JOSEPH BEUYS e L’ARTE ECOLOGICA

Scritto il 06 Novembre 2023 da Lucia Lignini

Ancora per un certo periodo di tempo ci rimane la possibilità di venire liberamente ad una decisione, la decisione di prendere un corso che sia diverso da quello che abbiamo percorso nel passato. Possiamo ancora decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura.

Immaginate di chiudervi in una stanza con un animale selvatico, e di essere solo voi due per lunghe e interminabili ore; di studiarvi e interagire, di scoprire linguaggi che non avevate mai immaginato di poter apprendere. Immaginate di fare questo per disseppellire una parte di voi che, nel trambusto che occupa la quotidianità, avrete dimenticato di avere, in quanto vittime della società occidentale, la cui storia si distacca progressivamente dalle radici dell’umanità ed è viziata dal capitalismo, dal consumismo, e da un individualismo distruttivo ignaro del bene comune e, va da sé, anche di quello ambientale. 

Attorno a queste preoccupazioni si sviluppa la filosofia artistica di Joseph Beuys (1921-1986) – pittore, scultore e performance artist tedesco – che col suo fare profetico anticipa riflessioni oggi più attuali che mai. Tra gli artisti più eclettici del Novecento, perennemente impegnato in innumerevoli proteste di tematica ecologica, Beuys concepisce la creazione artistica come nesso essenziale tra uomo e natura, e come contrasto alla vocazione standardizzante tipica dell’economia dal secondo dopoguerra. All’origine della sua ricerca di un contatto armonioso con la natura starebbe una leggenda che aleggia attorno alla figura stessa dell’artista: rimasto ferito durante un’incursione sul fronte orientale nel 1944 Beuys si sarebbe salvato grazie a dei nomadi tartari che lo avrebbero curato con la loro antica medicina, e, in particolare, con del grasso e del feltro, materiali che rappresentano una costante in buona parte della sua attività artistica. La riproposizione nelle sue opere di questo primo rapporto privilegiato con i misteri della natura gli valse il nome di “sciamano dell’arte”. 

Per Beuys la pratica artistica è prima di tutto una ricerca spirituale che sviscera le profondità dell’umano e lo richiama alla sua parte più creativa, istintiva e primitiva, ancora incorrotta dal razionalismo moderno; fare arte spoglia l’uomo e lo inselvatichisce, ma al contempo lo ricostruisce: ne innalza la coscienza spirituale e morale poiché gli fornisce gli strumenti per comprendere sé stesso e per fondare un organismo sociale incentrato su principi puri, affrancato dalla meccanizzazione. Allineare l’intelligenza umana a quella della natura significa quindi ricordare la nostra comunanza con quest’ultima e riapprenderne la logica; risvegliare la nostra innocenza e sviluppare una consapevolezza ecologica verso un mondo sacro che, proprio in quanto tale, era stato sacrificato dall’uomo. Per tale motivo, molta dell’arte di Beuys cerca di reimmergere lo spettatore in una dimensione ritualistica dal sapore arcaico, ancora indisturbata dalla civilizzazione. 

È il maggio del 1974 quando Joseph Beuys trasforma la più elementare delle interazioni tra uomo e natura in arte. L’artista arriva all’aeroporto di New York e, bendato in un’ambulanza, si fa trasportare fino alla Renè Block Gallery. Qui dà inizio alla sua performance, successivamente intitolata I like America and America likes me: per la durata di otto ore al giorno, per tre giorni, munito solo di un bastone e pochi altri oggetti, tra cui di una coperta di feltro, Beuys si rinchiude in grande gabbia con un coyote selvatico, e inizia a condividerci ogni momento e le azioni più naturali come mangiare e dormire. Col passare del tempo, l’artista viene progressivamente accettato dal coyote, il quale, frastornato, si dimostra dapprima aggressivo e diffidente, e poi si adegua alla presenza dell’uomo, tanto da arrivare a sdraiarvisi accanto. Un’azione semplice, che non ha nulla di straordinario se non il messaggio che incarna: tra l’uomo e l’animale si stabilisce una comunicazione che assume il senso di una riconciliazione tra natura e cultura, e su questa riappacificazione s’impernia una denuncia che, sebbene ermetica e stratificata, è piuttosto concreta. Beuys innalza l’innata benevolenza del mondo animale e si pone come intermediario tra un mondo incontaminato, rappresentato dal Coyote, animale sacro e simbolo dell’America precolombiana, e l’America (ma di fatto, la società occidentale tutta) moderna, capitalista, oppressiva e ‘civilizzatrice’, simboleggiata dalla presenza sulla scena del Wall Street Journal, su cui il coyote non manca di fare i propri bisogni. Nei panni di una sorta di San Francesco moderno, Beuys riscopre il valore del mondo naturale, attingendo a sorgenti di significato primordiali e innate che l’uomo e l’animale condividono. 

Il culmine dell’attivismo ambientale di Beuys però, è raggiunto nel 1982, quando alla settima edizione di Documenta l’artista si presenta con un progetto che non ha nulla della fruibilità estetica che caratterizza l’arte come la intendiamo solitamente: Beuys va oltre. 7000 Eichen (7000 Querce), così si intitolava il progetto, prevedeva un’opera d’arte che fosse collettiva e in continuo divenire: davanti al Museo Federiciano di Kassel furono poste 7000 pietre di basalto, ognuna delle quali poteva essere adottata da chiunque lo volesse. Con il ricavato si iniziarono a piantare querce con accanto le rispettive lastre basaltiche. Beuys non vide mai la sua opera completata, dato che l’ultimo albero fu piantato un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1986. Un’opera, dunque, che va oltre il suo creatore, che si espande nel tempo, muta e cresce, ed evolve continuamente come solo la natura può fare.

Lucia Lignini

Nata il 1° maggio del 1996, sono cresciuta a Mogliano, piccolo borgo immerso tra le colline maceratesi. Dopo la laurea magistrale in Lingue e letterature straniere presso l’Università di Trento, mi sono trasferita in un paesino delle Dolomiti del Cadore,...
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