«Nessuno ricordava più con esattezza quando era cominciato tutto. Forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, forse perché si era trattato di una lenta e implacabile alleanza di eventi impercettibili, di alterazioni minime che, almeno in apparenza, cambiavano poco o nulla, finché, quasi di colpo, ci si era ritrovati in quel disastro. Teoria delle catastrofi: una teoria di fine Novecento, che riguardava i mutamenti improvvisi causati da piccole, successive alterazioni in un sistema, come il passaggio da un bruco a una farfalla, un nuvolone che si trasforma bruscamente in pioggia, ma anche quello sfacelo in cui, quasi senza rendersene conto, il mondo era precipitato.»
Sono sotto una pioggia battente mentre scrivo e penso.
Penso che sono contenta che piova perché in Europa abbiamo vissuto una settimana da patate arrosto al forno, non ventilato o grill.
Penso spesso a chi non ha rifugi, al fatto che io sono una privilegiata che vive lontana dalle isole di calore ma che esiste già una diseguaglianza enorme tra chi semplicemente può permettersi l'aria condizionata e chi no.
"Qualcosa, là fuori" è venuto a bussarmi un po' di tempo fa e ci sono scivolata dentro negli ultimi giorni, esattamente mentre friggevamo.
Il libro è una climate fiction che racconta un futuro distopico ma scientificamente possibile. Livio, neuroscienziato ed ex professore a Stanford, è un migrante climatico che vive il disfacimento del Mondo che conosciamo, pezzo per pezzo. Un sistema che crolla sotto il peso della crisi climatica, delle modificazioni ecologiche e quindi geopolitiche. La pioggia evapora prima di toccare terra, i laghi ridotti a conche desertiche, le città, le nazioni al collasso, predoni e disperati in guerra per quello che rimane. Resistono nicchie abitabili in Scandinavia in cui un'umanità privilegiata vive trincerandosi dietro confini sempre più invalicabili...vi dice niente?
Rimangono uguali solo il modo in cui amiamo e soffriamo, il dolore che è sempre lo stesso, l'egoismo, la paura, il coraggio, la morte, l'impegno, la sacralità del sacrificio.
«Tempo prima, era partito dalla constatazione che l’uomo è l’unico animale che non può fare a meno dei racconti, in tutte le loro forme, che ne produce e ne consuma a dismisura da quando è un cucciolo fino al momento della morte, che lo fa perfino quando dorme o sogna a occhi aperti. Quella predisposizione non poteva essere un lusso, un’attitudine nata in maniera casuale, un piacevole errore. Se fosse stato così, la logica utilitaristica dell’evoluzione l’avrebbe ben presto eliminata dalla vita umana, non potendo permettere un simile spreco di tempo ed energia. Doveva dipendere da qualcosa di più profondo.»
Alcuni direbbero, giustamente, che un certo tipo di ricostruzione catastrofica del futuro si porta dietro il rischio di anestetizzare anziché risvegliare, annichilire invece che rianimare: fuga dal futuro invece che desiderio di costruirlo. Allo stesso modo però è altrettanto vero che proprio le storie spesso sanno produrre le migliori crepe e cortocircuiti.
Chiediamo alla politica di fare le scelte giuste.
«Oggi, invece» urlò per sopraffare la musica, mentre Giulio e Carmen si sbaciucchiavano in fondo alla tavolata, «il cambiamento, qualunque cambiamento, è diventato la nostra religione. Non importa dove si va; basta muoversi, ‘progredire’...» «E questo cosa c’entra?» lo interruppe Víctor. «C’entra, eccome. Non ne posso più di quelli come te, che vogliono cambiare le cose così, tanto per cambiarle. Il progresso? Ma dài, non farmi ridere... Siete voi i veri conservatori, e invece i rivoluzionari siamo noi, perché oggi l’unica rivoluzione possibile è impedire al mondo di disfarsi. Bisogna innanzitutto pensare a conservare quello che è essenziale.»

