, Punta di Prato Pulito e Cima del Lago – Foto di David Fiacchini]

C’è anche da dire, ad onor del vero, che non è sempre facile in assenza di fonti acclarate o evidenze empiriche risalire al “perché” quella costa, quella valle o quel picco hanno ereditato quello specifico toponimo. Non è il caso di Monte Porche e di Porche di Vallinfante: il riferimento a scrofe (o cinghiali) è solo apparente, perché nel gergo agro-dialettale le “porche” rappresentano dei rilievi di terra che si formano tra un solco e l'altro durante l'aratura del terreno. L'origine della parola deriva dal latino porca, un termine legato alla modellazione tradizionale della terra in collina e montagna per la gestione delle pendenze e del deflusso idrico. Poiché l'agricoltura sui Sibillini si è spinta – pur con evidenti difficoltà – a quote molto elevate, i fianchi regolari e ondulati di questa montagna ricordavano visivamente un campo appena arato.
Altro caso curioso è il termine “Volpare” (come Fosso delle Volpare, in loc. Faete di Arquata del Tronto – AP), che può avere una doppia derivazione e, in ambedue le circostanze, siamo ben lontani dal richiamare il furbo mammifero. Una prima ipotesi riguarda il verbo “volpare”, il cui significato nel linguaggio dei contadini dell'Ottocento non si riferiva all'animale, ma a una specifica malattia fungina dei cereali (la carie o “golpe” del frumento, che fa annerire la spiga): se lungo i terrazzamenti più bassi del fosso venivano coltivati piccoli appezzamenti di grano o segale soggetti a marcire per la presenza del fungo, il nome potrebbe derivare da questa particolare situazione.
Visto, però, l’idronimo in questione (si tratta di un fosso), propendiamo più per la seconda ipotesi: la “volpara” identificherebbe un'opera di contenimento idrogeologico o di sbarramento rurale arcaico. Si tratta di manufatti realizzati con zolle di terra, fascine o sacchi di iuta per regolare il flusso delle acque o consolidare i terreni franosi lungo i letti dei torrenti montani: caso che ben si presta per i versanti a Sud di Arquata del Tronto, fortemente soggetti a erosione idrica per via della natura arenacea del terreno.

Tra mitologia e natura
Come ampiamento noto, nei Sibillini il confine tra la fauna “reale” e le creature del “mito” è sottilissimo, al punto che gli stessi animali selvatici diventano protagonisti delle leggende locali: si passa, ad esempio, dai “ferri di San Domenico”, amuleti utilizzati dai pastori per evitare il morso delle vipere, ai falsi miti dei serpenti “mungivacche” (o “pasturavacche”). Ma la leggenda più famosa è legata – ovviamente – alle Fate della Sibilla, fanciulle magiche e bellissime che custodivano il regno sotterraneo della loro regina, la maga Alcina, accessibile tramite una misteriosa grotta posta a oltre 2000 metri di quota. Periodicamente le ancelle scendono a valle, nei borghi limitrofi, per insegnare alle giovani donne del posto l'arte della filatura e della tessitura della lana, e per partecipare alle feste di paese, ballando il saltarello con i giovani pastori locali. Queste creature celano però un segreto inquietante sotto le loro lunghe e caste gonne: hanno zampe e zoccoli caprini, una caratteristica anatomica che svela la loro natura selvaggia che permette loro di risalire con agilità straordinaria le pietraie e i ripidi sentieri montani.
Il patto con la maga Alcina impone alle ancelle di rientrare nella grotta prima dell'alba, pena l'esilio eterno dal regno incantato: una notte le fate si attardarono troppo a ballare e, una volta accortesi, fuggirono terrorizzate verso l’antro della Sibilla. Nella corsa frenetica i loro zoccoli scavarono la roccia della montagna, creando una vistosa spaccatura lineare tuttora visibile sui pendii del monte ribattezzata dalla tradizione locale come il “Sentiero delle Fate”.
Proprio come le fate della Sibilla, anche il Camoscio appenninico è celebre per la sua eleganza e fulmineità: chi frequenta le zone dove la specie è stata reintrodotta a partire dal 2008 dall’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini (in primis il massiccio del Bove) sa che questi animali possono apparire dal nulla nella nebbia mattutina e dileguarsi su pareti verticali in pochi secondi. Per un osservatore del passato, dunque, quel movimento “sovrumano” non poteva che risultare… “magico”.


[camosci sulle praterie del massiccio del Bove – foto di David Fiacchini]

In questa parte finale passiamo in rassegna i principali zootoponimi dei Sibillini, suddivisi per gruppo/classe di Vertebrati (Anfibi, Mammiferi, Pesci, Rettili, Uccelli). Per gli invertebrati abbiamo trovato tre soli toponimi: Fonte del Grillo, nei pressi di Campi Vecchio di Norcia – PG; Pintura del Grillo, Cessapalombo – MC; Fonte Pidocchiara, Macchie di Castelsantangelo sul Nera – MC.

Anfibi
- Fosso delle rane, piccolo impluvio che raggiunge la sponda settentrionale del Lago di Fiastra, Fiastra - MC; Grotta delle rane, anfratto roccioso collocato sulla sponda sinistra del fiume Fiastrone, Cessapalombo – MC: dal latino rana, indica il nome generico di questi timidi vertebrati d’acqua dolce (Rana sp.; Pelophylax sp.). Viste le zone in oggetto e considerati gli aspetti di bio-ecologia delle specie in questione, si dovrebbe trattare di riferimenti a rane rosse e, in particolare, alla Rana appenninica (Rana italica), sovente rinvenuta in impluvi e grotte dei Sibillini. 
Da segnalare poi gli idronimi come il Laghetto, Pantanaccio, Pantani, Pantanelli, Pescolla, Pescolleta che, indirettamente,  mettono in evidenza la potenziale presenza di questi importanti vertebrati dulciacquicoli.

Mammiferi
- Costa dell’Asino, Forcella del Fargno, Ussita - MC; Valle dell’Asino, Podalla, Fiastra – MC; Fosso Stanca l’Asino, Piediripa di Norcia - PG: dal latino asinus, animale da soma molto utilizzato in passato dai vetturali locali assieme al Mulo per varie attività di carico e trasporto materiali (come per l’esbosco). 
- Monte Bove e Val di Bove, Ussita – MC: come già anticipato, questi toponimi non sembrano derivare dal latino bos (bovino). Più interessanti gli stemmi comunali di Pievebovigliana (oggi Valfornace), Pieve Torina e Ussita, raffiguranti un bue (o bove): animali un tempo utilizzati soprattutto per lavorare i campi.
- Capanna Caprareccia, versante meridionale Monte Petrella, Cessapalombo – MC; Colle Capraro, Spelonga di Arquata del Tronto – AP: dal latino capra, animale allevato storicamente nei Sibillini (e custodito, spesso, all’interno di recinti chiamati – per l’appunto – “caprarecce”).   
- Pian del Capriolo e Il Capriolo, altopiano tra Monte Coglia e Monte La Banditella, Visso/Fiastra – MC: dal latino capreolus, a sua volta derivato (diminutivo) da caper o capra, Capriolo (Capreolus capreolus). Area frequentata da sempre da questi e da altri ungulati tipici delle fasce ecotonali.
- Fonte delle Cavalle, Forcella del Fargno, Ussita – MC; Fonte Cavallara, Podalla, Fiastra – MC; Pian delle Cavalle, Palazzo Borghese, Montemonaco – AP; monte Costa Cavallo, nei pressi dei Pantani di Accumoli - RI: dal tardo latino caballus, Cavallo domestico (Equus ferus caballus). Da rimarcare anche Montecavallo, municipalità che ha nel proprio simbolo un cavallo rampante. 
- Forca della Cervara, tra Pizzo Berro e Monte Bove Sud, Ussita - MC: dal latino cervus, Cervo europeo (Cervus elaphus). 
- Fonte della Iumenta (o Jumenta), Monte delle Prata, Castelsantangelo sul Nera – MC: dal latino iumentum, in generale “bestia da soma” o “animale da tiro” (equini, come cavalli, asini e muli; la femmina del cavallo viene chiamata anche “giumenta”). La fonte si trova in un punto storicamente strategico per pastori e armenti, un importante valico – dotato in passato di uno stringente regolamento sui transiti, la Dogana dei Pascoli –  che conduce da Gualdo e Vallinfante verso i piani di Castelluccio di Norcia.
- Costa della Lepre, Nottoria di Norcia – PG: dal latino lepus, che conferisce il nome generico della lepre sul cui reale status tassonomico (Lepus europaeus, Lepus corsicanus), almeno per l’area dell’Appennino centrale, sembrano esserci ancora alcuni dubbi.
- Fonte del Lupo, tra Vallinfante e Passo Cattivo, Castelsantangelo sul Nera – MC; Colle del Lupo, nei pressi di Colle Le Cese, Arquata del Tronto - AP; Fosso del Lupo, Camartina di Arquata del Tronto - AP; Costa Lupaia, Forca Canapine, Norcia - PG; infine, un toponimo minore è “Passo del Lupo”, nelle Gole dell’Infernaccio, Montefortino – FM: la derivazione è dal latino lupus, riferibile al Lupo appenninico (Canis lupus italicus).
- Grotta dell’Orso, a Bolognola – MC; Valle Orsara, frazione di Montegallo – AP: dal latino ursus, in questo caso in riferimento all’Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus). 
- Scoglio del Montone, Bolognola – MC: nelle antiche lingue celtiche (come il gallico), la radice molto- indicava specificamente il maschio della pecora castrato. Questa parola passò poi nel latino parlato (volgare) e nei documenti commerciali del Medioevo sotto la forma multo, poi trasformato in “montone”. Inutile sottolineare come l’allevamento di ovini sia stato (e sia tuttora) un elemento inscindibile con i Monti Sibillini: si è passati dai 100.000 capi del secondo dopoguerra, con i conseguenti problemi legati in particolare al sovrappascolo estivo, agli attuali 10.000-12.000.  
Sempre a proposito del montone, nei dialetti rurali di alcune aree dell'Appennino centrale (con forti riscontri nei glossari storici della transumanza e della pastorizia), l’ovino maschio non castrato – ariete –veniva ribattezzato gergalmente “berro”: questo spiegherebbe il significato di numerosi toponimi sulle alture di Bolognola – MC (Piani di Berro, Monte Berro e Pizzo di Monte Berro) e l’imponente Pizzo Berro, tra il Monte Bove Sud e il Monte Priora (Montefortino – FM). 
- Scoglio della Volpe (e il sottostante Fosso della Volpe), versante meridionale Monte Sibilla, Montemonaco – AP: dal latino vulpes, Volpe rossa (Vulpes vulpes), abbastanza comune nel territorio dei Sibillini dai fondovalle fino al limitare del bosco.

Pesci
Non ci sono toponimi con riferimento diretto alla fauna ittica. Abbiamo però idronimi come Peschiera e Pescara del Tronto che, indirettamente, possono ricondurci alla presenza di pesci.

Rettili
- Serpentara (o Fosso della Serpentara), tra la piana di Santa Scolastica e Norcia - PG: dal latino serpens, participio presente del verbo serpere che significa “strisciare” o “muoversi pian piano”. Questo toponimo, comune anche in altre zone, viene utilizzato cartograficamente per indicare fossi stretti, sinuosi e storicamente associati al passaggio di bisce d'acqua o altri serpenti.
- Valle della Vipera, tra il massiccio del Bove e la Val di Panico, Ussita – MC; Fonte Vipera, Val di Panico, Ussita – MC: dal latino vipera, termine che richiama chiaramente due serpenti, la Vipera comune (Vipera aspis) e la più rara Vipera dell’Orsini (Vipera ursinii). Animali che scontano ancora oggi un’ignoranza atavica ingiustificata e ingiustificabile; su questi animali vi rimando ad un articolo divulgativo scritto nel 2014 e ancora oggi attuale:  https://www.cronachemaceratesi.it/2014/09/30/vademecum-sulle-vipere-tra-false-credenze-e-leggende/576613/

Uccelli
- Scoglio dell’Aquila, versante occidentale Cima del Lago (massiccio del Vettore), Norcia – PG; Fonte dell’Aquila, tra Acquacanina e Bolognola - MC: dal latino aquila, Aquila reale (Aquila chrysaetos). Attualmente si registrano dalle 6 alle 8 coppie nidificanti nel comprensorio dei Sibillini.
- Astorara, frazione di Montegallo - AP: Astore (Accipiter gentilis). Dal latino medioevale astur/austorius. Nel Medioevo e nel Rinascimento anche i territori che circondano e compongono i Sibillini (sotto il controllo di signorie come i da Varano di Camerino, i duchi di Spoleto e le storiche municipalità di Norcia, Amandola e Arquata del Tronto) applicavano i regolamenti della “caccia con i rapaci” attraverso la falconeria: il De arte venandi cum avibus ("L'arte di cacciare con gli uccelli") dell'Imperatore Federico II di Svevia era l’opera più famosa del tempo che illustrava la biologia, l'anatomia e l'addestramento di rapaci come il Falco pellegrino e, in misura minore, Astore e Sparviere.
- Sella delle Ciaule e Fonte delle Ciaule, tra il Monte Vettoretto e il rifugio CAI “Tito Zilioli”, Arquata del Tronto – AP: curioso termine dialettale fonosimbolico tipico dell’Italia centro-meridionale che, assieme alle varianti ciavula, ciavola e ciaola), viene utilizzato per indicare alcune specie di corvidi come la Cornacchia grigia, la Taccola e, nel nostro caso, molto probabilmente una delle due specie di gracchi presenti nell’area (Gracchio corallino; Gracchio alpino, più raro) o, ancora, il maestoso Corvo imperiale (la cui presenza stabile in zona è molto recente, dopo gli ultimi avvistamenti risalenti al 1970).
L'origine della parola ciaula, e relative varianti, è onomatopeica: riproduce il verso gracchiante e secco tipico di questi volatili (simile a un "chiau-chiau"): in letteratura è stata utilizzata nella celebre novella di Luigi Pirandello, “Ciàula scopre la luna”, in cui il protagonista viene soprannominato così proprio perché imitava il verso della cornacchia.
- Casale La Palombara, località Logna di Cascia – PG, e loc. Palombare di Visso – MC: dal latino palumbus e dalla variante medioevale palumbarium, luogo di nidificazione dei colombi o palombi; riferito, in particolare, al Colombaccio (Columba palumbus). Ci sono poi ulteriori varianti, come Fonte Acqua Palomba e Costa Acqua Palomba (Ussita – MC) e, fatto notevole, finanche il comune di Cessapalombo, che deriva dall’unione di due termini latini: caesa (da silva caesa, cioè bosco tagliato/ceduo) e palombi. Letteralmente, "bosco dei palombi": tale animale compare – e non poteva essere altrimenti – anche nello stemma comunale. Da segnalare come riconducibile al colombo selvatico, infine, anche la località “Colle Piccioni” (Spelonga di Arquata del Tronto – AP).
- Corbara, frazione di Montegallo – AP: toponimo assonante con Corvus, (dal latino); radice protoceltica korp/krop (conifera). Nella prima accezione, riferibile verosimilmente ad un corvide come la Cornacchia grigia (Corvus cornix) o il Gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax).
- Monte Corvo, Podalla di Fiastra – MC: vale quanto scritto per Corbara.
- Monte Pian Falcone e, nelle immediate vicinanze, Fonte della Sparviera, Castelsantangelo sul Nera – MC: dal latino medioevale falco, nome generico per un uccello rapace (“falcone”); dal germanico antico sparwāri, letteralmente “aquila dei passeri” (e, in effetti, lo Sparviere preda quasi esclusivamente Passeriformi). 
Non è dunque difficile immaginare come anche in passato vi fosse, sui valichi dei Sibillini tra Marche e Umbria, un buon passaggio di uccelli migratori e non, rapaci compresi. Si tratta di veri e propri corridoi ecologici ideali per la presenza di correnti ascensionali termiche, con venti che risalgono i pendii montani. I valichi e le selle di cresta canalizzano queste correnti, permettendo agli uccelli di superare le catene montuose con il minimo dispendio energetico: cosa fondamentale negli “snodi” principali delle rotte migratorie tra Nord Europa e Africa.
- Fonte Pernice, Acquacanina – MC:  dal latino perdix, “pernice” è un termine comunemente usato per descrivere alcune specie di uccelli galliformi della famiglia Phasianidae. Già gli antichi greci e romani notarono che starne e coturnici non sono grandi volatori d'alta quota: quando si alzano in volo, specie se disturbate, sono molto rumorose e producono un forte e caratteristico battito d'ali frastornante, simile quasi a uno "spernacchio". La parola è nata quindi per imitare quel preciso e improvviso rumore. Seguendo la mitologia greca, infine, Perdix è il geniale nipote di Dedalo che fu trasformato in uccello dalla dea Minerva (Ovidio, “Metamorfosi”).
- Madonna dell’Uccelletto, tra Visso e Ussita – MC: si tratta di un’edicola sacra, prossima all’omonima sorgente, che ritrae una Madonna con bambino ed un uccellino (che rappresenterebbe il legame con la natura), posato sulla spalla destra. Questo nome è strettamente legato alla cultura della transumanza: i pastori locali, prima di intraprendere il lungo e rischioso viaggio per spostare le greggi verso i pascoli d'alta quota in estate o – di ritorno – verso i ricoveri invernali, facevano una “sosta obbligata” davanti a questa edicola.


[l’edicola sacra della Madonna dell’Uccelletto – Foto di David Fiacchini]

Segnaliamo, infine, Montefalcone Appennino (FM), vero e proprio belvedere che spazia dal Mar Adriatico ai vicini Monti Sibillini: pur essendo fuori dall’area geografica indagata è decisamente interessante osservare come il riferimento agli uccelli rapaci sia servito per dare nel 1214 il nome al neonato “libero comune” dell’entroterra fermano, nel cui stemma compare proprio un “falcone” che sovrasta sei colli.

Per saperne di più
Quello sui toponimi dedicati alla fauna è un viaggio che non finisce di rivelare sorprese e di raccontare storie di un passato più o meno recente cui siamo (o dovremmo essere) ancora culturalmente legati. Se questo piccolo assaggio ha stimolato la vostra curiosità, qui di seguito vi riporto alcuni consigli di lettura per approfondimenti sul tema.
La saggistica classica offre vere e proprie pietre miliari, come “Toponomastica marchigiana” (ben 6 volumi) e “Nomi di paesi” (quest’ultimo con un capitolo specifico dedicato alle “terre della Sibilla”). Per chi preferisce un approccio digitale, i moderni studi che utilizzano strumenti web GIS (come le recenti ricerche dell'Università La Sapienza sul territorio di Amandola) permettono di visualizzare i toponimi direttamente sulle mappe digitalizzate, facilitandone la lettura; ci sono poi i cataloghi storici, da recuperare nelle principali biblioteche comunali, e le guide dedicate al Parco Nazionale dei Monti Sibillini dove è possibile leggere brevi cenni storici sulla fauna locale, con riferimenti ai toponimi che ancora oggi leggiamo sulla cartografia tematica (come le carte dei sentieri dei Sibillini).
Entrando più nello specifico, sulla presenza storica di specie iconiche sono molto interessanti le ricerche pubblicate dalla rivista Marca/Marche sul Lupo appenninico, a cura dello storico Raoul Paciaroni (come questa, dedicata al maceratese: https://www.raoulpaciaroni.it/docs/Paciaroni_MM22.pdf), mentre a proposito dell’orso vi consiglio l’omonimo paragrafo contenuto nel volume di Di Modugno, “Storie, leggende e altro sui Monti Sibillini”, di cui abbiamo accennato in un articolo pubblicato proprio su l’Occhio dei Sibillini (https://occhiodeisibillini.com/blog/natura-et-ratio/l-orso-nei-sibillini).
Buona lettura!

Principale bibliografia consultata:
- Alesi A. (ed.), 2009. Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Atlante dei sentieri – Hikers atlas. Società Editrice Ricerche, Istituto Geografico Militare, Club Alpino Italiano, Folignano (AP).
- Amadio, G. (1952). Toponomastica marchigiana (Vol. I). Editrice Stab. Tipografico “Sisto V”, Montalto Marche (AP).
- Convito, L., Croce, M., Velatta, F., & Romano, C. La toponomastica e la presenza del lupo (Canis lupus) in Umbria. Servizio Gestione Faunistica. Disponibile online su ResearchGate.
- Fermanelli, A. (1985). Aree interne e sviluppo. Il comprensorio dei Monti Sibillini. Regione Marche - Assessorato all'Ambiente, Ancona.
- Iacopini, E. (2024). Un web GIS toponomastico per la ricostruzione dei paesaggi antichi: il caso di Amandola alle pendici dei Monti Sibillini. Università La Sapienza, Roma.
- Pasquali, A. (2005). Le terre della Sibilla. In P. Persi & G. Mangani (A cura di), Nomi di paesi. Storia, narrazioni e identità dei luoghi marchigiani attraverso la toponomastica. Il lavoro editoriale, Ancona. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

David Fiacchini

Nato alle sorgenti del fiume Esino, si appassiona di zoologia sin dal periodo universitario camerte. Guida ambientale escursionistica, biologo, insegnante di Scienze naturali nei licei, in ambito erpetologico ha curato l'Atlante degli Anfibi e dei Rettili della Provincia di Ancona...
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