Scritto il 08 Marzo 2021 da Irene Bakkum

Alcuni legami sembrano giustificabili solo se si ammette che derivino da trame ancestrali.

Che Jean-Marc Rochette sia cresciuto a pane e montagna è piuttosto evidente. Per capirlo basterà lasciar correre le pagine tra le dita, tenendo lo sguardo fisso sulle tavole che si succedono tra pascoli, cime e valli deserte.

Per afferrare l’anima e comprendere le strutture intime delle cose bisogna osservare e indugiare nella contemplazione da innamorati. Jean-Marc Rochette ama e conosce la montagna che illustra anche nella sua armonia più spietata. Sa perfettamente come cadono le ombre, come la neve si aggrappa alla roccia, come cambiano le stagioni. Sa cosa succede quando cala il sole e si alza il vento mentre la tempesta ingloba le cime, lasciando gli uomini soli a confrontarsi con i propri fantasmi.

Aprire il libro significa essere teletrasportati nel massiccio degli Écrins, spettatori di un inseguimento folle tra un pastore in guerra con il suo passato e un giovane lupo che si trasforma in totem. Una caccia forsennata, un regolamento di conti che diventa ossessione, degna di Achab e della balena bianca.

Rochette ci restituisce una storia ferocemente umana dove diventa impossibile schierarsi e parteggiare. Lupo e uomo in lotta per la sopravvivenza, insieme e contemporaneamente vittime e carnefici. È davvero difficile non commuoversi nello svolgersi della pellicola: la persistenza del bianco, il nero bluastro della notte e il tratto nervoso e spesso trascinano in un climax di inquietudine e tensione che lascia in aritmia.

La vicenda sembra segnata da un desCno già scritto: “Io vi dico solo una cosa. Lupi e pastori insieme non ci vivono. O noi o loro.”

Ma cosa succede davvero quando l’uomo si specchia negli occhi del lupo? Cosa succede davvero quando gli eventi e la natura riportano l’esistenza all’essenza? Il pastore Gaspard rinuncia a qualcosa ma si riconcilia con il futuro e con un passato tormentato.

Ma quale futuro possibile per i pastori come Gaspard? Paolo Cognetti nella postfazione li definisce “i superstiti di una civiltà quasi estinta”; ultimo vessillo di un tempo destinato a rimanere nel passato.

Mi piace pensare che nell’ultimo saluto monco tra uomo e lupo sia racchiusa sì la consapevolezza della fine di un’era, ma anche l’attesa serena di un domani ripensato insieme.

Irene Bakkum

Irene Maria Bakkum, 27 anni, Nata a Monza ma cresciuta un po' selvaggia a Staffolo, tra colline, boschi, campi e tulipani. Quando non ero troppo impegnata a rotolarmi nell'erba e arrampicarmi sugli alberi allora disegnavo. Sono una guida ambientale escursionistica...
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