Siamo stati accovacciati ad ascoltare la notte per diverse ore. Arrivare col buio significa acquisire un vantaggio sul domani, essere pronti quando il primo sole illumina le cose riportandole visibili, per lo meno per l’anatomia dei nostri occhi. Una mandria di cavalli pascolava nella foschia, è battuto qualche colpo metallico di campanaccio, poi gli uccelli hanno cominciato a cantare. Mi è parso come lo chiamassero, un incoraggiamento a continuare a salire, insieme una preghiera e un coro da stadio - come fossero gli uccelli del mattino a trascinare il sole ogni giorno oltre la linea dell’orizzonte. Abbiamo visto il cielo riaccendersi e tingersi di malva e lavanda, salutato con gioia l’arrivo delle ombre.
Prima che gli occhi ricominciassero a funzionare mi ero affidata al visore notturno - appollaiato tra i rami scheletrici di un faggio morto un rapace notturno stava forse aspettando il passo falso di un’arvicola o forse fissava noi. Più a lungo sono poi rimasta sul calore irradiato dalle grandi orecchie di due lepri che si passavano il muso tra le zampe. Hanno aspettato la fine della notte per ributtarsi nel bosco, sono sparite scalciando e saltando come dei giovani mustang nelle grandi praterie americane. Uscito il sole le lodi degli uccelli si sono interrotte bruscamente - ora c’è sufficiente luce per dedicarsi alle loro faccende quotidiane - e da lì in poi ci ha pensato il cuculo a scandire il tempo, accelerando e rallentando, metronomo regolare e insistente. Gocce di rugiada notturna mi scivolavano dalla punta del naso, piovevano dal grande acero minore vestito di licheni che ci serviva da soffitto. Una coda di volpe è apparsa nella nebbia per subito scomparire tra gli arbusti oltre alla grande radura, poi si sono svegliati gli insetti. Sentivo il ronzio dei bombi scongelati che planavano sul prato trasformato in arazzo di fili d’erba e perle d’acqua in cui brillavano ragnatele vuote, ricamate in una notte. Ci siamo rimessi in piedi al rintocco della campana del paese. Non abbiamo visto niente. Niente orso, niente lupi, nessuna scena eccezionale - abbiamo visto l’alba.
Altri come noi sono emersi dai cespugli. La Camosciara è uno degli spot preferiti da naturalisti e fotografi, riserva naturale integrale all’interno del PNALM racchiusa tra Opi, Civitella Alfedena e Pescasseroli. Il nome “camosciara” racconta la ragione della sua istituzione, da riserva di caccia del re a nucleo di quello che diventerà uno dei più importati ed esemplari parchi nazionali d’Italia - il grande paradosso per cui ancora fatico a darmi pace, costretti a mettere i confini ad una terra per salvarla. Vorrei fermarmi a chiedere a tutti perché spendono qui il loro tempo, cosa stanno cercando e perché sono qui ad aspettare? Non tutti sono qui solo per uno scatto sensazionale e allora cosa c’è d’altro? Avrei voluto porre la domanda ad una coppia di francesi non più giovanissimi che restava seduta fianco a fianco, senza cavalletti o particolare attrezzatura, ad aspettare che il sole gli scaldasse le articolazioni intorpidite da inerzia e umidità, senza fretta. Vorrei sapere e capire perché spero come loro di continuare a perdere il mio tempo così, continuando a non dare mai per scontata l’esistenza delle altre creature.
Abbiamo fatto un ultimo giro in macchina con il visore prima che la terra e le pietre si scaldassero e nel mentre ho chiesto a Pietro, il fotografo e guida che ci ha fatto da cicerone, dei lupi. Era di qualche settimana prima la notizia di un avvelenamento massiccio di lupi nel parco, sarebbero almeno 21 i lupi morti, senza considerare gli effetti a cascata su tanti altri animali per cui è difficile fare stime. Secondo il WWF questo è stato uno dei crimini più gravi degli ultimi 10 anni che si inserisce in un clima d’odio ormai palpabile e sulla scia di altri episodi in tutta la penisola - pochi giorni prima era uscita la notizia di due lupi uccisi e mutilati in toscana. È Il gesto criminale di un’unica persona? Sono Più persone organizzate? Se si perché? Ci possono essere degli interessi oltre a quello banale e terribile dell’odio e dell’ignoranza? Ho Parlato a lungo con Pietro e mentre cercavamo di mettere insieme pezzi e informazioni ho intravisto il suo sconforto - credo che la cosa più triste per lui sarebbe scoprire che è stato un suo vicino di casa, uno cresciuto qui insieme a lui, uno che come lui il territorio lo abita e lo vive da anni e che tradisce il patto di coesistenza tra uomini e animali che è la pietra su cui è stato possibile costruire la conservazione e la tutela simbolo di questo territorio.
Al rientro ci siamo fermati a Villetta Barrea. È Da qui che arrivano le immagini dei cervi confidenti alla pompa di benzina, dei cervi che durante la stagione degli amori caricano persone irrispettose e irresponsabili, o dei cervi che camminano per il paese con le lucine di natale impigliate tra i palchi. Quest’anno delle cerve hanno partorito in campi e giardini del paese, tra le case e i balconi aperti e il letto del Sangro - dall’erba alta spuntano coppie di orecchie vigili e grandi occhi erbivori, sfere di ossidiana che ci seguono attente attraverso il verde - ci sono i piccoli nascosti tra l’erba e la nostra presenza non è passata inosservata.
Recuperate le forze e il sonno, in un tempo incerto e carico di umidità, siamo saliti fino a fonte Iaranera, sopra la gola del Sangro. Poco dopo esserci sistemati qualche goccia di pioggia ci ha rigato la pelle sudata. Con il binocolo mi sono accorta di una chioma fuori misura nella faggeta che costeggia il sentiero per il monte Rotondo – di ritorno mi è bastata una piccola ricerca per scoprire che lì c’è il regno di Matusalemme, faggio millenario, patriarca vegetale tra i più antichi d’Italia. Le vacche al pascolo punteggiavano la radura fino al crinale a est e tra i cespugli di rosa canina e maggiociondolo fiorivano muggiti. Solo quando le ombre hanno cominciato ad allungarsi una processione di cervi è uscita dal riparo del bosco, i gruppi di cerve brucavano dirimpettaie alle vacche in una quiete e un rispetto che ho immaginato frutto di una consolidata e tramandata diplomazia interspecifica. Lentamente i cervi sono scesi verso la fonte mentre le vacche si sono spostate sempre più a est - era il turno dei cervi. La mia attenzione è caduta su una femmina, mi appare stranamente bianca, penso ad una cerva albina ma poi capisco che dev’essere semplicemente quella che ha visto più estati e inverni andare e venire. Gli ormoni calano anno dopo anno e sta tardando nella muta primaverile, le ciocche spettinate e scomposte sono sbiadite come un canovaccio liso. Guardarla mi commuove - il tempo, la vecchiaia, la morte; cose di tutti, cose della vita.
Su indicazione di Pietro abbiamo messo a posto silenziosamente, smontato i capanni e iniziato a scendere prima che l’ultima lama di luce si rifugiasse esausta dietro le montagne. Ci siamo fermati insieme ai cavalli a guardare il lago dall’alto, le luci dei lampioni di Barrea che si accendevano tra le case di pietra bianca, un quasi plenilunio che sorgeva nascosto dietro alla chioma di un faggio. Appena dietro di me, inatteso, un rumore rapido, un doppio tonfo, mi serve qualche frazione di secondo per voltarmi e interpretare una sagoma flessuosa che si infila con due salti nel groviglio della vegetazione - dopo due ore di attesa immobile e silenziosa in appostamento un mustelide aveva deciso solo ora di sgattaiolarmi dietro le spalle, a tiro di colpo di tacco. L’apparizione è arrivata solo per me, gli altri non hanno sentito ne visto nulla, e ancora adesso mi chiedo se una faina o una martora c’era davvero o se l’ho solo voluta immaginare.
Il giorno dopo cerchiamo di non dormire troppo, saliamo in macchina con gli occhi fissi ai finestrini fino al belvedere di Gioia Vecchio, borgo fantasma, oggi completamente disabitato. Quando arriviamo ci sono già persone, altri come noi, con binocoli e macchine fotografiche. Il belvedere si apre su una grande vallata che digrada tra bosco e radure risalendo poi fin sull’altro versante, fino al monte Turchio. In questa stagione molti vengono nella speranza di vedere l’orso attirato nella valle dalla presenza dei tanti alberi da frutto dimenticati e divorati dalla vegetazione. Una sagoma marrone è apparsa nella vallata, momenti concitati fino alla sentenza definitiva - solo un grande cinghiale solitario. Oltre al cinghiale e ad un cervo in lontananza nient’altro sembrava muoversi, abbiamo dovuto alzare gli occhi al cielo, appena dietro alla chiesa di San Vincenzo Martire, per capire che stavamo guardando nel posto sbagliato. Una parata di grandi aquiloni girava proprio sopra le alture tra noi e Bisegna, i grifoni ci stavano volando sopra la testa. Il Gyps fulvus è un grande avvoltoio necrofago che a differenza della maggior parte dei rapaci vive in colonie, animali gregari che condividono siti di nidificazione, ricerca del cibo e riposo - quando arrivano oscurano il sole. Hanno volteggiato in cerchio per un po', nuotato contro il sole lenti e pesanti, il tempo di farci venire il torcicollo e un principio di retinopatia, per poi spostarsi verso sud. Avessi avuto il giusto olfatto avrei forse fiutato anche io la carcassa che stavano cercando.
Di orsi e lupi nessuna traccia, due giorni trascorsi dormendo pochissimo e affilando lo sguardo su qualsiasi roccia, strano arbusto o corteccia zoomorfa - più volte ci siamo fermati cercando di confermare inutilmente un’impressione finendo poi per scambiarci a turno insulti bonari su allucinazioni e cataratte, ma alla fine la grande apparizione è davvero così importante? Io credo piuttosto che l’essenziale, quello che restituisce la portata culturale di una vera esperienza naturalistica, quello che ci edifica, sia semplicemente - che poi semplice non è mai - il mettersi alla ricerca senza pretesa, cercare per il piacere di cercare, imparare a mettere qualcos’altro, che non sia solo e sempre noi stessi e i nostri desideri, al centro della nostra attenzione.
Abbiamo trascorso l’ultimo pomeriggio con Pietro facendo una semplice escursione con lui, risalendo il sentiero che sale alle pendici del monte Marsicano. Anche questa zona può essere frequentata dall’orso, dai lupi e altri animali ma sapevamo bene che il numero dei partecipanti all’escursione, il rumore, l’impossibilità di restare tutti mimetizzati e immobili avrebbe drasticamente abbassato le probabilità d’incontro con qualsiasi animale. Ci siamo seduti al bordo di un’altura sull’altopiano, a cavallo tra due gole, sopra di noi i versanti rocciosi e spioventi delle vette. Con il binocolo ho giocato a stanare i camosci sulle cime rocciose e i cervi nascosti tra le varie balze erbose, tra le gole e sulle radure in quota, dal bosco si è materializzata una volpe - ha camminato svelta e elegante tra i grandi massi della radura, il naso radente al terreno a fiutare la tana di qualche roditore. In alto, tra i faggi in cima al crinale ha fatto capolino il profilo di una cerva e dietro di lei un cerbiatto, tra gli alberi si creava come una mandorla di cielo, una finestra su salti e capriole disordinate e festose del piccolo dell’anno. Poi si sono fatti coraggio e sotto il nostro sguardo hanno attraversato tutta la prateria per poi sparire tra la vegetazione ad ovest, seguendo il sole che sprofondava.
Si potrebbe pensare che il bagliore ambrato della luce stanca del tramonto è forse una delle origini del mito di El Dorado, i capelli diventano linee d’oro e ogni presenza diventa apparizione. Proprio da ovest, uscita dal sole, in un’atmosfera satura di polline e ditteri, avvolta in una pelliccia di luce, è apparsa Giacomina. Ha attraversato decisa l’altopiano venendo dritta verso di noi scartandoci appena prima e buttandosi nel bosco. È ricomparsa a est e per una quarantina di minuti è rimasta nella radura a scoperchiare con disinvoltura pietre e grandi massi in cerca di insetti, come fossero carte da scoprire sul tappeto verde - la primavera è arrivata, sta cercando cibo dopo l’inerzia invernale e sa che prestissimo, se non è già successo, qualche grande maschio verrà a cercarla. Ad una ventina di metri da noi potevo percepirne il respiro e lo sniffare rumoroso e anche allora, così vicina, è rimasta indifferente ai tanti occhi umani fissi su di lei. Ci ha visti, ci ha sentiti, fiutati, una volta ha alzato la testa e forse fissati e comunque, per tutto il tempo, ha scelto di ignorarci completamente. Pietro, il primo a riconoscere l’orsa e chiamarla per nome, l’ha rimproverata dolcemente, come potrei fare anche io con chi tengo vicino al cuore - che sbruffona! - E poi non ha più smesso di sorridere. Solo quando Giacomina se n’è andata ci siamo guardati negli occhi e abbracciati tra sorrisi increduli - per quaranta minuti ci siamo scordati della presenza l’uno dell’altro, il tempo si è infranto, non sono stata capace di pensare o scrivere niente, ero nel presente.
Forse è vero quello che dice Werner Herzog - che “in tutte le espressioni degli orsi non scorgo nessuna amicizia, nessuna comprensione, vedo solo la schiacciante indifferenza della natura.” Forse è vero che siamo solo noi uomini che abbiamo bisogno di costruire significati, relazioni e analogie per codificare la realtà che altrimenti risulterebbe caos spaventoso; o forse no. In ogni caso, quale che sia la verità, non credo potremmo esistere, crescere e sopravvivere senza la possibilità, di volta in volta, di guardare negli occhi quel vuoto o pieno che sia, quella differenza sostanziale o somiglianza radicale. Non credo potremmo definirci umani senza il privilegio continuo di sperimentare il confine invisibile tra noi e gli altri viventi.
Foto di: Luca Castignani, Lucia Lignini, Andrea Monti, Francesco Mercorelli, Stefano Ciocchetti, Luca Tambella, Irene Bakkum.
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