L'Arte di andare avanti, restando

La resiliente Vita non lascia Ussita

Patrizia Vita aveva un bed and breakfast a Ussita, nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Un posto speciale, come lei. Il bnb non esiste più, è passato il terremoto. Ma Patrizia c’è ancora, eccome se c’è. Ed è quello che più conta.

“Non siamo né eroi né reduci – tiene a precisare -. Qualcuno doveva rimanere, pure solo per portare il pranzo all’esercito e servire chi fa servizio. Pensiamo a quello che vorremmo diventare, sapendo che non è e non sarà mai come prima. So che la mia prossima strada uscirà da sola. Ad essere ottimisti qui non si parlerà di turismo per i prossimi quattro anni. La terra continua a tremare ed è necessario il riassetto dei sentieri”. Dal recupero degli abiti pesanti ai micetti rimasti soli da dare in adozione, dalle parole scambiate con chi arriva a controllare le seconde case al turnover delle sezioni operative dei vigili del fuoco, Patrizia e gli altri coraggiosi vivono alla giornata. “Non lasceremo mai sola questa terra – dice – non c’è un altro posto in cui vorremmo stare. Io qui mi sento a casa”.

Perché - fuor di retorica - casa è veramente quel posto che ti porti dentro, e l’importante è che con te ci siano le persone giuste. Siano esse le squadre operative dei vigili del fuoco, “gli angeli” della Misericordia di Grottammare, volontari o militari.

Lo spiega la stessa protagonista di questa storia di vita, Patrizia appunto, all’inizio del proprio racconto. Così lasciamo che le sue parole parlino per lei.

“Mi capita spesso in questi giorni, mentre si mangia a tavola con i vigili del fuoco o con l’esercito, che mi chiedano: La tua casa? Il tuo lavoro? E io rispondo che non ho più una casa e nemmeno un lavoro perché la mia casa era il mio lavoro, la casa dell’Ortigiana. Mi piaceva tanto il nome Ortigiana, coniato dall’allora direttore del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Racchiudeva tutto, orto e artigiano, quello che volevo fare, insieme all’accoglienza. Una casa costruita poco a poco, con il fondamentale aiuto di Vito, che mi ha permesso di realizzare pian piano i miei sogni. Le stanze colorate, i capanni sistemati, l’orto impostato, il castagno di babbo. Le frasi, le scritte, i pancali, le sottomisure…u  Ce l’avevo quasi fatta, il 2016 stava andando bene, l’orto sinergico stava dando i suoi frutti, la calendula era cresciuta nell’aiuola di pietra come speravo, un tappeto arancio. Le fragole producevano costantemente nelle gomme delle macchine, lì vicino al capanno, le aromatiche invadevano ogni angolo insieme ai lamponi. Ho avuto ospiti meravigliosi, venuti per esplorare i Sibillini, per stare in pace, per stare accanto alla famiglia durante il mese di agosto e ho avuto ospiti che sono venuti solo per conoscere il mio progetto, il progetto della casa dell’Ortigiana. E si stava avverando anche quello che avevo sognato da quando mi sono trasferita: le erbe spontanee. Una collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche stava per far diventare Sorbo la frazione delle erbe. E il crowdfunding “metticiunapietra” (sono li le pietre, sotto al noce), lo spazio delle galline diventato una “nicchia”, un posto dove stare in pace leggendo un libro o semplicemente guardando il panorama. Quest’anno vi era cresciuta una zucca spontanea, l’ho raccolta poco prima dell’apocalisse, l’ho messa in cantina insieme alle cipolle, ai surgelati, ai liquorini, al miele,  alle scorte per il bnb. Ma poi è arrivato il 24 agosto e da quel giorno il tempo è stato scandito dalle scosse, devastanti, cattive, potenti. I due mesi che sono passati dal 24 agosto al 26 ottobre sono stati un incubo. La paura si era insinuata dentro di me, la casa ha retto bene, solo qualche piccola crepa, avevo ricominciato a lavorare, avevo ospitato i blogger di #ripartidaisibillini, avevo fatto un accordo con un fotografo naturalista per un progetto di un anno. Tentavo di ripartire ma la paura solo di entrare in casa o salire in mansarda spesso prendeva il sopravvento. La mia casa non era più mia amica, la mia casa, quella che mi ha protetto, la mia cuccia era diventata il mio peggior nemico. Cercavo di trovare la forza di andare avanti dicendomi “ci sono passati in tanti e ce l’hanno fatta” e ce l’avrei fatta anch’io, ero rientrata in casa, al primo piano ed ero sicura che  grazie ai miei ospiti forse sarei tornata anche in mansarda, forse avrei riacceso il caminetto e avrei passato i miei pomeriggi invernali sul divano, forse sarei ripartita, ma la paura era tanta, troppa, spesso offuscava ogni progetto. Le scosse del 26 e del 30 hanno fatto tacere ogni paura, hanno fatto in modo che in casa io non ci possa rientrare più, mi hanno dato il tempo di prendere lo stretto necessario per sopravvivere, buttato lì, in una coperta con disegnato l’Albero della vita, regalo di una cara amica. Ha  più di 10 anni quel telo.  Sembra passato un anno dal 24 agosto, troppe cose sono successe e quello che facevo prima è come un ricordo sbiadito. L’orto giardino, le erbe spontanee, il riciclo, l’autoproduzione, gli ospiti, i colori delle stanze, le scritte sui muri, le chiacchiere, l’amaca, i liquorini, i formaggi di Marco, il vino di Dario, la pasta madre di Monica, i saponi di Elisabetta non ci sono più e non so se ci saranno ancora. Troppo presto per pensare al futuro lontano, ora si vive all’ora. Devo imparare. Resilienza.

La domanda successiva a quella della casa è: e tu come stai? Come sto… leggera, con lo stretto necessario per vivere che stava nel baule della mia KA. Il resto si vedrà quando si faranno i recuperi, non prima della prossima primavera. Meno è meglio, ne sono certa, vedo troppo dolore nelle persone che sono attaccate alle cose, troppo. Cosa dobbiamo vivere di più forte di quanto abbiamo già vissuto per capire che non siamo nulla, che la vita è un soffio, la vita di una persona non più valere più di qualsiasi oggetto materiale. Più e più volte ultimamente ho ripetuto che sono una persona fortunata, sono fortunata perché sono viva, perché ho tante persone che mi vogliono bene e che mi hanno aiutato economicamente senza che io chiedessi nulla permettendomi di prendermi del tempo per me, per accusare il colpo, per capire da dove ripartire e quando, perché nonostante non ho più casa, ho un posto dove andare e stare in pace quando ho bisogno di piangere e tirare un respiro di sollievo.  Reinventarsi ancora, di nuovo, lo avevo fatto appena quattro anni fa, poteva bastare. Evidentemente no, non bastava. Oggi la mia vita è in camper con Valentina, la persona che ha reso leggere le notti vagabonde di questi tre mesi, e con altri quattro reduci che non vogliono mollare la loro terra. Siamo su insieme a vigili del fuoco ed esercito a curare le ferite di una terra agonizzante, una terra martoriata dalla potenza di Madre Natura. Guardo le ferite del Monte Bove e penso alla furia delle rocce che cadevano la mattina del 30. Penso alla mia Sorbo che non c’e’ più, zona rossa, una delle frazioni più colpite…  Ci andavo tutti i giorni per dare il cibo a Leo, il gattino di casa, spaventato e scappato nelle notti del terremoto, impaurita dalle macerie e da panorami che non riconoscevo più, non c’e’ più nemmeno il cimitero con la sua torre, non c’e’ più Castelfantellino. Il panorama è irriconoscibile. Meglio in basso, con le tende, i camper, il rancio con i militari, il supporto alla meravigliosa Linda, a Giuseppe, ai vigili del fuoco. Aiuto a preparare un inverno in camper per controllare la nostra terra, per starle accanto, per coccolarla e non lasciarla in mano a sconosciuti. In attesa di una primavera che faccia tornare i nostri compaesani e ricominciare una parvenza di normalità in un posto che non sarà mai più lo stesso. Ma è troppo presto per pensare alla primavera, prima c’e’ l’inverno sperando che la terra smetta di tremare”.